Viaggiando in sette più l’autista su un taxi collettivo a una velocità del tutto irragionevole lungo la strada che scorre sulla costa meridionale della Cambogia siamo arrivate a Kampot che era ancora mattina. Sotto il sole caldissimo tutto era in silenzio e come schiacciato a terra.
Kampot è una bella città addormentata posata su un fiume e lì dimenticata. Bassi edifici coloniali puntellati di bouganville rosso acceso si affacciano su larghe strade sterrate. Un bel ponte di ferro a motivi geometrici unisce la città all’altra sponda del fiume dove le saline a perdita d’occhio colorano il paesaggio di un bianco abbagliante e invernale, del tutto inaspettato. Non c’è niente a Kampot, al di là di una vecchissimo stabilimento d’alta quota per facoltosi colonialisti in vacanza che risale all’inizio del secolo ed è stato abbandonato lassù in cima a una montagna in mezzo alla foresta che cerca di riprendersene i muri e i cortili da un tempo che sembra infinito. Il clima tropicale è particolarmente inclemente con gli stucchi rosa dei palazzi coloniali, e in generale con tutte le costruzioni umane bisogna dire, e così i luoghi sembrano sempre più vecchi, più cadenti, più abbandonati di quanto non siano in realtà. Ma i cambogiani sono ancora più ostinati della loro terra: è in progetto un restauro integrale dell’area e la sua trasformazione in un nuovo, moderno resort.
Famiglie da tutta la provincia vengono a Kampot anche per un’altra, modesta, attrazione. Le definiscono cascate, di solito senza fare un precisazione d’obbligo: cascate “durante le piogge”, dacchè in questa di stagione si risolvono in un fiumiciattolo d’acqua opaca e azzurrognola dove, proprio volendolo, ci si può immergere fino alla vita. I cambogiani ci vengono tutto l’anno, comunque, ogni famiglia si accovaccia in cerchio su certe precarie piattaforme di bambù poggiate sugli scogli, e lì si fa portare da mangiare un bel pollo arrosto o dei frutti di mare alla griglia, non prima di aver fatto uno shampoo a mollo nel fiume a tutti i componenti del nucleo, dai bebè ai nonni. Gli piace molto, in quattro giorni ci hanno portato lì ben due volte, senza che noi riuscissimo in nessun modo a declinare l’invito. Fanno bene a godersele le loro, per così dire, cascate, visto che qualche centinaio di metri più a monte le ruspe stanno già scavando per la costruzione di una diga che farà piazza pulita delle bucoliche scappatelle domenicali degli abitanti di Kampot.
In Cambogia tutto è nuovo, in costruzione, in restauro, in via di ripulitura, di bonifica: in ogni luogo c’è un’aria di provvisorietà che ti confonde e non sai mai a quale immagine delle cose affezionarti, alla storia che ogni luogo ha recente e lontana, a come un luogo è abitato nei giorni presenti, a come le persone desiderano che quel luogo diventi e nell’immediato iniziano a trasformarlo a una velocità mai vista.
Il passato però è proprio dietro le spalle e se ne vedono segni ovunque ci si giri. Nel luogo in cui ora scrivo, a Pnhom Penh, nell’ora che precede di poco il tramonto, quando le strade scoppiano di motorini e le zanzare incominciano a svegliarsi, s’è riempita l’aria all’improvviso di un profumo d’incenso zuccherino: è l’ora dell’incenso della sera. In quasi tutte le case e i negozi cambogiani c’è un altare, su ogni altare, tra i fiori di loto, le banane e i bicchieri con l’acqua, ci sono spesso una, due, tre fotografie dei morti che trent’anni di guerra hanno strappato a ogni famiglia. Un terzo della popolazione, due milioni di persone. A volte sono anche i numeri a far paura.
In campagna, anche se è solo apparenza e i giovani sciamano in motorino a cercar lavoro nelle città, sembra invece tutto immobile e antico. Non abbiamo visto che di rado campi grandi e coltivazioni uniformi: il più del tempo la campagna è tutta frammentata in piccoli appezzamenti e punteggiata di case unifamiliari su palafitte o di muratura, una campagna variegata e piena di animali che girano qua e là e attraversano le strade indisturbate tra i clacson impazienti, terra coltivata e solcata di sentieri e strade sterrati in cui si incrociano le Honda e i carri di buoi contendendosi la precedenza. Abbiamo conosciuto un giovane bonzo qui a Phnom Penh che ci ha invitato a passare un week-end con la sua famiglia in campagna a Kampong Trach, vicino a Kampot (i cambogiani sono in generale molto religiosi: tre anni in un monastero sono un modo per ottenere meriti spirituali per la prossima reincarnazione, oltre al fatto che vivere in una pagoda è spesso un buon modo di proseguire gli studi senza essere troppo di peso alla famiglia). Casa loro è a pochi chilometri da confine vietnamita, nell’area del delta del Mekong: la terra è fertile e morbida e loro ci coltivano patate dolci durante la stagione secca e riso durante quella umida. Vivono in otto adulti, quattro fratelli e sorelle coi rispettivi coniugi, due bambine, un neonato già nato e un altro che arriverà a breve in una casa di muratura di quattro stanze, con il bagno (acqua piovana) e la cucina (a legna) all’esterno del fabbricato.
Le occasioni di svago si limitano, sembra, alle cerimonie che si svolgono di sera nella pagoda della zona in cui persone di quattro generazioni diverse si siedono su stuoie nell’equivalente della sala della parrocchia, mangiano insieme biscottini, bevono CocaCola, chiacchierano e, nella fattispecie, si domandano chi accidenti possiamo mai essere noi. Se alla pagoda non c’è niente di divertente si sta a casa in religiosa attenzione davanti alla tv, la cui grande antenna satellitare troneggia nel prato davanti a casa tra le chiocce coi pulcini, come un ufo atterrato lì e mai più ripartito. Si sta bene in effetti: la sveglia verso le cinque e mezzo e il primo pasto subito dopo, poi una lunghissima mattina seduti intorno a un tavolo, cucinando qualcuno, andando a trovare i vicini o offrendo un caffé al nonno che passa di lì qualcun altro, tra un pisolino sull’amaca e un giro in motorino per i campi. Poi si pranza, ancora tutti insieme, e poi anche il pomeriggio trascorre come la mattinata, con le bimbe che giocano a far minestrine di terra e semi e i grandi che si rilassano sotto il pergolato. Alle cinque si cena e così via, un giorno dopo l’altro. Noi pensavamo a questa calma tenace che somiglia a una sorta di felicità perduta. Il nostro bonzo invece, avvoltolato nel drappo arancione e guardando ispirato la valle pianeggiante intorno a casa sua, ci parlava di sviluppo, di fabbriche che nella fantasia vede già ergersi e sputacchiare fumi e fluidi in un punto là in fondo, di strade asfaltate e di trattori nei campi al posto dei soliti bovini a tirare l’aratro. E’ un desiderio comprensibile e giusto ma noi più viaggiamo e più siam perplesse.







