I proletari come devono guardare al G8?

Spulcio la rete alla ricerca di appuntamenti, indizioni, concentramenti. Capito su Indy ed è la mia sventura. Ecco una perla di saggezza dalla Newswire di Indy Lombardia:

I proletari come devono guardare al G8?

Con la massima diffidenza perché i governanti dei paesi più potenti
del mondo che si riuniscono a L’Aquila non potranno risolvere alcun
problema che colpisce le condizioni di vita e di lavoro delle grandi
masse proletarie del mondo: la disoccupazione, le malattie endemiche
dell’Africa o dell’Asia, la casa, la fame, la miseria, le distruzioni
di guerra o di catastrofi cosiddette naturali.

Fino a qui, a parte un po’ di prosopopea, tutto bene. Sul problema siam d’accordo, è sulla soluzione che si scricchiola:

Ai proletari non resta che incamminarsi verso la ripresa della lotta di
classe, contro la propria borghesia innanzitutto, riorganizzandosi sul
terreno immediato a difesa esclusiva dei propri interessi di classe.

Posted in LA TERRA TREMA | Comments Off on I proletari come devono guardare al G8?

Le mamme aquilane aspettano i Nani della Terra..

..e io sono molto molto curiosa di sapere cosa hanno in serbo per loro.

Intanto, mentre io mi sbatto a destra e a manca per trovare un buchetto in una tenda dove piazzare il sacco a pelo e organizzo il viaggio, il biglietto, il computer, mentre penso alle magliette, alle scarpe (stivali!),  ai caricabatterie e allo spazzolino da mettere in valigia, mentre io mi preparo con questa eccitazione un po’ sciocca a un nuovo G8 (otto anni dopo) la terra non fa che tremare sempre più forte.

E Obama ha già dettato al servo-nano il suo piano di evacuazione: 

"La Casa Bianca ha chiesto che l’eventuale evacuazione venga realizzata
in due fasi: la prima con gli elicotteri per mettere in salvo i capi di
Stato e di Governo. L’altra, con i mezzi di auto-trasporto, per
trasferire a Roma i membri delle delegazioni (si tratta di 26 persone
per ognuno dei 39 paesi presenti al summit)".
(su Repubblica oggi)

Posted in LA TERRA TREMA | Comments Off on Le mamme aquilane aspettano i Nani della Terra..

“Dove va l’umanità?” “Boh”

…e poi, dopo aver attraversato di corsa l’India da Calcutta a Bombay fermandoci per un bagnetto sacro nel Gange a Varanasi, dopo aver avuto appena il tempo di farci stordire dal profumo dolce e un po’ marcio del subcontinente, ubriache di incontri e di parole scambiate in quell’inglese sentenzioso e un po’ pedante che si parla in India, proprio quando stavamo iniziando a prendere confidenza con le vacche e coi loro sguardi altezzosi e imparavamo il sapore dell’aria umida e piena di lucciole che ti accarezza la faccia quando la notte siedi davanti alla porta aperta del treno con le gambe a penzoloni, senza avere avuto il tempo di dirvi di tutto questo e altro ancora, ecco, noi siamo tornate.

 

 

"Dove va l’umanità?" "Boh"

(Mao Tze Tung in un’intervista rilasciata a sir Edgar Snow,
la battuta è inserita da Pasolini in apertura di Uccellacci Uccellini)

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 2 Comments

Bangkok, che ci faccio qui?

 

La Cambogia dietro al confine più sgangherato del mondo e un visto scaduto a pagina ventinove del passaporto. Quattro mesi e non basta ancora, ma l’autobus corre dritto verso Bangkok e l’unica cosa che si può fare è saltare giù e nascondersi da qualche parte camuffati sotto una krama. Poipet, dal lato cambogiano della frontiera, è un inferno di fango e ragazzine a poco prezzo. La Tailandia, ad appena cinquecento metri, ti aspetta comoda, pulita e sorridente: i filari di alberi lungo l’autostrada a tre corsie sono stati una sorpresa inattesa e dall’aria un po’ svizzera.



Una notte piena di lampi silenziosi contro al cielo giallo agitava il cuore dopo questo viaggio da macchina del tempo. Il pulmino ad aria condizionata che ha dato il cambio allo scassone cambogiano dopo il confine ci ha sputati fuori a KhaoSan road, una sorta di piccola Amsterdam che è in sostanza il parcheggio, e la Disneyland, dei farang (occidentali).
In Tailandia si guida a destra: dovrei essermi abituata a guardare da entrambe le parti prima di attraversare, visto che in Cambogia si guida in sostanza dove capita e dove ci sono meno buche, eppure semafori e strisce pedonali mi devono aver riempito di una sciocca sicurezza tanto che ho mancato per un capello di farmi spiattellare almeno tre volte. A parte questo Bangkok è bellissima e bisogna proprio essere dell’umore giusto per perdersi in incubi di sapore bladerunneriano, tra le sopraelevate a tre livelli e i palazzi abbandonati che lampeggiano di neon dimenticati accesi durante l’ultima glaciazione. In realtà la città è fatta per gran parte di case basse coi gatti alle finestre, di tavolini sui marciapiedi, di fiori e templi di tutte le risme, di adolescenti brufolosi e felici con la divisa della scuola, di canali navigabili, di scoiattoli e di succhi di frutta. Della Tailandia ne abbiamo sentito parlare per mesi dai khmer, di quanto è ricca e bella e ordinata. Avevano ragione a immaginarla così, ma sembra più un incubo che un sogno per loro: in questa specie di Giappone tropicale se ne vedono in giro parecchi a fare i muratori di notte nei mille cantieri della città, a vendere paccottiglia al mercato dei ladri e a spazzare le strade, con la loro pelle color del rame e gli occhi grandissimi e sfuggenti.
Ti tuffi come un pescetto in una città nuova che sembra non finire mai, ma non hai pinne e allora cammini cammini cammini finchè non incontri qualcosa che ti ferma i piedi e lo sguardo. Solo allora ti presenti, dici chi sei a questo miracolo di umanità disordinata che è ogni città. Questa volta è successo con una manifestazione di protesta dei lavoratori della società pubblica di elettricità (non ne abbiamo capito molto, ma aveva a che fare coi salari, “we want money” sono riusciti a spiegarci). Ci siamo sedute lì, abbiamo ricevuto uno speciale ringraziamento dallo speaker e due bicchieri d’acqua in omaggio, qualcuno ci ha dato due bottigliette di plastica piene di palline colorate per fare rumore, abbiamo cantato qualcosa il cui significato ci è rimasto oscuro e abbiamo aspettato la delegazione entrata a trattare con l’azienda insieme ai lavoratori vestiti tutti di arancione. A casa nostra. Respiro.


