Mi sono alzata tardi stamattina, che è quasi una bestemmia qui che la città si anima alle cinque. Ieri sera mi sono cacciata in un party revival di musica khmer degli anni ’60, roba che di solito qui si balla ai matrimoni un po’ tamarri, proprio come quello che si sta svolgendo da ieri sul marciapiede qua sotto (ci sono speranze che domani abbiano finito). Scesi i quattro piani di scale per andare alla festa, tra l’altro, avevo appena constatato che la mia bici non c’era più, rubata. I ragazzi della rivendita di ghiaccio di fianco alle scale di casa dormivano già beati e abbracciati gli uni agli altri sulle grandi ghiacciaie arancione impacchettati nelle zanzariere, erano le nove e mezzo e in strada non c’era più nessuno. Non solo. Avevo passato le due ore precedenti a raccogliere l’acqua che negli ultimi giorni, da quando è arrivato il monsone, ha preso a colare in ruscelletti lungo i le pareti (in particolare attorno alle canaline dell’impianto elettrico) e a raccogliersi sul pavimento. Per farla breve, tra l’umore precario e i cocktail al succo di canna di zucchero, la serata è finita tardi e in modo abbastanza alcolico. Figurarsi che ho dato un dollaro e mezzo al moto-dop, il motopassaggio a pagamento, perché non sono riuscita a condurre un’onesta e regolare trattativa in khmer.
Stamattina allora me ne sono stata a letto fino alle undici (m’ero portata su il ventilatore apposta perché dopo le otto a letto si cola di caldo), e ho continuato a dormire ignorando con ostinazione i bambini che gridavano dalle sette sul balcone e il fumo del braciere appena acceso dalla vicina per preparare la colazione.
La moka (ce l’hanno prestata degli italiani che vivono qui) funziona a meraviglia con il caffé del Laos. Certo va bene anche il caffé vietnamita, ma la consistenza con il cafè Lao è veramente perfetta. Dopo colazione, banane e biscotti di riso, sono andata a comprare il ghiaccio (il blocco da mille riel dura circa ventiquattrore). Scendendo mi sono fermata dai padroni di casa che abitano al primo piano per parlargli delle inondazioni domestiche nel loro appartamento e per sollecitare un loro interessamento. Erano seduti a tavola, i nostri cinesi: mi hanno guardato tutti sorridenti, come fosse una domanda che si aspettavano, e mi hanno assicurato che avrebbero provveduto. Dopo una decina di minuti hanno mandato di sopra la nipote di provincia e la ragazza alla pari che vivono insieme a loro, così equipaggiate: una piccola ascia, del filo da pesca, un sacchetto di quei chiodini che si usano per fissare i fili elettrici al muro, due alti sgabelli di legno e un enorme tenda da doccia di plastica azzurra a losanghe. Hanno impiegato due ore buone a impacchettare, in modo decisamente fantasioso, la parte alta della facciata posteriore della casa, non senza aver prima convocato per un consulto sulla realizzazione una mezza dozzina di esperti del condominio e di aver assoldato una terza aiutante, che ha però passato la gran parte del tempo a contemplare la carta del Mondo appesa al muro, e anche la mappa di Phnom Penh, con la stessa stupita meraviglia.
La cugina di campagna voleva fermarsi ancora un poco per praticare l’inglese, ma io ho declinato perché è una cosa noiosissima. Sembra che tutti studino inglese in Cambogia. Sembra quasi un dovere. Chi non ha un secondo lavoro alle cinque va a studiare inglese. Purtroppo sembra che per imparare l’inglese qua si debba imparare a intavolare delle conversazioni idiote, o più precisamente: affettate, convenzionali, forzate . Come quelli che ti parlano della propria scuola di lingua come di un “campus”, che ti sciorinano le proprie “skills” e ti chiedono cose tipo: “what’s your favorite hobby?”

Ho declinato l’esercitazione di lingua e ho salutato la schiava dei padroni, che è molto bella e furba e ti dispiace che sia lì a fare quella vita di merda.
Così si sono fatte le quattro di pomeriggio e la luce ancora calda del sole filtrava attraverso i nuvoloni già pronti per la scroscio quotidiano. Sono scesa in strada e alla bancarella delle scommesse c’era un discreto assembramento di persone: è domenica. Al mercato invece non c’era nessuno e chi c’era se ne stava seduto all’ombra dei chioschi a chiacchierare e a bere il tè. Un paio di bambini nudi e zozzi giocavano nel fango in un angolo dello spiazzo. Non c’era altro e ho dovuto comprare per la gatta della carne di maiale dura come una suola, così poco attraente che la signora che me l’ha venduta mi ha chiesto due volte se ero sicura di volerla. Ma non le ho detto che era per la micia.
Tornando verso casa mi sono fermata a guardare tre ragazzini che lavavano con estrema diligenza un piccolo cane pulcioso e grigiastro, che stava lì immobile a farsi torturare e sembrava molto fiero di questo trattamento da giorni di festa che gli veniva riservato dai suoi amorevoli aguzzini.
Riprendo a scrivere: mi ero dovuta interrompere perché è entrata in casa mia una minacciosa delegazione di bambini in pigiama giallo: il più piccolo ha due anni e mezzo e portava trionfalmente con le due mani uno scolapasta pieno di litchis. Io ho fatto la mia parte nella cerimonia e ho offero al capo-delgazione l’uccellino di carta e stoffa che pende dalla credenza e su cui gli si erano misteriosamente incollati gli occhi. Pigiamino giallo accetta il baratto, mi sorride e esce deciso seguito dalla sorella e dalla sua socia della casa di fianco (i bimbi sono molto incuriositi da noi, ma soprattutto dai nostri nasi).
Così, storie di domeniche phnom-penoises..
ehy amic….. mi hai lasciato con quella mail senza piu dire nulla
….bac
s
figata. piacevole tutto. foto, racconti e parole.
grazie
un abbraccio
b.