Saigon è calda, molto calda. Si aspetta la sera seduti ai tavolini sui marciapiedi coi piedi all’aria sorseggiando per ore un bicchiere di caffè ghiacciato o un succo di canna da zucchero. I guidatori dei risciò e dei moto taxi dormicchiano in posizioni improbabili sui loro mezzi all’ombra degli alti alberi di tamarindo che costeggiano i viali. Il cemento dei marciapiedi diventa morbido morbido, mentre una quantità inimmaginabile di motorini carichi di due, tre, anche quattro persone, continua imperterrita a sfrecciare dappertutto, sulle strade, sui marciapiedi, nei parchi, tra i chioschi e nei mercati, e a intasare le strade di fumo nero e di rumore. Ogni giorno nel tardo pomeriggio grandi nuvole scure riempiono il cielo e promettono una pioggia benefica che però non arriva mai. Se non altro però un vento leggero viene a dare manforte ai ventilatori ormai esausti, e asciuga il sudore, riaccende la vita…
Saigon è una città che suscita e ha suscitato grandi amori. Ha sempre accolto ospiti, occupanti e liberatori nel turbinio della sua frenetica e molto asiatica modernità, tra i bordelli, le fumerie d’oppio e il mercato nero. Quando venne la liberazione e i soldati nordvietnamiti coi guerriglieri vietcong presero pacificamente possesso della città, molte cose cambiarono e la nuova austerità trasformò la città dei piaceri per eccellenza in un luogo silenzioso e ordinato, in cui pian piano vennero inculcati i nuovi valori e la nuova moralità portati dai piccoli uomini delle montagne. Saigon accettò anche questo. Le bandiere del regime che sventolavano dalle finestre furono in fretta e furia sostituite con quelle del Fronte di Liberazione Nazionale e la comunità cinese si mise nell’arco di qualche giorno a produrre imitazioni dei sandali di Ho Chi Min fatti coi copertoni. Accettò il razionamento della benzina sovietica e i suoi abitanti misero in garage le Honda che già imperversavano allora nella città e riscoprirono le biciclette. Accettò di essere rieducata, riorganizzata, moralizzata. Le fu cambiato nome in HoChiMinCity e accettò perfino questo. Ora che è di nuovo tutto in vendita, le T-shirt col riratto dello zio Ho e i cappellini con scritto sopra U.S.Army, le ragazze nei centri per massaggi e la Pepsi ai baracchini, viene da chiedersi cosa sia rimasto di centocinquant’anni di guerra anticoloniale e della lotta di un popolo che ha fatto sognare il mondo una trentina d’anni fa. A prima vista poco e niente. Un enorme cubo di cemento mai portato a termine ospita il museo della guerra contro gli americani, in cui gli occidentali in vacanza vengono ad alimentare i propri sensi di colpa tra la visita a una boutique e quella a un negozietto di artigianato etnico. Nel cortile del museo han costruito alcune riproduzioni delle famose gabbie di tigre, dove i sospetti comunisti venivano rinchiusi dal regime fantoccio di Thieu in buchi di due metri per uno al buio, per mesi, per indurli a confessare. Lo hanno fatto, come mi spiega un custode, per risparmiare ai turisti la fatica di fare il tour, che tutte le agenzie offrono, ai tunnel di CuChi e alla zona demilitarizzata, dodici dollari compreso il pranzo e una visita a un villaggio etnico (sic) sulla strada. Questo discorso vale per HoChiMinCity ma vale anche per tutto il Vietnam. In realtà ci si accorge facilmente, appena si esce dai circuiti comodi del turismo, che qualcosa è rimasto. Certo, l’austera purezza dei rivoluzionari della prima ora si va perdendo, e con essa anche quel briciolo di assurdità che ogni Rivoluzione porta con sé, quella follia rigenerativa che non può non crearsi all’alba di un mondo nuovo. Ma i vietnamiti hanno uno sguardo così consapevole e un orgoglio così fermo e sorridente, che non si può non pensare alla loro storia unica e, forse, irripetibile.
E’ difficilissimo mettere insieme i pensieri, parlar di cose serie, quando dalla strada non smette un attimo d’arrivare il rullo dei tamburi, gli applausi dei bambini e il suono metallico dei coperchi delle pentole… è capodanno oggi! Inizia l’anno del Topo!
Ormai i preparativi sono finiti e sulla via Le Loi i venditori di fiori stanno facendo grandi saldi delle ultime piante rinsecchite che gli sono rimaste. Anche loro hanno fretta di andare a farsi belli per i grandi festeggiamenti di stasera. In quest’ultima settimana ogni spiazzo libero, ogni angolo di strada era occupato da improvvisati venditori di bonsai, di fiori sgargianti e dei tipici alberelli a fiori gialli che si usano per augurare felicità nell’anno nuovo. Già da un paio di settimane negli altari degli antenati sulle soglie delle case e dei negozi non hanno mai smesso di bruciare gli incensi e le offerte di riso e frutta si sono fatte ogni giorno più abbondanti e vistose. Oggi sui marciapiedi in piccoli fuochi le famiglie bruciavano soldi finti, carta decorata, bigliettini con scritte sopra frasi segrete. Le donne sono tutte indaffarate a cucinare e ogni tanto fanno una scappata in strada a comprare qualcosa che si son dimenticate, della menta, una zampa di maiale.
Inizia la festa…andiamo…
VIVA IL TOPO! AUGURI A TUTTI!
buon topo anche voi splendide esploratrici. ma com’è col calendario lunare??? che bello leggervi mentre fuori fa freddo e la città incombe. …e che potenza di colori l’asia!
un abbraccio doppio!
sara