Quando l’autobus mi ha lasciato alla fermata di Snuol pioveva a dirotto e una mandria di mucche di passaggio aspettava che il cielo schiarisse sotto la tettoia dell’autogrill. Snuol non esisteva prima che fosse costruita la strada che da Kompong Cham si snoda in mezzo alle risaie e sale fino agli altopiani di Mondulkiri. Non c’è modo di continuare il viaggio oggi e devo fermarmi qui per la notte. Snuol è una piazza di terra rossa che funge da mercato, da stazione, da parcheggio, e da pascolo. File di case di legno su palafitte si perdono tra le colline tutt’intorno. C’è una guest-house, tre ristoranti e due giostre che sparano musica disco nell’aria carica d’umidità dopo il temporale.
Ci sono due matti a Snuol. Una signora scheletrica che dirige il traffico cantando sempre la stessa canzone sbiascicata e accordando sempre la precedenza ai vitelli, inveisce in particolare contro tutti gli autobus di passaggio, obbligandoli a fermarsi finché qualcuno non viene a portarsela via. E c’è un vecchio che in una continua grottesca rappresentazione raccoglie introno al mercato le fascette di plastica dura che tengono chiusi gli scatoloni e si avvolge il corpo e la testa con queste strisce multicolori, sempre di più, sempre di più, finché non somiglia ad un immenso groviglio semovente. Allora qualcuno prende una forbice e lo libera e lui lancia un grido con tutta la voce che ha. Snuol sembra il selvaggio west che m’immagino io. Ho chiesto a due americani di Salt Lake City arrivati in moto dopo un viaggio spaventoso da Phnom Penh se era davvero così laggiù, ma mi hanno detto che il selvaggio west non l’hanno mai visto, che non esiste più e che forse non è mai esistito. Davanti al balcone della guest-house, che potremmo davvero definire essenziale (il bagno ad esempio consiste di un buco nel pavimento dietro una tenda sbiadita), un enorme ripetitore telefonico si staglia tutto illuminato contro il cielo nero della notte. Mi siedo sul balcone a fumare una sigaretta da sola e vengo immediatamente fraintesa da un gruppo di soldati in cerca di distrazione. Che ci fanno qui? Chiudo il catenaccio di camera mia e dopo un paio di rumorose spallate alla mia porta desistono e vanno a cercar sollazzo altrove.
Il mattino seguente i conducenti dei pick-up si contendono i passeggeri per la salita verso Sem Monorom, il capoluogo della provincia di Mondulkiri. Caricano il cassone della jeep di pesce vivo, polli, patate, cetrioli, taniche di benzina, vestiti, carbone, motorini, valige, quarti di bue, fornelli di terracotta, seggiole e ghiaccio finché la sagoma del fuoristrada non somiglia, fatte le dovute proporzioni, a quella di una lumaca. Coprono tutto con un bel telo di cerata blu e invitano i passeggeri ad accomodarsi su questa montagna di masserizie. Ci lanciano delle corde e raccomandano di restare aggrappati. Il conducente chiede anche in khmer ai miei compagni di viaggio di darmi un occhio, non si sa mai con questi barang, capita che si addormentano e finiscono per volare giù alla prima curva. Risate. La salita dura sette ore, di cui le ultime tre con una pendenza impressionante. I khmer, come sempre, si abboffano all’area di sosta in cui ci fermiamo dopo tre ore di viaggio e iniziano a vomitare metodicamente tutto quello che hanno ingurgitato. Altre risate. La strada si inerpica in mezzo a una foresta bellissima e spaventosa, a perdita d’occhio, e tra i rami degli alberi più alti si dondolano scimmie piccole e grandi. Alla fine, quando quasi fa scuro, arriviamo su una sorta di gigantesco altipiano tutto ondulato di colline ora ricoperte di foresta densa, ora puntellate di pini, ora piatte d’erba verdissima. Un paesaggio, se vogliamo fare un paragone, che mi ha ricordato un po’ Asiago, anche se Margherita dice che somiglia di più ai colli senesi.
Sen Monorom è una cittadina di frontiera: ci convivono vietnamiti (il confine è vicinissimo), khmer, phnong e anche qualche cinese. In cima al paese al centro di una rotonda c’è un monumento che rappresenta due bufali selvatici: questo è il posto dove ci si dà gli appuntamenti. Alcuni individui pieni di immaginazione parlano di Sem Monorom come di una piccola Svizzera cambogiana; in effetti ci sono due laghetti turchesi in fondo al paese, ma la somiglianza si ferma a questo (se poi uno stagno pieno di persone che lavano i panni e i piatti e di bambini che pescano possa in qualche modo richiamare a mente la suissa, come si chiama qui, beh, questo è tutto da vedere).
