Resort o patate?

 

  

Viaggiando in sette più l’autista su un taxi collettivo a una velocità del tutto irragionevole lungo la strada che scorre sulla costa meridionale della Cambogia siamo arrivate a Kampot che era ancora mattina. Sotto il sole caldissimo tutto era in silenzio e come schiacciato a terra.
Kampot è una bella città addormentata posata su un fiume e lì dimenticata. Bassi edifici coloniali puntellati di bouganville rosso acceso si affacciano su larghe strade sterrate. Un bel ponte di ferro a motivi geometrici unisce la città all’altra sponda del fiume dove le saline a perdita d’occhio colorano il paesaggio di un bianco abbagliante e invernale, del tutto inaspettato. Non c’è niente a Kampot, al di là di una vecchissimo stabilimento d’alta quota per facoltosi colonialisti in vacanza che risale all’inizio del secolo ed è stato abbandonato lassù in cima a una montagna in mezzo alla foresta che cerca di riprendersene i muri e i cortili da un tempo che sembra infinito. Il clima tropicale è particolarmente inclemente con gli stucchi rosa dei palazzi coloniali, e in generale con tutte le costruzioni umane bisogna dire, e così i luoghi sembrano sempre più vecchi, più cadenti, più abbandonati di quanto non siano in realtà. Ma i cambogiani sono ancora più ostinati della loro terra: è in progetto un restauro integrale dell’area e la sua trasformazione in un nuovo, moderno resort.
Famiglie da tutta la provincia vengono a Kampot anche per un’altra, modesta, attrazione. Le definiscono cascate, di solito senza fare un precisazione d’obbligo: cascate “durante le piogge”, dacchè in questa di stagione si risolvono in un fiumiciattolo d’acqua opaca e azzurrognola dove, proprio volendolo, ci si può immergere fino alla vita. I cambogiani ci vengono tutto l’anno, comunque, ogni famiglia si accovaccia in cerchio su certe precarie piattaforme di bambù poggiate sugli scogli, e lì si fa portare da mangiare un bel pollo arrosto o dei frutti di mare alla griglia, non prima di aver fatto uno shampoo a mollo nel fiume a tutti i componenti del nucleo, dai bebè ai nonni. Gli piace molto, in quattro giorni ci hanno portato lì ben due volte, senza che noi riuscissimo in nessun modo a declinare l’invito. Fanno bene a godersele le loro, per così dire, cascate, visto che qualche centinaio di metri più a monte le ruspe stanno già scavando per la costruzione di una diga che farà piazza pulita delle bucoliche scappatelle domenicali degli abitanti di Kampot.


In Cambogia tutto è nuovo, in costruzione, in restauro, in via di ripulitura, di bonifica: in ogni luogo c’è un’aria di provvisorietà che ti confonde e non sai mai a quale immagine delle cose affezionarti, alla storia che ogni luogo ha recente e lontana, a come un luogo è abitato nei giorni presenti, a come le persone desiderano che quel luogo diventi e nell’immediato iniziano a trasformarlo a una velocità mai vista.
Il passato però è proprio dietro le spalle e se ne vedono segni ovunque ci si giri. Nel luogo in cui ora scrivo, a Pnhom Penh, nell’ora che precede di poco il tramonto, quando le strade scoppiano di motorini e le zanzare incominciano a svegliarsi, s’è riempita l’aria all’improvviso di un profumo d’incenso zuccherino: è l’ora dell’incenso della sera. In quasi tutte le case e i negozi cambogiani c’è un altare, su ogni altare, tra i fiori di loto, le banane e i bicchieri con l’acqua, ci sono spesso una, due, tre fotografie dei morti che trent’anni di guerra hanno strappato a ogni famiglia. Un terzo della popolazione, due milioni di persone. A volte sono anche i numeri a far paura.
In campagna, anche se è solo apparenza e i giovani sciamano in motorino a cercar lavoro nelle città, sembra invece tutto immobile e antico. Non abbiamo visto che di rado campi grandi e coltivazioni uniformi: il più del tempo la campagna è tutta frammentata in piccoli appezzamenti e punteggiata di case unifamiliari su palafitte o di muratura, una campagna variegata e piena di animali che girano qua e là e attraversano le strade indisturbate tra i clacson impazienti,  terra coltivata e solcata di sentieri e strade sterrati in cui si incrociano le Honda e i carri di buoi contendendosi la precedenza. Abbiamo conosciuto un giovane bonzo qui a Phnom Penh che ci ha invitato a passare un week-end con la sua famiglia in campagna a Kampong Trach, vicino a Kampot (i cambogiani sono in generale molto religiosi: tre anni in un monastero sono un modo per ottenere meriti spirituali per la prossima reincarnazione, oltre al fatto che vivere in una pagoda è spesso un buon modo di proseguire gli studi senza essere troppo di peso alla famiglia). Casa loro è a pochi chilometri da confine vietnamita, nell’area del delta del Mekong: la terra è fertile e morbida e loro ci coltivano patate dolci durante la stagione secca e riso durante quella umida. Vivono in otto adulti, quattro fratelli e sorelle coi rispettivi coniugi, due bambine, un neonato già nato e un altro che arriverà a breve in una casa di muratura di quattro stanze, con il bagno (acqua piovana) e la cucina (a legna) all’esterno del fabbricato.