Ma la città, si sa, stanca. Da brave italiane in vacanza abbiamo fatto una gita per vedere questo famoso mare, su una di quelle isolette di paradiso in cui noi europei veniamo a spendere i nostri quindici giorni di ferie e i nostri grossi soldi. Secondo me la Grecia è più bella e anche notevolmente meno sputtanata, ma c’è da dire che il monsone è stato veramente inclemente e non ha dato tregua che per una mezza mattinata di sole incerto: forse questo non ha aiutato Koh Samet a sprigionare tutto il suo fascino. La pioggia sul mare, comunque, è sempre uno spettacolo commovente. In realtà si viene in Tailandia (che sarebbe come chiamare casa nostra Italyland, e non è molto giusto, non so se mi spiego, sembra il nome di un villaggio-vacanze) perché questa è la vera Casa delle Libertà: si fuma bene, si beve male ma a poco prezzo, c’è l’aria condizionata dappertutto, si scopa facile, si mangia sui tavolini in spiaggia con le onde che accarezzano i piedi, ci si ammazza di shopping e di massaggi. Fine del messaggio pubblicitario.



Bangkok comunque, l’ho già detto forse, è veramente meravigliosa, invivibile ma meravigliosa davvero, e se non mi fossi tagliata un piede scivolando su una conchiglia paradisiaca non sarei certo qui in camera con il computer sulle ginocchia e una benda ridicola che lascia fuori solo le unghiette dipinte di viola a scrivere e a pregare le mie piastrine di darsi da fare. Anche perché domani non è un giorno qualsiasi: domani è l’India.
Ci abbiamo provato in tutti i modi ma arrivare a Bombay via terra non si riusciva proprio. E’ vietato entrare e uscire dalla Birmania a piedi: la junta accetta solo turisti volanti per timore di infiltrazioni umanitarie (come dargli torto, d’altra parte, coi benefattori non si è mai troppo prudenti). Così domattina saliamo su un aereo e tempo un’ora atterreremo a Kolkata, India. E da lì ricomincia il viaggio.

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 2 Comments

Far East


Quando l’autobus mi ha lasciato alla fermata di Snuol pioveva a dirotto e una mandria di mucche di passaggio aspettava che il cielo schiarisse sotto la tettoia dell’autogrill. Snuol non esisteva prima che fosse costruita la strada che da Kompong Cham si snoda in mezzo alle risaie e sale fino agli altopiani di Mondulkiri. Non c’è modo di continuare il viaggio oggi e devo fermarmi qui per la notte. Snuol è una piazza di terra rossa che funge da mercato, da stazione, da parcheggio, e da pascolo. File di case di legno su palafitte si perdono tra le colline tutt’intorno. C’è una guest-house, tre ristoranti e due giostre che sparano musica disco nell’aria carica d’umidità dopo il temporale.

Ci sono due matti a Snuol. Una signora scheletrica che dirige il traffico cantando sempre la stessa canzone sbiascicata e accordando sempre la precedenza ai vitelli, inveisce in particolare contro tutti gli autobus di passaggio, obbligandoli a fermarsi finché qualcuno non viene a portarsela via. E c’è un vecchio che in una continua grottesca rappresentazione raccoglie introno al mercato le fascette di plastica dura che tengono chiusi gli scatoloni e si avvolge il corpo e la testa con queste strisce multicolori, sempre di più, sempre di più, finché non somiglia ad un immenso groviglio semovente. Allora qualcuno prende una forbice e lo libera e lui lancia un grido con tutta la voce che ha. Snuol sembra il selvaggio west che m’immagino io. Ho chiesto a due americani di Salt Lake City arrivati in moto dopo un viaggio spaventoso da Phnom Penh se era davvero così laggiù, ma mi hanno detto che il selvaggio west non l’hanno mai visto, che non esiste più e che forse non è mai esistito. Davanti al balcone della guest-house, che potremmo davvero definire essenziale (il bagno ad esempio consiste di un buco nel pavimento dietro una tenda sbiadita), un enorme ripetitore telefonico si staglia tutto illuminato contro il cielo nero della notte. Mi siedo sul balcone a fumare una sigaretta da sola e vengo immediatamente fraintesa da un gruppo di soldati in cerca di distrazione. Che ci fanno qui? Chiudo il catenaccio di camera mia e dopo un paio di rumorose spallate alla mia porta desistono e vanno a cercar sollazzo altrove.

Il mattino seguente i conducenti dei pick-up si contendono i passeggeri per la salita verso Sem Monorom, il capoluogo della provincia di Mondulkiri. Caricano il cassone della jeep di pesce vivo, polli, patate, cetrioli, taniche di benzina, vestiti, carbone, motorini, valige, quarti di bue, fornelli di terracotta, seggiole e ghiaccio finché la sagoma del fuoristrada non somiglia, fatte le dovute proporzioni, a quella di una lumaca. Coprono tutto con un bel telo di cerata blu e invitano i passeggeri ad accomodarsi su questa montagna di masserizie. Ci lanciano delle corde e raccomandano di restare aggrappati. Il conducente chiede anche in khmer ai miei compagni di viaggio di darmi un occhio, non si sa mai con questi barang, capita che si addormentano e finiscono per volare giù alla prima curva. Risate. La salita dura sette ore, di cui le ultime tre con una pendenza impressionante. I khmer, come sempre, si abboffano all’area di sosta in cui ci fermiamo dopo tre ore di viaggio e iniziano a vomitare metodicamente tutto quello che hanno ingurgitato. Altre risate. La strada si inerpica in mezzo a una foresta bellissima e spaventosa, a perdita d’occhio, e tra i rami degli alberi più alti si dondolano scimmie piccole e grandi. Alla fine, quando quasi fa scuro, arriviamo su una sorta di gigantesco altipiano tutto ondulato di colline ora ricoperte di foresta densa, ora puntellate di pini, ora piatte d’erba verdissima. Un paesaggio, se vogliamo fare un paragone, che mi ha ricordato un po’ Asiago, anche se Margherita dice che somiglia di più ai colli senesi.