La notte in Mondulkiri è buia e c’è pieno di stelle vicine: la corrente elettrica è erogata per tre ore al giorno, ma anche su quello c’è poco da contare. Un ragazzino phnong intraprendente ha messo su un internet point equipaggiato di un computer in quella che era la stalla di casa sua e vende la sua unica e preziosa connessione satellitare alla bellezza di due dollari l’ora. L’attività va a gonfie vele e lui guadagna già più di suo padre che si spacca la schiena nei campi: poco importa se anche in quelle tre ore la corrente salta in media almeno tre volte al giorno, le cose non faranno che migliorare, dice. Questa fiducia nelle sorti progressive, questo sguardo speranzoso, sono un retaggio della versione edulcorata e attraente di cristianesimo che le missioni di ogni risma (ma soprattutto protestanti), diffondono nelle anime disorientate degli indigeni. A Bu Srei, il più importante villaggio Phnong della zona ci sono tremila persone e quattro chiese, una media invidiabile. Oltre a predicare la buona novella, naturalmente, sono molto impegnati nel sociale, costruiscono pozzi (perché il fiume ormai è inquinato dai diserbanti delle piantagioni di caucciù), insegnano il khmer ai bambini in età prescolare (perché altrimenti quando arrivano a scuola non ce la fanno a seguire le lezioni), fanno opera di mediazione nelle sempre più frequenti dispute sulla terra, offrono assistenza medica. Qui lo scenario cambia: lasciamoci indietro il far-west e allestiamo un set da America Latina nei secoli d’oro dell’evangelizzazione del buon selvaggio, che ne so, una cosa tipo Mission con De Niro, per capirci.
Una grande sala vuota, tutta di legno e su palafitte, spoglia e commovente, con un Cristo anche lui di legno in fondo. Ecco la nostra chiesa. I bambini nudi spiano da dietro la porta. Solo un’immagine. Ora non mi perderò via a dirvi quanto considero dannosa, arrogante, perniciosa, ipocrita, imbarazzante e organica al sistema la presenza di questi evangelizzatori di frontiera: già si sa. Per intanto convertirsi sembra portare parecchi vantaggi: borse di studio per mandare i figli a studiare nella capitale, niente più alberi da rispettare o da preservare (vedi case di legno pregiato e insospettate possibilità di commercio), rinascita dopo la morte assicurata e, naturalmente, il Paradiso. Non ci facciamo mancare niente.
Non ne so molto dei phnong. Stanno a cavallo tra la Cambogia e il Vietnam (il che significa in pratica che hanno vissuto in zona di guerra per una quarantina d’anni), hanno sempre vissuto della foresta e nella foresta, in modo seminomade finché le compagnie cambogiane e straniere non hanno iniziato a occupare e vendere le terre lasciate a riposo durante la rotazione biennale. Finché gli stranieri con i dollari non hanno iniziato a venire qui e a decidere di possedere la terra. Ma che significa possedere la terra? Concetto estraneo ai phnong ma, a quanto pare, molto convincente. Mentre ero là mi è capitato di assistere a una assemblea pubblica tra le comunità locali e un’impresa di sfruttamento della terra, con dei rappresentanti del governo a mediare. La compagnia afferma di avere già investito un milione di dollari nel progetto: questo argomento ha fatto molta impressione sugli anziani del villaggio. I rappresentanti del governo sono stati spudorati: hanno cercato di convincere l’uditorio che dar fuoco alla foresta per piantare caucciù (uno dei vecchi-nuovi business agricoli cambogiani) è una cosa buona, “verde”, e che porta sviluppo. Che differenza fa in fondo, sempre di alberi si tratta! Poco importa se ci vogliono i diserbanti, se gli animali stanno sparendo e se bisognerà asfaltare la strada, spianando così letteralmente la pista a torme d’altri investitori, fabbricanti, businessmen. E’ lo sviluppo, babies, o volete continuare con questa scomoda vita da età della pietra?
Al tramonto Neth, il responsabile di una ONG cristiana che lavora con gli indigeni (non fatemi dire cosa penso delle ONG dopo cinque mesi di Cambogia…), mi porta in cima a una collina più alta delle altre a vedere il sole tramontare dietro una distesa di foresta che sembra non finire mai in nessuna direzione si guardi, mentre l’umidità della sera sale da questa morbida distesa verde e si raccoglie in nuvole sfilacciate che sembrano stare appoggiate sui rami più alti. Cala la sera e corriamo in moto verso la sommità di un’altra collina, dove c’è una costruzione di pietra a pianta tonda con dentro la statua di un anziano appoggiato al suo bastone, e fiori, piante, ghirlande, piatti di pollo e oggetti devozionali di tronco di banano: c’è un altro spettacolo che non posso perdermi. Lo spettacolo è la microscopica città di Sem Monorom che si illumina di neon mentre in cielo si spengono gli ultimi bagliori arancione del tramonto e si accendono le stelle una ad una. Neth dice che Hong Kong lui se l’immagina così, come un prodigio di luci artificiali che fanno sognare la città.
che atmosfera strana leggerti ora, in mezzo a una cambogia che non conosco ma mi sembra vicina, che capisco essere in preda a uno schifo esportato proprio dappertutto.
e poi, scrivi meravigliosamente amica.
mi manchi, torna presto!!
ma vi siete seoarate oppure no?io non ci capisco più.
un bacio gigante al cauciù (da brava BARANG(??))
pannix
sei una fuoriclasse. non c’è altro da dire, solo da volerti bene.