 

       

 

Le occasioni di svago si limitano, sembra, alle cerimonie che si svolgono di sera nella pagoda della zona in cui persone di quattro generazioni diverse si siedono su stuoie nell’equivalente della sala della parrocchia, mangiano insieme biscottini, bevono CocaCola, chiacchierano e, nella fattispecie, si domandano chi accidenti possiamo mai essere noi. Se alla pagoda non c’è niente di divertente si sta a casa in religiosa attenzione davanti alla tv, la cui grande antenna satellitare troneggia nel prato davanti a casa tra le chiocce coi pulcini, come un ufo atterrato lì e mai più ripartito. Si sta bene in effetti: la sveglia verso le cinque e mezzo e il primo pasto subito dopo, poi una lunghissima mattina seduti intorno a un tavolo, cucinando qualcuno, andando a trovare i vicini o offrendo un caffé al nonno che passa di lì qualcun altro, tra un pisolino sull’amaca e un giro in motorino per i campi. Poi si pranza, ancora tutti insieme, e poi anche il pomeriggio trascorre come la mattinata, con le bimbe che giocano a far minestrine di terra e semi e i grandi che si rilassano sotto il pergolato. Alle cinque si cena e così via, un giorno dopo l’altro. Noi pensavamo a questa calma tenace che somiglia a una sorta di felicità perduta. Il nostro bonzo invece, avvoltolato nel drappo arancione e guardando ispirato la valle pianeggiante intorno a casa sua, ci parlava di sviluppo, di fabbriche che nella fantasia vede già ergersi e sputacchiare fumi e fluidi in un punto là in fondo, di strade asfaltate e di trattori nei campi al posto dei soliti bovini a tirare l’aratro. E’ un desiderio comprensibile e giusto ma noi più viaggiamo e più siam perplesse.

 

    

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SUD-CAMBOGIAalbum

 

 

A Kep, con il nostro bonzo di fiducia.

 

    

Campi nel distretto di Kompong Trach. – C’era una volta la monorotaia.

 

Kampot, ponte della ferrovia.

 

  

Pomeriggio al fiume, Kampot.

 

Piazzetta Duemila, Kampot

 

    

Kampot town!!!

 

 

  

 

Una mattina in famiglia, colazione e bucato.

 

    

Saline, dintorni di Kampot.

 

 

 

 

 

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Voglia di vita

 

Che città è dunque Phnom Penh? Luminosa, piena di spazio, come dilatata, e tutta infiocchettata di frangipani in fiore. Affascina, bisogna dirlo, scalcinata com’è in un modo che mentre ci cammini non te ne accorgi affatto. I giardini delle ville coloniali che s’affacciano imperiose sui viali se li è mangiati la foresta piano piano e in ogni buco lasciato libero qualcuno ha costruito una casa di lamiera, e ci vive, ci stende il bucato, ci cresce i figli, si inventa un qualche commercio.