Sen Monorom è una cittadina di frontiera: ci convivono vietnamiti (il confine è vicinissimo), khmer, phnong e anche qualche cinese. In cima al paese al centro di una rotonda c’è un monumento che rappresenta due bufali selvatici: questo è il posto dove ci si dà  gli appuntamenti. Alcuni individui pieni di immaginazione parlano di Sem Monorom come di una piccola Svizzera cambogiana; in effetti ci sono due laghetti turchesi in fondo al paese, ma la somiglianza si ferma a questo (se poi uno stagno pieno di persone che lavano i panni e i piatti e di bambini che pescano possa in qualche modo richiamare a mente la suissa, come si chiama qui, beh, questo è tutto da vedere). 

 

La notte in Mondulkiri è buia e c’è pieno di stelle vicine: la corrente elettrica è erogata per tre ore al giorno, ma anche su quello c’è poco da contare. Un ragazzino phnong intraprendente ha messo su un internet point equipaggiato di un computer in quella che era la stalla di casa sua e vende la sua unica e preziosa connessione satellitare alla bellezza di due dollari l’ora. L’attività va a gonfie vele e lui guadagna già più di suo padre che si spacca la schiena nei campi: poco importa se anche in quelle tre ore la corrente salta in media almeno tre volte al giorno, le cose non faranno che migliorare, dice. Questa fiducia nelle sorti progressive, questo sguardo speranzoso, sono un retaggio della versione edulcorata e attraente di cristianesimo che le missioni di ogni risma (ma soprattutto protestanti), diffondono nelle anime disorientate degli indigeni. A Bu Srei, il più importante villaggio Phnong della zona ci sono tremila persone e quattro chiese, una media invidiabile. Oltre a predicare la buona novella, naturalmente, sono molto impegnati nel sociale, costruiscono pozzi (perché il fiume ormai è inquinato dai diserbanti delle piantagioni di caucciù), insegnano il khmer ai bambini in età prescolare (perché altrimenti quando arrivano a scuola non ce la fanno a seguire le lezioni), fanno opera di mediazione nelle sempre più frequenti dispute sulla terra, offrono assistenza medica. Qui lo scenario cambia: lasciamoci indietro il far-west e allestiamo un set da America Latina nei secoli d’oro dell’evangelizzazione del buon selvaggio, che ne so, una cosa tipo Mission con De Niro, per capirci.

Una grande sala vuota, tutta di legno e su palafitte, spoglia e commovente, con un Cristo anche lui di legno in fondo. Ecco la nostra chiesa. I bambini nudi spiano da dietro la porta. Solo un’immagine. Ora non mi perderò via a dirvi quanto considero dannosa, arrogante, perniciosa, ipocrita, imbarazzante e organica al sistema la presenza di questi evangelizzatori di frontiera: già si sa. Per intanto convertirsi sembra portare parecchi vantaggi: borse di studio per mandare i figli a studiare nella capitale, niente più alberi da rispettare o da preservare (vedi case di legno pregiato e insospettate possibilità di commercio), rinascita dopo la morte assicurata e, naturalmente, il Paradiso. Non ci facciamo mancare niente.

Non ne so molto dei phnong. Stanno a cavallo tra la Cambogia e il Vietnam (il che significa in pratica che hanno vissuto in zona di guerra per una quarantina d’anni), hanno sempre vissuto della foresta e nella foresta, in modo seminomade finché le compagnie cambogiane e straniere non hanno iniziato a occupare e vendere le terre lasciate a riposo durante la rotazione biennale. Finché gli stranieri con i dollari non hanno iniziato a venire qui e a decidere di possedere la terra. Ma che significa possedere la terra? Concetto estraneo ai phnong ma, a quanto pare, molto convincente. Mentre ero là mi è capitato di assistere a una assemblea pubblica tra le comunità locali e un’impresa di  sfruttamento della terra, con dei rappresentanti del governo a mediare. La compagnia afferma di avere già investito un milione di dollari nel progetto: questo argomento ha fatto molta impressione sugli anziani del villaggio. I rappresentanti del governo sono stati spudorati: hanno cercato di convincere l’uditorio che dar fuoco alla foresta per piantare caucciù (uno dei vecchi-nuovi business agricoli cambogiani) è una cosa buona, “verde”, e che porta sviluppo. Che differenza fa in fondo, sempre di alberi si tratta! Poco importa se ci vogliono i diserbanti, se gli animali stanno sparendo e se bisognerà asfaltare la strada, spianando così letteralmente la pista a torme d’altri investitori, fabbricanti, businessmen. E’ lo sviluppo, babies, o volete continuare con questa scomoda vita da età della pietra?

 
Al tramonto Neth, il responsabile di una ONG cristiana che lavora con gli indigeni (non fatemi dire cosa penso delle ONG dopo cinque mesi di Cambogia…), mi porta in cima a una collina più alta delle altre a vedere il sole tramontare dietro una distesa di foresta che sembra non finire mai in nessuna direzione si guardi, mentre l’umidità della sera sale da questa morbida distesa verde e si raccoglie in nuvole sfilacciate che sembrano stare appoggiate sui rami più alti. Cala la sera e corriamo in moto verso la sommità di un’altra collina, dove c’è una costruzione di pietra a pianta tonda con dentro la statua di un anziano appoggiato al suo bastone, e fiori, piante, ghirlande, piatti di pollo e oggetti devozionali di tronco di banano: c’è un altro spettacolo che non posso perdermi. Lo spettacolo è la microscopica città di Sem Monorom che si illumina di neon mentre in cielo si spengono gli ultimi bagliori arancione del tramonto e si accendono le stelle una ad una. Neth dice che Hong Kong lui se l’immagina così, come un prodigio di luci artificiali che fanno sognare la città.
 

