Risalendo il Mekong

Saigon non s’è fermata neanche un minuto. Allo spettacolo di draghi e ballerine succinte organizzato davanti all’hotel Continental eravamo in quattro gatti: la zona era chiusa al traffico e nessuno scende mai dal motorino a Saigon, nemmeno a capodanno. Si sono tutti limitati a parcheggiare nei dintorni, aspetttando di sentire il conto alla rovescia che annnunciava l’inizio del nuovo anno. Poi, immediatamente, tutti hanno messo in moto e hanno iniziato a guidare come pazzi per raggiungere la riva del fiume, a cinquecento metri scarsi da lì, e piazzarsi col motorino in una buona posizione per vedere certi striminziti fuochi d’artificio che venivano sputacchiati in su da dietro degli enormi palazzi, sempre comodamente seduti, in quattro, sul proprio motorino. Non si riusciva a camminare per le strade senza bruciarsi i polpacci contro le marmitte incandescenti delle Honda pigiate le une alle altre. E’ stato un attimo. Tutti a naso in su a commentare con un oooohhh i pochi bagliori pirotecnici che riuscivano ad arrivare abbastanza in alto da risultare visibili dalla strada. Grande ombrello di lucine arancione: è il finale. Senza nemmeno guardare avanti tutti hanno ingranato al prima e sono partiti, coi bambini che correvano dietro alle moto perché erano rimasti a terra, passandosi sui piedi a vicenda con le ruote, incastrando le carrozzerie di plastica le une alle altre in una nuvola di fumo…dove corrono ancora? Ma che domande. Al tempio, in chiesa, alla pagoda: a far le offerte. In pellegrinaggio, con lunghe torce accese o con incensi nelle mani inghirlandate di fiori bianchi, in motorino naturalmente. Può sembrare incredibile, ma, sarà che all’odore di smog ci si abitua e non lo si sente più, per le strade si sentiva la fragranza dolciastra dell’incenso che bruciava.


Il mattino successivo le strade non erano affatto quel deserto che tutti ci avevano annunciato: c’erano famiglie a passeggio, motorini che sfrecciavano come sempre e macchine fresche di autolavaggio ferme ai semafori. Semplicemente Saigon sembrava una città normale, respirava. La frenesia epidemica dei giorni passati era per qualche ora placata. La città era bella e piena di sole. Siamo partite e portandoci via un po’ di quel silenzio irreale.
A ovest della città il Mekong insinua nella campagna verde di risaie i bracci fangosi del suo estuario che si allungano fino al mare. Ogni venti chilometri l’autobus viene caricato su un traghetto e trasportato sulla successiva strisciolina di terra per proseguire la sua strada. Paesini sonnacchiosi distesi sul fiume si susseguono senza soluzione di continuità: il delta del Mekong è come un enorme unico agglomerato di case sparse, come dilatate, in questa terra fertile striata di fiumi piatti e lentissimi. Sono giorni di festa ed è pieno di famiglie stipate sui motorini che vengono qui a trovare i nonni e a passare le vacanze fuori città. I bambini fanno il bagno e giocano a spruzzarsi. I bufali si rotolano con soddisfazione nel fango a riva. Da lunghe barche a remi di legno qualcuno getta le reti, ma si dice che pesce non ce n’è più.
Risaliamo il corso del fiume Bassac per un numero infinito di ore, si va lenti controcorrente. Ci fermiamo a riva per fare i visti e le procedure della dogana, siamo in Cambogia adesso, poi continuiamo a risalire, su su, fin quasi a Phnom Penh.
Si ricomincia daccapo: ciao, come ti chiami, grazie, per piacere, uno due tre, quattro, dieci, il dizionario minimo di sopravvivenza ambulante.
La città è piena di profumi, i viali riposano all’ombra degli alberi.
Impariamo a viaggiare? O è Phnom Penh che sorride benevola a chi ci arriva in una notte calda e piena di stelle? Tutto sembra trovare un posto, si prendono decisioni importanti con leggerezza ponderata, coincidenze magiche e incontri inaspettatamente familiari ci accolgono come in un balletto.
Ci si guarda intorno e il disastro è sotto gli occhi di tutti. La guerra dietro l’angolo, vicina vicina nel tempo, una storia difficile e piena di contraddizioni, impossibile da classificare e allergica alle appartenenze politiche. Vaste aree di territorio ancora infestate di mine antiuomo, dove si salta per aria andando a lavorare, giocando nei prati. Un’economia burattina e imbastardita di dollari, in balia dei caritatevoli e interessati aiuti occidentali. Il turismo sessuale, florido e disgustoso. Una democrazia parlamentare sgangherata, i cui simboli pittoreschi sono sparsi per tutta la città: partito dei diritti umani, funcipec, partito del popolo, accampati in sontuose ville coloniali ridipinte di fresco. Una nuova classe media arrogante e arroccata nei suoi castelli urbani circondati di cancelli impenetrabili e di filo spinato, che viaggia in enormi Land Rover con l’aria condizionata al massimo. Decine, centinaia di organizzazioni non-governative, di associazioni, di gruppi, stranieri, cambogiani e misti, validi o cialtroni, religiosi o meno, nelle cui casse piovono milioni di dollari provenienti da tutto il mondo: un bottino ricchissimo che si disperde in mille rivoli senza possibilità di controllo e che costituisce la linfa vitale della parassitaria struttura di potere cambogiana.
Ma Phnom Penh è bellissima e dai cocci sembra risorgere. Nella grande pagoda di Wat Onolum, un complesso di templi e residenze di bonzi di trecento edifici affacciato sul fiume Bassac il grande Bhudda è tenuto insieme da graffe di ferro, dopo che era stato distrutto a martellate dai Khmer Rouge: come in tutta la Cina, solo che lì non si può dire. Le buche nelle strade sono state colmate, non tutte a dire il vero. Le vie principali beneficiano anche di un po’ di illuminazione pubblica. Chiacchierando si sente tanta di voglia di vivere, di imparare, di cambiare e un imperativo sulla bocca di tutti i giovani: essere felici e lasciarsi il passato alle spalle.

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3 Responses to Risalendo il Mekong

  1. leone says:

    mi mancate davvero, leo

  2. piero e laura says:

    ciao tit e diana,
    l’immagine degli ohhh davanti ai piccoli fuochi d’artificol dice tutto sulla voglia di vivere e andare avanti con entusiasmo. viet come cambogia come cina, come chi ancora è contento di poter stare al mondo.

  3. nicola says:

    ciao tit è scusate se scrivo fuori-luogo. In realtà ho letto il racconto del viaggio in treno, “La fine della Cina” che mi è molto piaciuto. Trovo belle le foto ma anche meglio le parole, era da un po’ che non visitavo queste pagine e mi pare una vita che siete partite. Ora avrò qualcosa da leggere in italiano in queste serate nordiche qua in europa, dove veramente si confermano. purtroppo e pur in tutt’altra prospettiva, le vostre parole… che la ricchezza genera la povertà. O meglio genera a sua volta ultra-ricchezza, dalla sua stessa parte però, e insieme povertà dall’altra.
    Comunque, gute Reise und bis später.

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