Vita quotidiana in una (quasi) metropoli cambogiana

 

Non è più il basso e rado agglomerato di case aggrappato al palazzo del principe Norodom, la città silenziosa e deserta che Pierre Loti, il noto esploratore francese, incrociò nel suo viaggio verso i templi di Angkor nel 1901, ai tempi d’oro del protettorato francese. L’esploratore percepiva con disagio l’ostinata trasandatezza delle sue strade e notava con sgomento che “sono solo pochi anni che il re Norodom ha affidato il suo paese alla Francia e già tutto quello che abbiamo costruito a Phnom Penh mostra i segni della vecchiaia, sotto raggi roventi del sole; le belle vie diritte che vi abbiamo tracciato e in cui nessuno cammina sono verdi d’erba; la si direbbe una di quelle colonie antiche, il cui fascino è fatto di desolazione e silenzio…”
La Cambogia contava, all’arrivo dei francesi nel 1863, un milione di abitanti, dei quali circa diecimila abitavano in quella che pochi anni più tardi sarebbe diventata la capitale del paese. La città crebbe rapidamente negli anni del protettorato, si abbellì di palazzi e viali e raggiunse il culmine della sua floridezza negli anni sessanta, quando il paese ottenne l’indipendenza. Fu una stagione breve e spensierata. La guerra e poi l’assurdo impeto antimodernista dei Khmer Rouge la terrorizzarono e la spopolarono e, quando nel 1979 Phnom Penh fu liberata dall’esercito vietnamita, una troupe di cineasti della Germania Orientale potè documentare l’orrore di una città spettrale, completamente vuota, che la natura rigogliosa e impaziente dei climi tropicali stava riguadagnando alla foresta. Tutti questi rivolgimenti, come salti improvvisi tra il presente e il passato, hanno lasciato tra i muri e i cortili le tracce di quella follia e quel disastro è come congelato in qualche luogo della memoria dei suoi abitanti.

 


Phnom Penh però ha fretta di ritrovare la vita, e corre, corre a perdifiato per colmare il ritardo che ha accumulato in più di vent’anni di guerra. Dal ponte giapponese dell’amicizia, ricostruito di recente, è oggi difficile seguire con lo sguardo la linea bassa della città increspata qua e là dai contorni incurvati dei tetti delle pagode senza imbattersi in uno degli scheletri di cemento degli smisurati palazzi in costruzione. Il prezzo dei terreni edificabili e delle abitazioni è lievitato in modo stratosferico, duplicando di anno in anno. Nelle aree suburbane sono confluite negli ultimi anni persone disperate dai villaggi e dalle campagne, spinte dalla miseria perchè private dei mezzi di sussistenza dalla privatizzazione delle risorse naturali e dalle riforme economiche di liberalizzazione del mercato. Questi depositi umani di forza lavoro stanno accampati sulle sponde periferiche del fiume, intorno alle rive del lago Boeng Kak, lungo le strade nazionali che si dipartono a raggiera dalla capitale verso tutto il paese; capita spesso che le aree in cui sorgono questi accampamenti stimolino gli appetiti di qualche impresa costruttrice, che ottiene facilmente dal governo una concessione per bonificare l’area e dotarla di infrastrutture. Sgomberato il terreno e trasferiti gli ex-abitanti in una periferia ancora più periferica, con o senza indennizzi, le imprese si lanciano nella costruzione di cittadelle del lusso a basso costo, torri sigillate e lastricate di vetri fumé. Gli enormi funghi di cemento ancora senza finestre sorti nel mezzo e ai margini della città, che recano su un cartello piantato davanti al cantiere i nomi delle imprese costruttrici cinesi, giapponesi, coreane che finanziano i progetti, verranno presto finite, dipinte e sigillate. Lunghe file di condizionatori appesi alla facciata posteriore riforniranno i ricchi occupanti del bene più prezioso, l’aria.

 


Il proliferare di questi palazzi a condizionamento forzato è anche una delle ragioni per cui Phnom Penh non è più in grado di sostenere il suo stesso fabbisogno energetico e deve ricorrere a black-out programmati a rotazione nelle varie zone della città, black-out che, in questo che è il periodo più caldo dell’anno, arrivano a durare anche tre o quattro ore ogni giorno. Così chi se lo può permettere ha un generatore, gli altri stanno al buio e aspettano che passi.
Una notevole fetta della popolazione si trova oggi a condurre un’esistenza sul filo del rasoio a causa dei rincari dei generi di prima necessità e dell’inflazione che abbatte il valore dei salari. Molte famiglie hanno dovuto rivedere le proprie abitudini alimentari e il proprio stile di vita.
Il prezzo del gas, ad esempio, è un po’ più che duplicato da febbraio ad oggi e questo ha fatto sì che venissero rispolverati i bassi fornelli di terracotta e si ricominciasse a cucinare a carbone, sul balcone o sotto la finestra. Un chilo di carne di maiale è arrivato a costare anche cinque dollari, quando uno stipendio medio in una fabbrica o come cameriera si aggira sui cinquanta dollari al mese (ma anche venti, a volte). Il riso, che è l’alimento base della dieta cambogiana, sull’onda dei rincari di questo genere alimentare nel mercato mondiale e anche in conseguenza dei blocchi delle esportazioni di riso da parte di alcuni paesi vicini, ha raggiunto la bella cifra di quasi un dollaro al chilo, nonostante il governo abbia messo in circolazione le proprie riserve a prezzo calmierato per frenare l’impennata dei prezzi e abbia deciso di bloccare a sua volta le esportazioni fino a data da definirsi.
Ma la cosa che più stupisce camminando per le strade di Phnom Penh, e con cui si fatica a imparare a convivere, è la pressoché totale assenza di servizi pubblici. A parte l’elettricità, il cui prezzo oscilla pericolosamente con l’andamento del mercato, e che è fornita, seppur irregolarmente, in tutta la città, tutti gli altri servizi pubblici sono erogati privatamente e in modo frammentario. Il trasporto pubblico semplicemente non esiste: chi non ha un motorino o un’automobile si sposta in risciò, con i moto-dop (un servizio di moto-taxi assolutamente improvvisato e onnipresente), oppure in Tuc-Tuc (una sorta di carrozzella a due ruote che si attacca alla sella di un motorino e può trasportare quattro, ma in realtà fino a otto, persone). Neppure gli spazi verdi sono molti: non ci sono parchi, se non quello che circonda, cinto a sua volta da una rotonda trafficatissima, la collina di madame Penh, da cui la città prende, così si dice, il nome (Phnom Penh significa proprio questo, la collina di Penh). Spogliata della sua grazia sonnolenta da uno sviluppo accelerato e indiscriminato, Phnom Penh si affanna oggi per somigliare ad una qualsiasi frenetica metropoli asiatica, con le impietose stratificazioni sociali che si riflettono sfacciatamente nell’architettura della città.

 

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