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 2 Comments

Matrimonio alla cambogiana

Abbiamo passato la mattinata a Tuol Tom Poung, il mercato russo, per cercare qualcosa di adatto: un matrimonio cambogiano non capita tutti i giorni e volevamo metterci un po’ eleganti per l’occasione. Naturalmente non ci siamo riuscite, tutte le volte che cerco di vestirmi bene io finisco sempre per sembrare una scugnizzella napoletana e, siccome la Titta si fida di me in queste cose, sembravamo due scugnizze cambogiane, con tanto di infradito d’oro e d’argento e di miniabito sopra i jeans aderenti che fa tanto bambolina debuttante. Sul furgoncino di misterRi eravamo una mezza dozzina prelevati da ogni angolo di Phnom Penh, e scelti in base a oscuri criteri familiari lavorativi e chissà che altro, tutti con la busta rossa dell’invito tra le mani. Il cielo iniziava a riempirsi di nuvole di burro che scurivano piano piano. In mezzo ai campi inondati di fresco dalle piogge abbiamo chiacchierato una mezz’ora durante il viaggio finché non abbiamo passato sulla sinistra i Killing Fields, l’area in cui i Khmer Rossi finivano a bastonate e interravano in fosse comuni gli oppositori del regime e che ora ospita una grande teca piena di teschi a guisa di monumento ai caduti: è sceso un silenzio spesso e nessuno sapeva più bene cosa dire. Poi è scoppiata una pioggia felice e rumorosa come quelle che si rovesciano qui nel primo pomeriggio, l’aria si è alleggerita e le parole sciolte. Qualcuno ci ha chiesto se eravamo già andate al monumento: è noto che i barang gongolano a parlare di queste cose un po’ truci, blaterando con aria rassegnata qualche cazzata sulla natura dell’uomo. No, non siamo andate. Non so neanche dove è sepolto mio nonno, figuriamoci se vado a spiare la luce che filtra tra gli occhi cavi nei crani di degli sconosciuti cambogiani. Il matrimonio era a solo un paio di chilometri da lì, lungo una sterrata stretta e diritta che parte a sinistra della provinciale per Chau Doc. Quando c’era PolPot da casa si sentivano le urla, ha detto un invitato per fare colpo sui nostri cuori teneri. I pranzi di nozze qui si fanno in strada, montando tra le case un grande gazebo svolazzante di tende rosa e gialle, in città come in campagna, bloccando il traffico di motorini o di bufali rispettivamente. Un comitato di signorine elegantissime accoglie gli ospiti con un sorriso e le mani giunte sul petto (se sei un pezzo grosso o se sei molto anziano hai diritto anche a un breve inchino del capo).

 

In Cambogia ai matrimoni si mangia e si balla: dalla cerimonia religiosa tutti gli invitati sono dispensati. Tra i tavoli rotolavano cani, mocciosi a caccia di lattine da vendere al riciclaggio e qualche rara vacca, oltre a un simpatico maiale, che girava un po’ a distanza e sembrava di compiacersi di non essere il pezzo forte del menu. Appena arrivate siamo subito state aggiornate sullo stato finanziario delle due famiglie, sul costo degli abiti (lo sposo si è cambiato una decina di volte nell’arco della giornata), sul prezzo del catering. Settecento invitati, divisi in due turni di nutrizione, alle tre e alle sei di pomeriggio, settanta dollari a tavolo diviso dieci persone ogni tavolo sono sette dollari a testa, con la malcelata preghiera di farcire la busta rossa di una quantità di dollari quantomeno pari a questa cifra: se si invitano le persone giuste si riesce anche ad arrivare a guadagnarci, ci spiega misterRi che di fiuto per gli affari ne ha da vendere. La nostra munificenza è stata premiata con una cassa omaggio di lattine di birra Angkor, lo sponsor ufficioso delle nozze. Gli sposi erano uno più brutto dell’altra, ma si sa, ogni scarafo è bello a mamma sua (ma che dico, dio li fa e poi li accoppia, questo è il proverbio giusto). Erano anche entrambi discretamente annoiati, niente di nuovo, in compenso i suoceri erano raggianti e giravano tra i tavoli a raccogliere le congratulazioni. Non abbiamo legato molto con gli altri invitati: le signorine erano tutte imbacuccate nei loro sarong da cerimonia, rigide come i faccioni di Bayon nel loro trucco volgare, che le fa sembrare un po’ degli attori di teatro in attesa di salire sul palco. E in effetti nient’altro che di un palco si tratta, visto che i maschi le soppesavano con sguardi meticolosi e carichi di progetti matrimoniali futuri, un po’ come si faceva alle nozze da noi un tempo, e forse anche adesso, il lancio del bouquet e tutto il resto. Anche gli uomini, come dicevo, erano tutti presi a godersi la rappresentazione, tra un’anatra e una zuppa di gamberi, e non ci filavano molto, anche perché col cambogiano che sappiamo parlare noi non è così facile perdersi in discorsi metafisici. Abbiamo però fatto amicizia con la madre dello sposo, una donna piccola, dolce e grinzosa che ha passato gran parte della giornata a toccarci la pelle e a cercare, con qualche successo, di comunicare con noi.

Proprio quando il complessino musicale era entrato nel vivo della serata e gli ospiti, storditi di vino di palma, cominciavano a farsi avanti sul palco per cantare al microfono le canzoni della loro giovinezza siamo dovute andare via, non prima di aver consegnato alla sposa la busta con il nostro contributo monetario e avere fatto la fotografia di rito. Insomma, abbiamo appena fatto in tempo a ballare tre canzoni, girando in cerchio come si fa qui intorno a un trionfo di frutta futurista, e subito misterRi ci ha convocato all’ordine e messe sul furgone: il suo socio vomitava da due ore in ogni dove e la situazione iniziava a farsi imbarazzante, coi cani che lo seguivano e si contendevano i bocconi migliori. Non era l’unico, a dire il vero. D’altronde, quale migliore ragione per andare a un matrimonio che non quello di prendere una bella sbronza gratis?