 


Quando i Khmer Rouge presero il potere e ricacciarono, col loro incubo di purificazione, tutti gli abitanti  dei centri urbani alle campagne da cui erano venuti, la città divenne un deserto popolato di poche migliaia di abitanti e tantissimi spettri. Nel 1979, dopo la liberazione a opera dell’esercito vietnamita, chi viveva e lavorava prima della guerra a Phnom Penh potè gradualmente ritornare alla città e le famiglie presero a metter su casa chi nel giardino del museo, chi nelle piazze abbandonate, chi direttamente di fianco al luogo in cui aveva trovato un lavoro.
Da allora la città è cambiata molto. C’è chi nello sviluppo frenetico e disordinato della città riesce a fare i suoi affari: come astronauti su Land Rover futuribili li vedi fendere il mezzogiorno polveroso delle strade sterrate, tra le amache stese ai pali della luce e l’elefante di WatOnolum che si gratta la schiena contro un albero di tamarindo.
Phnom Penh è una città piena di traffici, di desideri, di aspirazioni. E’ bello vederla svegliarsi il mattino prestissimo, verso le cinque e mezza, e scendere sui marciapiedi a far colazione o andare a far ginnastica nelle piazze del centro. Tutti cercano come possono di studiare una lingua, ai corsi serali, alle scuole private o facendosi dare lezioni gratuite dai turisti in cambio di qualche parola di khmer. Si respira in giro un senso di risveglio, di scommessa.
Ciò non toglie che i cambogiani, pieni di segreti e di pudori e nascosti dietro i loro sorrisi misteriosi, facciano tutto quello che possono per faticare il meno possibile, con una perseveranza che lascia interdetti o, forse, invidiosi. In ogni casa in cui si sbircia c’è dappertutto qualcuno che dorme (sonnecchia più che altro), che chiacchiera, che gioca a carte. Spesso per comprare le sigarette bisogna decidere se svegliare il proprietario del chiosco, che s’è appisolato sull’amaca e russa beato o lasciarlo ai suoi sogni e procedere oltre. Ci si alza prima dell’alba e si va a letto con le galline e per il resto si ammazzano le giornate e si tira a campare con quel poco che serve per sopravvivere. C’è un silenzio da coprifuoco dopo le nove per le strade: le notti sono buie, molto buie, e si può romanticamente perdersi a osservare la luna dal terrazzo (senza scambiarla per un lampione) o inciampare in qualche ratto che rovista indisturbato tra i sacchi di pattume ammucchiati lungo le strade secondarie. In questo stile di vita estremamente, tenacemente rilassato sta una grande energia.
Siamo arrivate a Silhanoukville sul cassone di un fuoristrada sovraffollato, preparate ad affrontare quella che ci avevano descritto come la LasVegas della Cambogia. La città, che si chiama così in onore di Silhanouk, l’uomo politico che ha dominato la scena politica del paese nell’ultimo cinquantennio (fu re, capo dell’opposizione al regime filo-americano del colonnello LonNol, padrino dei Khmer Rouge ai loro inizi, primo ministro, di nuovo re) è in realtà poco più che un villaggio. Si affaccia sulla costa più bella del paese, chilometri di spiagge bianche e orlate di palme e di chioschi di bambù. Il piccolo centro abitato originario si compone di un mercato, di una stazione degli autobus e di una manciata di case a due piani dipinte di colori pastello. No, non sembra Las Vegas.
In effetti, però, la posizione incantevole attira sulla cittadina investimenti per milioni di dollari. Tra il paese e le spiagge sono state costruite delle strade che sono in realtà assurde autostrade polverose, larghe tre corsie e serpeggianti tra le campagne semidisabitate. Non sapendo cosa mettere sui piedistalli al centro delle enormi rotonde che smistano il traffico, si sono inventati delle statue qualsiasi, una sirena, due leoni dorati, che sono talmente fuori posto da sembrare provvisorie.
Silhanoukville è anche nota per essere un dei paradisi del turismo sessuale e potrebbe anche essere vero a giudicare dal numero di manifestini che, appesi sui muri e sui pali della luce, ricordano all’ignaro turista che intrattenersi coi bambini è un reato e che è un bambino chiunque non abbia ancora compiuto i diciott’anni. Come a dire, almeno non potevate dire che non lo sapevate. Quel che si vede in giro, comunque, sono perlopiù attempati signori abbronzati che indossano solo un paio di bermuda variopinti e si aggirano in motorino per le spiagge più appartate con a bordo giovani ragazze cambogiane bellissime vestite all’occidentale.
Sulle spiagge più vicine al centro le sagome traforate dei palazzi in costruzione filtrano la luce in modo bizzarro, a macchia di leopardo, mentre sulla strada sottostante file di baracche accolgono gli operai dei cantieri con le loro famiglie. Non ci metteranno molto a fare di questo posto un inferno di cemento e di centri commerciali, è chiaro, e si ha l’impressione di essere testimoni di qualcosa di precario, che sparirà nel giro di pochi anni sotto le ruspe delle imprese cinesi che si sono accaparrate i lotti migliori.
L’equatore è vicino, appena dieci gradi, e il tramonto stupisce sempre per la velocità: quando il sole si butta dietro le palme in pochi istanti tutto si colora di un rosa carico e straziante e un attimo dopo, quando riapri gli occhi, intorno a te è già buio, e quieto.

