Che città è dunque Phnom Penh? Luminosa, piena di spazio, come dilatata, e tutta infiocchettata di frangipani in fiore. Affascina, bisogna dirlo, scalcinata com’è in un modo che mentre ci cammini non te ne accorgi affatto. I giardini delle ville coloniali che s’affacciano imperiose sui viali se li è mangiati la foresta piano piano e in ogni buco lasciato libero qualcuno ha costruito una casa di lamiera, e ci vive, ci stende il bucato, ci cresce i figli, si inventa un qualche commercio.
Quando i Khmer Rouge presero il potere e ricacciarono, col loro incubo di purificazione, tutti gli abitanti dei centri urbani alle campagne da cui erano venuti, la città divenne un deserto popolato di poche migliaia di abitanti e tantissimi spettri. Nel 1979, dopo la liberazione a opera dell’esercito vietnamita, chi viveva e lavorava prima della guerra a Phnom Penh potè gradualmente ritornare alla città e le famiglie presero a metter su casa chi nel giardino del museo, chi nelle piazze abbandonate, chi direttamente di fianco al luogo in cui aveva trovato un lavoro.
Da allora la città è cambiata molto. C’è chi nello sviluppo frenetico e disordinato della città riesce a fare i suoi affari: come astronauti su Land Rover futuribili li vedi fendere il mezzogiorno polveroso delle strade sterrate, tra le amache stese ai pali della luce e l’elefante di WatOnolum che si gratta la schiena contro un albero di tamarindo.
Phnom Penh è una città piena di traffici, di desideri, di aspirazioni. E’ bello vederla svegliarsi il mattino prestissimo, verso le cinque e mezza, e scendere sui marciapiedi a far colazione o andare a far ginnastica nelle piazze del centro. Tutti cercano come possono di studiare una lingua, ai corsi serali, alle scuole private o facendosi dare lezioni gratuite dai turisti in cambio di qualche parola di khmer. Si respira in giro un senso di risveglio, di scommessa.
Ciò non toglie che i cambogiani, pieni di segreti e di pudori e nascosti dietro i loro sorrisi misteriosi, facciano tutto quello che possono per faticare il meno possibile, con una perseveranza che lascia interdetti o, forse, invidiosi. In ogni casa in cui si sbircia c’è dappertutto qualcuno che dorme (sonnecchia più che altro), che chiacchiera, che gioca a carte. Spesso per comprare le sigarette bisogna decidere se svegliare il proprietario del chiosco, che s’è appisolato sull’amaca e russa beato o lasciarlo ai suoi sogni e procedere oltre. Ci si alza prima dell’alba e si va a letto con le galline e per il resto si ammazzano le giornate e si tira a campare con quel poco che serve per sopravvivere. C’è un silenzio da coprifuoco dopo le nove per le strade: le notti sono buie, molto buie, e si può romanticamente perdersi a osservare la luna dal terrazzo (senza scambiarla per un lampione) o inciampare in qualche ratto che rovista indisturbato tra i sacchi di pattume ammucchiati lungo le strade secondarie. In questo stile di vita estremamente, tenacemente rilassato sta una grande energia.
Siamo arrivate a Silhanoukville sul cassone di un fuoristrada sovraffollato, preparate ad affrontare quella che ci avevano descritto come la LasVegas della Cambogia. La città, che si chiama così in onore di Silhanouk, l’uomo politico che ha dominato la scena politica del paese nell’ultimo cinquantennio (fu re, capo dell’opposizione al regime filo-americano del colonnello LonNol, padrino dei Khmer Rouge ai loro inizi, primo ministro, di nuovo re) è in realtà poco più che un villaggio. Si affaccia sulla costa più bella del paese, chilometri di spiagge bianche e orlate di palme e di chioschi di bambù. Il piccolo centro abitato originario si compone di un mercato, di una stazione degli autobus e di una manciata di case a due piani dipinte di colori pastello. No, non sembra Las Vegas.
In effetti, però, la posizione incantevole attira sulla cittadina investimenti per milioni di dollari. Tra il paese e le spiagge sono state costruite delle strade che sono in realtà assurde autostrade polverose, larghe tre corsie e serpeggianti tra le campagne semidisabitate. Non sapendo cosa mettere sui piedistalli al centro delle enormi rotonde che smistano il traffico, si sono inventati delle statue qualsiasi, una sirena, due leoni dorati, che sono talmente fuori posto da sembrare provvisorie.
Silhanoukville è anche nota per essere un dei paradisi del turismo sessuale e potrebbe anche essere vero a giudicare dal numero di manifestini che, appesi sui muri e sui pali della luce, ricordano all’ignaro turista che intrattenersi coi bambini è un reato e che è un bambino chiunque non abbia ancora compiuto i diciott’anni. Come a dire, almeno non potevate dire che non lo sapevate. Quel che si vede in giro, comunque, sono perlopiù attempati signori abbronzati che indossano solo un paio di bermuda variopinti e si aggirano in motorino per le spiagge più appartate con a bordo giovani ragazze cambogiane bellissime vestite all’occidentale.
Sulle spiagge più vicine al centro le sagome traforate dei palazzi in costruzione filtrano la luce in modo bizzarro, a macchia di leopardo, mentre sulla strada sottostante file di baracche accolgono gli operai dei cantieri con le loro famiglie. Non ci metteranno molto a fare di questo posto un inferno di cemento e di centri commerciali, è chiaro, e si ha l’impressione di essere testimoni di qualcosa di precario, che sparirà nel giro di pochi anni sotto le ruspe delle imprese cinesi che si sono accaparrate i lotti migliori.
L’equatore è vicino, appena dieci gradi, e il tramonto stupisce sempre per la velocità: quando il sole si butta dietro le palme in pochi istanti tutto si colora di un rosa carico e straziante e un attimo dopo, quando riapri gli occhi, intorno a te è già buio, e quieto.

e’ forse questa la vera tragedia di quello che è stato certo comunismo. lo strazio del tramonto acceso di rosso fuoco, l’ozio di chi forse vuole dormire per non ricordare, i giovani forse sacrificati al dio denaro…
sembra un inferno dantesco in un paradiso dello spirito.pier laura
ahahah fantastica bikerz
w le citta infiocchettate
leggere i vostri racconti diventa sempre più doloroso nel grigiore di milano. e in questi giorni ci si mette anche la nebbia che rende tutto ancora più opaco, senza però riuscire a nasconderne le brutture…
oddio, come sono acido!
è che pensare a lunghissime spiagge assolate e quasi deserte mi mette di questo umore… *shrug*
M
Grazie per i profumi, ragazze.
Un bacio
Mammadianna