 

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 3 Comments

Una domenica barang

 

Le acque del Tonlè Bassac scivolano lente verso la foce. Nel punto in cui i quattro fiumi si incrociano l’acqua ha un colore strano e ribolle un poco. C’è un’isola piccola piena di bambù, in mezzo all’incrocio, per così dire, così verde e piatta che viene voglia di mettersi lì a dormire e lasciarsi inglobare da quest’enorme massa d’acqua ordinata che sa dove andare. Una vita così. Chissà. Ogni anno aspettare che l’acqua del Bassac si assottigli, e che letto secco del fiume si faccia invadere dalle onde del mare, invertendo come per magia il suo corso. In ogni caso non è urgente, se ne può riparlare tra mezzo secolo.
Phnom Penh è piccola, più di Milano, e il peso specifico della sua diversità intrinseca stupisce. Nessuno fa grandi sforzi per assomigliare al posto dove vive. C’è chi stende un’amaca tra un semaforo e un palo della luce e fa una pennica come fosse lì a dare un’occhio alle mucche che pascolano. C’è chi gira con dei 4per4 enormi come fosse ad una safari. Il fatto stesso che io viva qui, al quarto piano di via 139 numero 30, ha a che vedere con questa eterogeneità  quasi assurda. Sembra una polla piena d’acqua e olio e non si mischiano se non quando scuoti per bene il contenitore, e, anche quando lo fai, dopo cinque minuti tutto è già tornato come prima. Salti sulla bicicletta e inizi a pedalare verso il fiume. Passi dal quartiere intorno alla pagoda, e, se ti fermi cinque minuti ad aspettare, arriva sempre un vecchio che ti apre la porta di certe cappelle minori, ti fa sedere in terra e inizia a dire parole in rima spruzzandoti addosso dell’acqua. Sui gradini delle casette a due piani, perlopiù squattate, manciate di uomini con solo una krama legata sui fianchi se ne stanno seduti a giocare a carte. I giovani monaci in servizio alla pagoda se ne vanno in giro nei loro venerandi mantelli arancione con l’aria un po’ pretizia, con le mani giunte e gli occhi bassi, e lanciano via via i loro hello! alle signorine di passaggio (sono piuttosto tamarri, a pensarci bene, con le ciabatte di cuoio e gli occhiali da sole sul cranio rasato. Questa è una cosa che all’inizio destabilizza un po’ ma poi diventa divertente perché ti permette di conservare un certo margine di sano ateismo qui dove tutto sembra avere un alone sacro di reverenda rispettabilità). Continui il tuo giro in bicicletta e passi dalla zona delle villette e dei palazzotti di appartamenti fully furnished degli stranieri, dove c’è solo filo spinato e Land Rover. Tiri dritto fin quando arrivi sul lungofiume e lì i palazzi coloniali hanno gli stucchi freschi e i fiori sui balconi. Sui marciapiedi i bambini vendono copie pirata delle guide Lonely Planet (vale a dire fotocopiate e rilegate con una passatina di colla) e offrono la loro sorella al bavoso di turno. E tutto è così vicino, a tratti sovrapposto, perché la città è piccola e anche abbastanza nuova.

  

In tutto questo, ma forse è vero ovunque, anche se hai delle buone intenzioni capirsi e farsi combaciare è a volte estremamente difficile. A parte la lingua, che è l’ostacolo meno insormontabile di tutti. Ci sono gli orari: farti una telefonata alle sei di mattina è normale per i cambogiani, ma io rispondo solo perché penso che a quell’ora assurda non possa essere che una grave emergenza. Poi ti capita di aver voglia di uscire a bere una birra e di chiamare qualcuno e una voce impastata di sogni ti risponde dall’altro capo del filo, ma sono solo le nove e mezza! Ci sono le cose di cui si può parlare e quelle di cui non si può. Ci sono dei gesti che li imbarazzano. C’è l’intensità con cui si dicono le cose che è diversa: al tono standard milanese, frontale per così dire, i cambogiani non rispondono che sì, ma non necessariamente questo indica un vero assenso. Ed è così che ti accorgi che la spontaneità è una gran bubbola e che per entrare in comunicazione con le persone diverse ci vuole troppa attenzione, e cura, e sempre devi fare questa traduzione mentale tra i mondi. Devi metterti lì a osservare in che cosa sei diverso e fare un fagotto di tutta questa tua diversità, e portartelo in giro sempre, e avere voglia di aprirlo a chi ti chiede cosa c’è dentro e che cosa vuol dire quello e questo.

Chez Mama è un ristorante per espatriati famoso, bisogna dirlo, soprattutto per i suoi prezzi bassi. Domenica ci siamo andate a fare colazione. Ci puoi incontrare nello stesso quarto d’ora un olandese in pensione a caccia di ragazzine e una coppia di australiani che lavorano al ministero della salute. Il proprietario è un giovane accademico che parla cinque lingua e che si occuperebbe di archeologia se gli stipendi statali non fossero così irrisori, praticamente simbolici. Sua moglie ha partorito settimana scorsa la loro terza figlia femmina, che ha chiamato Monika. Mr Mama era molto deluso. Per concepire un maschio avevano seguito ogni sorta di accorgimento, dalla misurazione ossessiva della temperatura alla posizione astrologica del letto, alla posizione fisica dell’atto, e ce ne sarebbero altri. Ma niente. Era proprio deluso e io ancora in venticinque anni non sono riuscita a capire che fottuta differenza gli fa a un genitore se nasce un maschio o una femmina.
Aspettando il caffè ho fatto un salto a comprare della frutta per la gita in piscina di oggi. La signora della bancarella credeva di avere quello che faceva per me : POM ‘MRICAAN, mele americane. Trionfante mi mostra il bollino “FUJI”. Anì japanes, atè mricaan, le dico. Allora mi fa vedere un secondo bollino che recita “MADE IN USA”: queste mele fanno proprio contenti tutti. Kniom at tioltiet mricaa, a me non piace l’America, le dico. Sbuffa: questi francesi non capiscono niente, sibila alla sua vicina di banco. ANI’ CHNGAI, MRICAAN!!, queste qui son deliziose, dice alla fine a me scandendo le parole come fossi cretina. Cedo: compro due mele americane ma, come tutte le mele in Cambogia, non sanno assolutamente di niente.
Nella piscina dell’Hotel Cambodiana, che sta su una terrazza proprio davanti all’isoletta filosofica di cui parlavo all’inizio, ho chiesto un coltello e mi hanno portato una mannaia da macellaio per sbucciare le mele. In Asia non si usano i coltelli a tavola, me lo dimentico sempre.