 


 

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SAIGON-TETgallery

 

 

    

 

    

 

 

 

    

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Risalendo il Mekong

Saigon non s’è fermata neanche un minuto. Allo spettacolo di draghi e ballerine succinte organizzato davanti all’hotel Continental eravamo in quattro gatti: la zona era chiusa al traffico e nessuno scende mai dal motorino a Saigon, nemmeno a capodanno. Si sono tutti limitati a parcheggiare nei dintorni, aspetttando di sentire il conto alla rovescia che annnunciava l’inizio del nuovo anno. Poi, immediatamente, tutti hanno messo in moto e hanno iniziato a guidare come pazzi per raggiungere la riva del fiume, a cinquecento metri scarsi da lì, e piazzarsi col motorino in una buona posizione per vedere certi striminziti fuochi d’artificio che venivano sputacchiati in su da dietro degli enormi palazzi, sempre comodamente seduti, in quattro, sul proprio motorino. Non si riusciva a camminare per le strade senza bruciarsi i polpacci contro le marmitte incandescenti delle Honda pigiate le une alle altre. E’ stato un attimo. Tutti a naso in su a commentare con un oooohhh i pochi bagliori pirotecnici che riuscivano ad arrivare abbastanza in alto da risultare visibili dalla strada. Grande ombrello di lucine arancione: è il finale. Senza nemmeno guardare avanti tutti hanno ingranato al prima e sono partiti, coi bambini che correvano dietro alle moto perché erano rimasti a terra, passandosi sui piedi a vicenda con le ruote, incastrando le carrozzerie di plastica le une alle altre in una nuvola di fumo…dove corrono ancora? Ma che domande. Al tempio, in chiesa, alla pagoda: a far le offerte. In pellegrinaggio, con lunghe torce accese o con incensi nelle mani inghirlandate di fiori bianchi, in motorino naturalmente. Può sembrare incredibile, ma, sarà che all’odore di smog ci si abitua e non lo si sente più, per le strade si sentiva la fragranza dolciastra dell’incenso che bruciava.


