Le acque del Tonlè Bassac scivolano lente verso la foce. Nel punto in cui i quattro fiumi si incrociano l’acqua ha un colore strano e ribolle un poco. C’è un’isola piccola piena di bambù, in mezzo all’incrocio, per così dire, così verde e piatta che viene voglia di mettersi lì a dormire e lasciarsi inglobare da quest’enorme massa d’acqua ordinata che sa dove andare. Una vita così. Chissà. Ogni anno aspettare che l’acqua del Bassac si assottigli, e che letto secco del fiume si faccia invadere dalle onde del mare, invertendo come per magia il suo corso. In ogni caso non è urgente, se ne può riparlare tra mezzo secolo.
Phnom Penh è piccola, più di Milano, e il peso specifico della sua diversità intrinseca stupisce. Nessuno fa grandi sforzi per assomigliare al posto dove vive. C’è chi stende un’amaca tra un semaforo e un palo della luce e fa una pennica come fosse lì a dare un’occhio alle mucche che pascolano. C’è chi gira con dei 4per4 enormi come fosse ad una safari. Il fatto stesso che io viva qui, al quarto piano di via 139 numero 30, ha a che vedere con questa eterogeneità quasi assurda. Sembra una polla piena d’acqua e olio e non si mischiano se non quando scuoti per bene il contenitore, e, anche quando lo fai, dopo cinque minuti tutto è già tornato come prima. Salti sulla bicicletta e inizi a pedalare verso il fiume. Passi dal quartiere intorno alla pagoda, e, se ti fermi cinque minuti ad aspettare, arriva sempre un vecchio che ti apre la porta di certe cappelle minori, ti fa sedere in terra e inizia a dire parole in rima spruzzandoti addosso dell’acqua. Sui gradini delle casette a due piani, perlopiù squattate, manciate di uomini con solo una krama legata sui fianchi se ne stanno seduti a giocare a carte. I giovani monaci in servizio alla pagoda se ne vanno in giro nei loro venerandi mantelli arancione con l’aria un po’ pretizia, con le mani giunte e gli occhi bassi, e lanciano via via i loro hello! alle signorine di passaggio (sono piuttosto tamarri, a pensarci bene, con le ciabatte di cuoio e gli occhiali da sole sul cranio rasato. Questa è una cosa che all’inizio destabilizza un po’ ma poi diventa divertente perché ti permette di conservare un certo margine di sano ateismo qui dove tutto sembra avere un alone sacro di reverenda rispettabilità). Continui il tuo giro in bicicletta e passi dalla zona delle villette e dei palazzotti di appartamenti fully furnished degli stranieri, dove c’è solo filo spinato e Land Rover. Tiri dritto fin quando arrivi sul lungofiume e lì i palazzi coloniali hanno gli stucchi freschi e i fiori sui balconi. Sui marciapiedi i bambini vendono copie pirata delle guide Lonely Planet (vale a dire fotocopiate e rilegate con una passatina di colla) e offrono la loro sorella al bavoso di turno. E tutto è così vicino, a tratti sovrapposto, perché la città è piccola e anche abbastanza nuova.

In tutto questo, ma forse è vero ovunque, anche se hai delle buone intenzioni capirsi e farsi combaciare è a volte estremamente difficile. A parte la lingua, che è l’ostacolo meno insormontabile di tutti. Ci sono gli orari: farti una telefonata alle sei di mattina è normale per i cambogiani, ma io rispondo solo perché penso che a quell’ora assurda non possa essere che una grave emergenza. Poi ti capita di aver voglia di uscire a bere una birra e di chiamare qualcuno e una voce impastata di sogni ti risponde dall’altro capo del filo, ma sono solo le nove e mezza! Ci sono le cose di cui si può parlare e quelle di cui non si può. Ci sono dei gesti che li imbarazzano. C’è l’intensità con cui si dicono le cose che è diversa: al tono standard milanese, frontale per così dire, i cambogiani non rispondono che sì, ma non necessariamente questo indica un vero assenso. Ed è così che ti accorgi che la spontaneità è una gran bubbola e che per entrare in comunicazione con le persone diverse ci vuole troppa attenzione, e cura, e sempre devi fare questa traduzione mentale tra i mondi. Devi metterti lì a osservare in che cosa sei diverso e fare un fagotto di tutta questa tua diversità, e portartelo in giro sempre, e avere voglia di aprirlo a chi ti chiede cosa c’è dentro e che cosa vuol dire quello e questo.
Chez Mama è un ristorante per espatriati famoso, bisogna dirlo, soprattutto per i suoi prezzi bassi. Domenica ci siamo andate a fare colazione. Ci puoi incontrare nello stesso quarto d’ora un olandese in pensione a caccia di ragazzine e una coppia di australiani che lavorano al ministero della salute. Il proprietario è un giovane accademico che parla cinque lingua e che si occuperebbe di archeologia se gli stipendi statali non fossero così irrisori, praticamente simbolici. Sua moglie ha partorito settimana scorsa la loro terza figlia femmina, che ha chiamato Monika. Mr Mama era molto deluso. Per concepire un maschio avevano seguito ogni sorta di accorgimento, dalla misurazione ossessiva della temperatura alla posizione astrologica del letto, alla posizione fisica dell’atto, e ce ne sarebbero altri. Ma niente. Era proprio deluso e io ancora in venticinque anni non sono riuscita a capire che fottuta differenza gli fa a un genitore se nasce un maschio o una femmina.
Aspettando il caffè ho fatto un salto a comprare della frutta per la gita in piscina di oggi. La signora della bancarella credeva di avere quello che faceva per me : POM ‘MRICAAN, mele americane. Trionfante mi mostra il bollino “FUJI”. Anì japanes, atè mricaan, le dico. Allora mi fa vedere un secondo bollino che recita “MADE IN USA”: queste mele fanno proprio contenti tutti. Kniom at tioltiet mricaa, a me non piace l’America, le dico. Sbuffa: questi francesi non capiscono niente, sibila alla sua vicina di banco. ANI’ CHNGAI, MRICAAN!!, queste qui son deliziose, dice alla fine a me scandendo le parole come fossi cretina. Cedo: compro due mele americane ma, come tutte le mele in Cambogia, non sanno assolutamente di niente.
Nella piscina dell’Hotel Cambodiana, che sta su una terrazza proprio davanti all’isoletta filosofica di cui parlavo all’inizio, ho chiesto un coltello e mi hanno portato una mannaia da macellaio per sbucciare le mele. In Asia non si usano i coltelli a tavola, me lo dimentico sempre.
Prossimo post: al matrimonio di campagna.
suor-sdei girls!
mi ritrovo spesso su questo blog e mi emoziono ai dispacci che dipingete da questo viaggio, anche adesso che si è fermato a riflettere. Phnom Penh é un nome che mi fa venire in mente tante cose: i taxy motorino, il mercato a forma di ziqqurat, le lonely planet contraffatte, i volti dei bambini che se ne vanno in giro in pigiama, tutto il dolce e l’amaro della Cambogia…
Alcune frasi mi restano in testa per la loro bellezza, leggera e pesante come un flusso di pensieri.
Mi piace tanto, leggere e rileggere…
un bacio a kampuchea e un abbraccio forte alla scrittrice e alla sua compagna…chiunque siano ;-).
fabiola
ps. vi saluta vince