Prossimo post: al matrimonio di campagna.

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 1 Comment

Una domenica in sangkat

Mi sono alzata tardi stamattina, che è quasi una bestemmia qui che la città si anima alle cinque. Ieri sera mi sono cacciata in un party revival di musica khmer degli anni ’60, roba che di solito qui si balla ai matrimoni un po’ tamarri, proprio come quello che si sta svolgendo da ieri sul marciapiede qua sotto (ci sono speranze che domani abbiano finito). Scesi i quattro piani di scale per andare alla festa, tra l’altro, avevo appena constatato che la mia bici non c’era più, rubata. I ragazzi della rivendita di ghiaccio di fianco alle scale di casa dormivano già beati e abbracciati gli uni agli altri sulle grandi ghiacciaie arancione impacchettati nelle zanzariere, erano le nove e mezzo e in strada non c’era più nessuno. Non solo. Avevo passato le due ore precedenti a raccogliere l’acqua che negli ultimi giorni, da quando è arrivato il monsone, ha preso a colare in ruscelletti lungo i le pareti (in particolare attorno alle canaline dell’impianto elettrico) e a raccogliersi sul pavimento. Per farla breve, tra l’umore precario e i cocktail al succo di canna di zucchero, la serata è finita tardi e in modo abbastanza alcolico. Figurarsi che ho dato un dollaro e mezzo al moto-dop, il motopassaggio a pagamento, perché non sono riuscita a condurre un’onesta e regolare trattativa in khmer.
Stamattina allora me ne sono stata a letto fino alle undici (m’ero portata su il ventilatore apposta perché dopo le otto a letto si cola di caldo), e ho continuato a dormire ignorando con ostinazione i bambini che gridavano dalle sette sul balcone e il fumo del braciere appena acceso dalla vicina per preparare la colazione.
La moka (ce l’hanno prestata degli italiani che vivono qui) funziona a meraviglia con il caffé del Laos. Certo va bene anche il caffé vietnamita, ma la consistenza con il cafè Lao è veramente perfetta. Dopo colazione, banane e biscotti di riso, sono andata a comprare il ghiaccio (il blocco da mille riel dura circa ventiquattrore). Scendendo mi sono fermata dai padroni di casa che abitano al primo piano per parlargli delle inondazioni domestiche nel loro appartamento e per sollecitare un loro interessamento. Erano seduti a tavola, i nostri cinesi: mi hanno guardato tutti sorridenti, come fosse una domanda che si aspettavano, e mi hanno assicurato che avrebbero provveduto. Dopo una decina di minuti hanno mandato di sopra la nipote di provincia e la ragazza alla pari che vivono insieme a loro, così equipaggiate: una piccola ascia, del filo da pesca, un sacchetto di quei chiodini che si usano per fissare i fili elettrici al muro, due alti sgabelli di legno e un enorme tenda da doccia di plastica azzurra a losanghe. Hanno impiegato due ore buone a impacchettare, in modo decisamente fantasioso, la parte alta della facciata posteriore della casa, non senza aver prima convocato per un consulto sulla realizzazione una mezza dozzina di esperti del condominio e di aver assoldato una terza aiutante, che ha però passato la gran parte del tempo a contemplare la carta del Mondo appesa al muro, e anche la mappa di Phnom Penh, con la stessa stupita meraviglia.
La cugina di campagna voleva fermarsi ancora un poco per praticare l’inglese, ma io ho declinato perché è una cosa noiosissima. Sembra che tutti studino inglese in Cambogia. Sembra quasi un dovere. Chi non ha un secondo lavoro alle cinque va a studiare inglese. Purtroppo sembra che per imparare l’inglese qua si debba imparare a intavolare delle conversazioni idiote, o più precisamente: affettate, convenzionali, forzate . Come quelli che ti parlano della propria scuola di lingua come di un “campus”, che ti sciorinano le proprie “skills” e ti chiedono cose tipo: “what’s your favorite hobby?”

 

Ho declinato l’esercitazione di lingua e ho salutato la schiava dei padroni, che è molto bella e furba e ti dispiace che sia lì a fare quella vita di merda.
Così si sono fatte le quattro di pomeriggio e la luce ancora calda del sole filtrava attraverso i nuvoloni già pronti per la scroscio quotidiano. Sono scesa in strada e alla bancarella delle scommesse c’era un discreto assembramento di persone: è domenica. Al mercato invece non c’era nessuno e chi c’era se ne stava seduto all’ombra dei chioschi a chiacchierare e a bere il tè. Un paio di bambini nudi e zozzi giocavano nel fango in un angolo dello spiazzo. Non c’era altro e ho dovuto comprare per la gatta della carne di maiale dura come una suola, così poco attraente che la signora che me l’ha venduta mi ha chiesto due volte se ero sicura di volerla. Ma non le ho detto che era per la micia.


Tornando verso casa mi sono fermata a guardare tre ragazzini che lavavano con estrema diligenza un piccolo cane pulcioso e grigiastro, che stava lì immobile a farsi torturare e sembrava molto fiero di questo trattamento da giorni di festa che gli veniva riservato dai suoi amorevoli aguzzini.
Riprendo a scrivere: mi ero dovuta interrompere perché è entrata in casa mia una minacciosa delegazione di bambini in pigiama giallo: il più piccolo ha due anni e mezzo e portava trionfalmente con le due mani uno scolapasta pieno di litchis. Io ho fatto la mia parte nella cerimonia e ho offero al capo-delgazione l’uccellino di carta e stoffa che pende dalla credenza e su cui gli si erano misteriosamente incollati gli occhi. Pigiamino giallo accetta il baratto, mi sorride e esce deciso seguito dalla sorella e dalla sua socia della casa di fianco (i bimbi sono molto incuriositi da noi, ma soprattutto dai nostri nasi).
Così, storie di domeniche phnom-penoises..