Il mattino successivo le strade non erano affatto quel deserto che tutti ci avevano annunciato: c’erano famiglie a passeggio, motorini che sfrecciavano come sempre e macchine fresche di autolavaggio ferme ai semafori. Semplicemente Saigon sembrava una città normale, respirava. La frenesia epidemica dei giorni passati era per qualche ora placata. La città era bella e piena di sole. Siamo partite e portandoci via un po’ di quel silenzio irreale.
A ovest della città il Mekong insinua nella campagna verde di risaie i bracci fangosi del suo estuario che si allungano fino al mare. Ogni venti chilometri l’autobus viene caricato su un traghetto e trasportato sulla successiva strisciolina di terra per proseguire la sua strada. Paesini sonnacchiosi distesi sul fiume si susseguono senza soluzione di continuità: il delta del Mekong è come un enorme unico agglomerato di case sparse, come dilatate, in questa terra fertile striata di fiumi piatti e lentissimi. Sono giorni di festa ed è pieno di famiglie stipate sui motorini che vengono qui a trovare i nonni e a passare le vacanze fuori città. I bambini fanno il bagno e giocano a spruzzarsi. I bufali si rotolano con soddisfazione nel fango a riva. Da lunghe barche a remi di legno qualcuno getta le reti, ma si dice che pesce non ce n’è più.
Risaliamo il corso del fiume Bassac per un numero infinito di ore, si va lenti controcorrente. Ci fermiamo a riva per fare i visti e le procedure della dogana, siamo in Cambogia adesso, poi continuiamo a risalire, su su, fin quasi a Phnom Penh.
Si ricomincia daccapo: ciao, come ti chiami, grazie, per piacere, uno due tre, quattro, dieci, il dizionario minimo di sopravvivenza ambulante.
La città è piena di profumi, i viali riposano all’ombra degli alberi.
Impariamo a viaggiare? O è Phnom Penh che sorride benevola a chi ci arriva in una notte calda e piena di stelle? Tutto sembra trovare un posto, si prendono decisioni importanti con leggerezza ponderata, coincidenze magiche e incontri inaspettatamente familiari ci accolgono come in un balletto.
Ci si guarda intorno e il disastro è sotto gli occhi di tutti. La guerra dietro l’angolo, vicina vicina nel tempo, una storia difficile e piena di contraddizioni, impossibile da classificare e allergica alle appartenenze politiche. Vaste aree di territorio ancora infestate di mine antiuomo, dove si salta per aria andando a lavorare, giocando nei prati. Un’economia burattina e imbastardita di dollari, in balia dei caritatevoli e interessati aiuti occidentali. Il turismo sessuale, florido e disgustoso. Una democrazia parlamentare sgangherata, i cui simboli pittoreschi sono sparsi per tutta la città: partito dei diritti umani, funcipec, partito del popolo, accampati in sontuose ville coloniali ridipinte di fresco. Una nuova classe media arrogante e arroccata nei suoi castelli urbani circondati di cancelli impenetrabili e di filo spinato, che viaggia in enormi Land Rover con l’aria condizionata al massimo. Decine, centinaia di organizzazioni non-governative, di associazioni, di gruppi, stranieri, cambogiani e misti, validi o cialtroni, religiosi o meno, nelle cui casse piovono milioni di dollari provenienti da tutto il mondo: un bottino ricchissimo che si disperde in mille rivoli senza possibilità di controllo e che costituisce la linfa vitale della parassitaria struttura di potere cambogiana.
Ma Phnom Penh è bellissima e dai cocci sembra risorgere. Nella grande pagoda di Wat Onolum, un complesso di templi e residenze di bonzi di trecento edifici affacciato sul fiume Bassac il grande Bhudda è tenuto insieme da graffe di ferro, dopo che era stato distrutto a martellate dai Khmer Rouge: come in tutta la Cina, solo che lì non si può dire. Le buche nelle strade sono state colmate, non tutte a dire il vero. Le vie principali beneficiano anche di un po’ di illuminazione pubblica. Chiacchierando si sente tanta di voglia di vivere, di imparare, di cambiare e un imperativo sulla bocca di tutti i giovani: essere felici e lasciarsi il passato alle spalle.

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NHATRANGgallery

 

 

 

 

   

 

 

   

 

 

   

 

 

 

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HANOIgallery

 

    

       

  

 

   

 

    

 

 

    
 

   

 

 

 

 

    

   

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Chuc mung nam moi! Buon anno!

    

   

 

  

Saigon è calda, molto calda. Si aspetta la sera seduti ai tavolini sui marciapiedi coi piedi all’aria sorseggiando per ore un bicchiere di caffè ghiacciato o un succo di canna da zucchero. I guidatori dei risciò e dei moto taxi dormicchiano in posizioni improbabili sui loro mezzi all’ombra degli alti alberi di tamarindo che costeggiano i viali. Il cemento dei marciapiedi diventa morbido morbido, mentre una quantità inimmaginabile di motorini carichi di due, tre, anche quattro persone, continua imperterrita a sfrecciare dappertutto, sulle strade, sui marciapiedi, nei parchi, tra i chioschi e nei mercati, e a intasare le strade di fumo nero e di rumore. Ogni giorno nel tardo pomeriggio grandi nuvole scure riempiono il cielo e promettono una pioggia benefica che però non arriva mai. Se non altro però un vento leggero viene a dare manforte ai ventilatori ormai esausti, e asciuga il sudore, riaccende la vita…