 

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 2 Comments

Vita quotidiana in una (quasi) metropoli cambogiana

 

Non è più il basso e rado agglomerato di case aggrappato al palazzo del principe Norodom, la città silenziosa e deserta che Pierre Loti, il noto esploratore francese, incrociò nel suo viaggio verso i templi di Angkor nel 1901, ai tempi d’oro del protettorato francese. L’esploratore percepiva con disagio l’ostinata trasandatezza delle sue strade e notava con sgomento che “sono solo pochi anni che il re Norodom ha affidato il suo paese alla Francia e già tutto quello che abbiamo costruito a Phnom Penh mostra i segni della vecchiaia, sotto raggi roventi del sole; le belle vie diritte che vi abbiamo tracciato e in cui nessuno cammina sono verdi d’erba; la si direbbe una di quelle colonie antiche, il cui fascino è fatto di desolazione e silenzio…”
La Cambogia contava, all’arrivo dei francesi nel 1863, un milione di abitanti, dei quali circa diecimila abitavano in quella che pochi anni più tardi sarebbe diventata la capitale del paese. La città crebbe rapidamente negli anni del protettorato, si abbellì di palazzi e viali e raggiunse il culmine della sua floridezza negli anni sessanta, quando il paese ottenne l’indipendenza. Fu una stagione breve e spensierata. La guerra e poi l’assurdo impeto antimodernista dei Khmer Rouge la terrorizzarono e la spopolarono e, quando nel 1979 Phnom Penh fu liberata dall’esercito vietnamita, una troupe di cineasti della Germania Orientale potè documentare l’orrore di una città spettrale, completamente vuota, che la natura rigogliosa e impaziente dei climi tropicali stava riguadagnando alla foresta. Tutti questi rivolgimenti, come salti improvvisi tra il presente e il passato, hanno lasciato tra i muri e i cortili le tracce di quella follia e quel disastro è come congelato in qualche luogo della memoria dei suoi abitanti.

 


Phnom Penh però ha fretta di ritrovare la vita, e corre, corre a perdifiato per colmare il ritardo che ha accumulato in più di vent’anni di guerra. Dal ponte giapponese dell’amicizia, ricostruito di recente, è oggi difficile seguire con lo sguardo la linea bassa della città increspata qua e là dai contorni incurvati dei tetti delle pagode senza imbattersi in uno degli scheletri di cemento degli smisurati palazzi in costruzione. Il prezzo dei terreni edificabili e delle abitazioni è lievitato in modo stratosferico, duplicando di anno in anno. Nelle aree suburbane sono confluite negli ultimi anni persone disperate dai villaggi e dalle campagne, spinte dalla miseria perchè private dei mezzi di sussistenza dalla privatizzazione delle risorse naturali e dalle riforme economiche di liberalizzazione del mercato. Questi depositi umani di forza lavoro stanno accampati sulle sponde periferiche del fiume, intorno alle rive del lago Boeng Kak, lungo le strade nazionali che si dipartono a raggiera dalla capitale verso tutto il paese; capita spesso che le aree in cui sorgono questi accampamenti stimolino gli appetiti di qualche impresa costruttrice, che ottiene facilmente dal governo una concessione per bonificare l’area e dotarla di infrastrutture. Sgomberato il terreno e trasferiti gli ex-abitanti in una periferia ancora più periferica, con o senza indennizzi, le imprese si lanciano nella costruzione di cittadelle del lusso a basso costo, torri sigillate e lastricate di vetri fumé. Gli enormi funghi di cemento ancora senza finestre sorti nel mezzo e ai margini della città, che recano su un cartello piantato davanti al cantiere i nomi delle imprese costruttrici cinesi, giapponesi, coreane che finanziano i progetti, verranno presto finite, dipinte e sigillate. Lunghe file di condizionatori appesi alla facciata posteriore riforniranno i ricchi occupanti del bene più prezioso, l’aria.

 


Il proliferare di questi palazzi a condizionamento forzato è anche una delle ragioni per cui Phnom Penh non è più in grado di sostenere il suo stesso fabbisogno energetico e deve ricorrere a black-out programmati a rotazione nelle varie zone della città, black-out che, in questo che è il periodo più caldo dell’anno, arrivano a durare anche tre o quattro ore ogni giorno. Così chi se lo può permettere ha un generatore, gli altri stanno al buio e aspettano che passi.
Una notevole fetta della popolazione si trova oggi a condurre un’esistenza sul filo del rasoio a causa dei rincari dei generi di prima necessità e dell’inflazione che abbatte il valore dei salari. Molte famiglie hanno dovuto rivedere le proprie abitudini alimentari e il proprio stile di vita.
Il prezzo del gas, ad esempio, è un po’ più che duplicato da febbraio ad oggi e questo ha fatto sì che venissero rispolverati i bassi fornelli di terracotta e si ricominciasse a cucinare a carbone, sul balcone o sotto la finestra. Un chilo di carne di maiale è arrivato a costare anche cinque dollari, quando uno stipendio medio in una fabbrica o come cameriera si aggira sui cinquanta dollari al mese (ma anche venti, a volte). Il riso, che è l’alimento base della dieta cambogiana, sull’onda dei rincari di questo genere alimentare nel mercato mondiale e anche in conseguenza dei blocchi delle esportazioni di riso da parte di alcuni paesi vicini, ha raggiunto la bella cifra di quasi un dollaro al chilo, nonostante il governo abbia messo in circolazione le proprie riserve a prezzo calmierato per frenare l’impennata dei prezzi e abbia deciso di bloccare a sua volta le esportazioni fino a data da definirsi.
Ma la cosa che più stupisce camminando per le strade di Phnom Penh, e con cui si fatica a imparare a convivere, è la pressoché totale assenza di servizi pubblici. A parte l’elettricità, il cui prezzo oscilla pericolosamente con l’andamento del mercato, e che è fornita, seppur irregolarmente, in tutta la città, tutti gli altri servizi pubblici sono erogati privatamente e in modo frammentario. Il trasporto pubblico semplicemente non esiste: chi non ha un motorino o un’automobile si sposta in risciò, con i moto-dop (un servizio di moto-taxi assolutamente improvvisato e onnipresente), oppure in Tuc-Tuc (una sorta di carrozzella a due ruote che si attacca alla sella di un motorino e può trasportare quattro, ma in realtà fino a otto, persone). Neppure gli spazi verdi sono molti: non ci sono parchi, se non quello che circonda, cinto a sua volta da una rotonda trafficatissima, la collina di madame Penh, da cui la città prende, così si dice, il nome (Phnom Penh significa proprio questo, la collina di Penh). Spogliata della sua grazia sonnolenta da uno sviluppo accelerato e indiscriminato, Phnom Penh si affanna oggi per somigliare ad una qualsiasi frenetica metropoli asiatica, con le impietose stratificazioni sociali che si riflettono sfacciatamente nell’architettura della città.