    

 

 

Saigon è una città che suscita e ha suscitato grandi amori. Ha sempre accolto ospiti, occupanti e liberatori nel turbinio della sua frenetica e molto asiatica modernità, tra i bordelli, le fumerie d’oppio e il mercato nero. Quando venne la liberazione e i soldati nordvietnamiti coi guerriglieri vietcong presero pacificamente possesso della città, molte cose cambiarono e la nuova austerità trasformò la città dei piaceri per eccellenza in un luogo silenzioso e ordinato, in cui pian piano vennero inculcati i nuovi valori e la nuova moralità portati dai piccoli uomini delle montagne. Saigon accettò anche questo. Le bandiere del regime che sventolavano dalle finestre furono in fretta e furia sostituite con quelle del Fronte di Liberazione Nazionale e la comunità cinese si mise nell’arco di qualche giorno a produrre imitazioni dei sandali di Ho Chi Min fatti coi copertoni. Accettò il razionamento della benzina sovietica e i suoi abitanti misero in garage le Honda che già imperversavano allora nella città e riscoprirono le biciclette. Accettò di essere rieducata, riorganizzata, moralizzata. Le fu cambiato nome in HoChiMinCity e accettò perfino questo. Ora che è di nuovo tutto in vendita, le T-shirt col riratto dello zio Ho e i cappellini con scritto sopra U.S.Army, le ragazze nei centri per massaggi e la Pepsi ai baracchini, viene da chiedersi cosa sia rimasto di centocinquant’anni di guerra anticoloniale e della lotta di un popolo che ha fatto sognare il mondo una trentina d’anni fa. A prima vista poco e niente. Un enorme cubo di cemento mai portato a termine ospita il museo della guerra contro gli americani, in cui gli occidentali in vacanza vengono ad alimentare i propri sensi di colpa tra la visita a una boutique e quella a un negozietto di artigianato etnico. Nel cortile del museo han costruito alcune riproduzioni delle famose gabbie di tigre, dove i sospetti comunisti venivano rinchiusi dal regime fantoccio di Thieu in buchi di due metri per uno al buio, per mesi, per indurli a confessare. Lo hanno fatto, come mi spiega un custode, per risparmiare ai turisti la fatica di fare il tour, che tutte le agenzie offrono, ai tunnel di CuChi e alla zona demilitarizzata, dodici dollari compreso il pranzo e una visita a un villaggio etnico (sic) sulla strada. Questo discorso vale per HoChiMinCity ma vale anche per tutto il Vietnam. In realtà ci si accorge facilmente, appena si esce dai circuiti comodi del turismo, che qualcosa è rimasto. Certo, l’austera purezza dei rivoluzionari della prima ora si va perdendo, e con essa anche quel briciolo di assurdità che ogni Rivoluzione porta con sé, quella follia rigenerativa che non può non crearsi all’alba di un mondo nuovo. Ma i vietnamiti hanno uno sguardo così consapevole e un orgoglio così fermo e sorridente, che non si può non pensare alla loro storia unica e, forse, irripetibile.

E’ difficilissimo mettere insieme i pensieri, parlar di cose serie, quando dalla strada non smette un attimo d’arrivare il rullo dei tamburi, gli applausi dei bambini e il suono metallico dei coperchi delle pentole… è capodanno oggi! Inizia l’anno del Topo!

Ormai i preparativi sono finiti e sulla via Le Loi i venditori di fiori stanno facendo grandi saldi delle ultime piante rinsecchite che gli sono rimaste. Anche loro hanno fretta di andare a farsi belli per i grandi festeggiamenti di stasera. In quest’ultima settimana ogni spiazzo libero, ogni angolo di strada era occupato da improvvisati venditori di bonsai, di fiori sgargianti e dei tipici alberelli a fiori gialli che si usano per augurare felicità nell’anno nuovo. Già da un paio di settimane negli altari degli antenati sulle soglie delle case e dei negozi non hanno mai smesso di bruciare gli incensi e le offerte di riso e frutta si sono fatte ogni giorno più abbondanti e vistose. Oggi sui marciapiedi in piccoli fuochi le famiglie bruciavano soldi finti, carta decorata, bigliettini con scritte sopra frasi segrete. Le donne sono tutte indaffarate a cucinare e ogni tanto fanno una scappata in strada a comprare qualcosa che si son dimenticate, della menta, una zampa di maiale.