 

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | Comments Off on Vita quotidiana in una (quasi) metropoli cambogiana

Perchè siamo ferme

 

Siamo ancora a Phnom Penh e ormai fa quasi un mese e mezzo: abbiamo affittato per novanta dollari al mese, un prezzo esorbitante, una casa all’ultimo piano di un palazzo che sta sull’angolo tra la via 164 e la via 139 (sono stati i francesi a inventarsi questo originale sistema di denominazione delle strade, numeri pari per le vie orizzontali e dispari per quelle verticali), proprio dietro il mercato di Orussey. Abbiamo svuotato gli zaini, recuperato materasso, pentole e una bombola del gas, anche se in verità la nostra vicina cucina a legna sul balconcino comune, cosa che forse si aspettavano facessimo anche noi. La casa era completamente, assolutamente vuota, fatta eccezione per due altari con i fiori freschi e le candele elettriche accese, curati e lucidati come il resto della casa non è probabilmente stato mai.

   


Fa un caldo del tutto imprevisto e immobilizzante, che tuttavia diviene sopportabile grazie a una buona dose di rilassato fatalismo e a un’ostentata noncuranza per il sudore che riga il collo e la schiena: è la stagione rovente, umida e afosa che precede di poco più di un mese l’arrivo delle piogge. Questo è, anche per i cambogiani, il momento più faticoso dell’anno, come da noi l’inverno, e infatti c’è in giro l’influenza (certo che l’abbiamo presa!).
Casa nostra, esposta com’è al sole dall’alba al tramonto, e anche perché un qualche scienziato di termoconduzione ne ha dipinto la facciata posteriore di nero-pece,  si trasforma nelle prime ore del pomeriggio in una piccola fornace nella quale si resiste soltanto sotto il rantolo di un ventilatore appollaiato alla ringhiera del soppalco e con episodici pediluvi fatti con l’acqua che si scioglie nel fondo della ghiacciaia. Ghiacciaia, perché naturalmente il frigorifero è ancora un lusso per pochi: fortuna vuole che proprio sotto casa ci sia un negozio di ghiaccio per cui due volte al giorno ci basta correre più in fretta possibile i quattro piani di scale per avere la nostra mattonella trasparente legata con uno spago ed essere fresche e felici. Il balcone affaccia sulla strada, proprio di fronte ad una scuola elementare dalle cui aule ci arrivano, a cominciare dal mattino alle sette (tutto qui comincia prestissimo e ora ne capiamo la ragione), le urla dei bambini sudati nelle loro divisine bianche e blu che ripetono gridando in coro tutto quello che il maestro scrive alla lavagna.
Impariamo a conoscere le vie, a scegliere al mercato le erbe per cucinare, a parlare. La finestra dietro la casa affaccia su una piccola corte di cemento in mezzo ai tetti dalla quale si vede stendersi il tessuto disordinato dei palazzi, e di tutti questi edifici, dietro le facciate lucide di piastrelle e arruffate di fiori, ci divertiamo a scoprire i fianchi di mattoni nudi, le crepe, i tetti di ondulina arrugginita. Dalla stuoia sotto la finestra ogni sera si vede spuntare la luna contro al blu profondo del cielo e, adesso che è piena, disegnare nel buio i contorni della città.

   


A Phnom Penh c’è una vasta e vistosa comunità di espatriati residenti, cui via via si mescolano i tanti barang (che in cambogiano vuol dire francese e, per estensione, occidentale) di passaggio dalla città, volontari per un semestre in ospedale o in una NGO o alle prese con qualche piccolo o grande business, oltre a chi, come noi, ha solo voglia di guardarsi in giro e vedere che succede. Devono essere poche migliaia di persone ma a giudicare dalla quantità di ristoranti, bar, ritrovi a loro dedicati, si direbbe siano molti di più. Il fatto è che il bianco della nostra pelle risalta così tanto che ti distingui a cento metri di distanza. Americani e tedeschi tra i piccoli cambogiani sembrano giganti. I francesi rappresentano invece, come è naturale, la comunità straniera più antica, più radicata e a proprio agio, mentre il loro centro culturale è un’oasi di libri in mezzo a un giardino rigoglioso e ovattato. Essi parlano, a dispetto di ogni rapporto con la realtà, il loro francese parigino pieno di sbuffi e di smorfie con chiunque, come vecchi piantatori di caucciù del secolo scorso piantati a loro volta nell’infuriare del neocolonialismo d’oggi.

Abbiamo deciso di rimanere Phnom Penh perché volevamo capire un po’ meglio come funziona qui: viaggiando si incontrano milioni di cose, di persone, di cieli, ma non si fa mai in tempo a dargli un senso che si sta già ripartendo. L’umiltà che viaggiare richiede abbassa drasticamente la tua facoltà del giudizio, ti trovi a rivestire nei luoghi che attraversi un ruolo del tutto esterno, come di osservazione, e non sai mai chi saresti tu se fossi lì in mezzo nella vita che scorre ogni giorno o cosa penseresti di quello che vedi capitare se non ti trovassi seduta di fianco al finestrino di un treno che scappa via veloce. C’è chi riesce e desidera farlo per sempre, noi abbiamo deciso di fermarci.

Posted in TAKATATOUR: THE TRIP | 11 Comments