Inizia la festa…andiamo…

  

 

 

VIVA IL TOPO! AUGURI A TUTTI!

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You number one, you number ten

 

Il mondo è diviso tra numeri uno e numeri dieci.
You give me money, you number one, you no give money, you number ten.

 



Il Vietnam è il paese più bello che abbiamo attraversato finora in Asia, verdissimo, ricco, rigoglioso e diversificato, tra le catene montuose nella parte occidentale verso il Laos, la campagna disegnata di risaie e le splendide spiagge lungo tutta la costa orientale, bagnate dalle acque del Golfo del Tonchino a nord e del Mar Cinese Meridionale più a sud.
Il Vietnam è anche il paese più facile in cui viaggiare tra quelli che abbiamo finora incontrato. Con la Cina non è possibile neanche fare un paragone: l’Impero di Mezzo è  una terra dura e fredda, le distanze culturali, la lingua, il carattere caciarone e pratico ma poco espansivo dei cinesi sono ostacoli che rendono il viaggio faticoso e conflittuale e forse per questo sorprendente e interessante.
Il Giappone tecnologico, efficiente e perfettamente organizzato permette un viaggio senza troppi imprevisti, ti culla nella sua quieta carineria tanto quanto nella sua ordinata caoticità;  i Giapponesi però, gli unici esseri umani giapponesi che io abbia mai incontrato nella vita, sono quelli che in gruppi di trenta si mettono a fare le fotografie stupide davanti ai monumenti delle città italiane o europee. La distanza umana e culturale è fortissima: fossi anch’io malata di merci e di shopping, avrei questo da condividere con loro. Ma non lo sono e mi ci vuole un mese solo per cominciare a ricordare nella loro difficile lingua come si dice “buonanotte” e “quanto costa”e a intuire che, nonostante una pressione e un controllo al limite della sopportazione, sono persone aperte e cordiali, curiosissime di ciò che è  diverso, umili e con tanta voglia di studiare culture a loro lontane.
Il Vietnam è come se lo conoscessi già. Nel mio immaginario esiste.
DIECI CENTO MILLE VIETNAM!!” Lo slogan-mito della generazione dei miei genitori, Berkley e le  quattrocentomila persone davanti alla Casa Bianca, Apocalypse now e la tragedia di una nazione, il colpo duro all’imperialismo USA.
Un popolo che non conosco per non averlo mai incontrato, ma che rispetto per un’ideale idea. Hanoi che resiste a milioni di bombe americane ;“BOMB HANOI” era lo slogan degli americani favorevoli a spazzare via per sempre questa fogna gialla e comunista, Saigon che viene liberata nel 1975 che è anche l’anno della mia nascita e mi procura da sempre un vago senso di orgoglio.
Ma, come sempre nei viaggi, puoi accontentarti di inseguire quello che ti sei creato nella tua mente o lasciarti travolgere da quella che è la nuova realtà che incontri, e ti scontri. In Vietnam stiamo facendo del puro e semplice turismo. Ostelli efficienti, alberghetti organizzati e economici, gita di gruppo al mausoleo o al tempio, gite in barca, a volte anche privata. Tutto è meraviglioso, dico sul serio. I templi sono incantevoli, la natura tropicale lussureggiante, le acque dei fiumi calme e ricche di imbarcazioni pittoresche, stupende da osservare e fotografare.
Di che lamentarsi dunque, viziata europea in cerca di avventura? Sto scrivendo seduta su una sdraio del mio bungalow, in riva al mare. La partitella di calcio del tramonto sta per cominciare, i ragazzi vietnamiti si scaldano e come sempre la palla rotonda crea complicità facili. Oggi però io non gioco perché ieri un  australiano che si è confuso con il football mi ha tirato il classico pestone. E’ una giornata incerta di nuvole e sole.
 

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