HOMURESU
L’ostello in cui siamo accampate, la Titta e io, sta nella periferia a nord di Tokio, lontano dai grattacieli e dalle vie dello shopping e distante solo un isolato dalla casa dei missionari britannici che distribuiscono pasti e coperte alla comunità di senzatetto di questa sbarluccicante città.
Dire periferia non è proprio esatto, dal momento che Ueno si trova a solo mezz’ora di metropolitana da Roppongi, il cuore pulsante della vita mondana e internazionale di Tokio, e che la città si estende verso l’esterno ancora per un lunghissimo tratto. Il contrasto però con le zone del centro non potrebbe essere più stridente. Le case basse e fatiscenti, sovrastate da una giungla di cavi elettrici, si perdono nell’orizzonte lattiginoso di smog. Agli angoli delle vie decine di homuresu si godono uno spiraglio di sole sdraiati per terra per rianimarsi solo verso le undici, all’ora delle distribuzione degli aiuti, e continuare poi a gironzolare in gruppetti fino a sera e a giocare ai dadi, o aggeggi che sembrano tali.
La comunità dei senzatetto di Tokio è numerosissima, niente di paragonabile alle “fisiologiche” sacche di povertà di una qualsiasi metropoli occidentale, e si stima intorno alle trentamila unità. Nel giardino di Ueno, il più antico della città, una vera e propria città nella città fatta di tende rigorosamente blu occupa l’intero settore nord del parco. I rifugi notturni dei senzatetto sono piccolissimi, e come in tutte le case giapponesi ci si toglie le scarpe prima entrare: il risultato è una baraccopoli monocolore ordinatissima, con la biancheria stesa ad asciugare sui rami degli alberi e le scarpe appaiate sulle soglie delle tende, proprio di fianco alla ciotola dell’ immancabile gatto “di casa”. Per inciso, tra gli altri misteri in cui si imbatte lo sguardo, c’è il fatto che i gatti giapponesi non hanno la coda o ne hanno solo un mozzicone di una decina di centimetri, il che conferisce loro un aspetto decisamente tozzo.
I giapponesi sembrano fare grande attenzione alla forma, cresciuti come sono in un culto dell’orgoglio personale che si riverbera in un giudizio profondamente moralista verso il prossimo, e gli homuresu vivono nella riprovazione generale ma sostanzialmente ignorati: ignorati dalle statistiche, ignorati dai governanti, ignorati dai loro concittadini che si stringono nei loro completi da ufficio senza neppure abbassare lo sguardo, come lievemente infastiditi dalla discontinuità visiva che produce un uomo di mezza età vestito di stracci in un mare di uniformi.
UNIFORMI
La gran parte dei giapponesi porta un uniforme, chi studia, chi lavora, chiunque.
Si comincia dalla scuola materna, senza scampo. L’uniforme che vesti dice al mondo chi sei.
Le ragazze, con la gonna a pieghe e la camicetta bianca scherzano all’uscita da scuola: c’è la versione marinaretta, la versione castigata con la gonna al ginocchio, la versione osée con la minigonna e i calzettoni bianchi, il tutto completato da un paio di mocassini neri che sono la morte della bellezza. C’è un’altra cosa incredibile riguardo alle ragazzine: è considerato cool, come si dice qui, camminare con le punte dei piedi rivolte un po’ verso l’interno, simulando una sorta di timidezza o di goffaggine o bambinaggine, come nei cartoni animati, non saprei perché dal momento che è orribile a vedersi. Da quando mi hanno spiegato che è un atteggiamento costruito ho tirato un sospiro di sollievo: ero preoccupatissima dal fatto che una intera generazione fosse nata con le gambe storte e con una terribile difficoltà di deambulazione. (Il mio sospetto traeva alimento dal fatto che le persone abbastanza anziane da non aver potuto godere del boom economico degli anni sessanta e settanta, soprattutto le donne, sono alte un metro e trenta e sono per la più parte gobbe, alcune gobbissime, piegate anche a novanta gradi e più. Io cercavo così di collegare la stortaggine delle ragazze con le malformazioni ossee delle signore anziane, ma fra le due cose non c’è alcuna relazione. Si sa, agli occhi del viaggiatore tutto sembra avere un significato nascosto e si colgono relazioni che a volte non esistono affatto.)
Le uniformi, dicevamo. In metropolitana, un ottimo punto d’osservazione di una città, una folla di uomini in giacca e cravatta affolla i vagoni a ogni ora del giorno: è vestiti così che si va a lavorare in Giappone, sempre, ogni giorno della vita, dal momento che la domenica è un’istituzione assai poco rispettata. Il corrispettivo femminile della divisa del sarariman (storpiamento ufficiale dell’inglese salary-man) è la gonnetta al ginocchio, perlopiù grigia o marrone delle OL, le office ladies, abbinata a una bianca camicetta castigata, molto anni cinquanta.
Poi ci sono gli operai e chi fa i lavori pesanti: la loro divisa è più divertente, ma ugualmente imprescindibile. Si compone di pantaloni molto larghi e stretti alle caviglie, disponibili in tre tinte, bianco blu e grigio, e scarpe con l’alluce separato dalle altre dita, che si chiamano tabi. La maglietta è libera, di preferenza in stile americano, che qui vuol dire tutto e niente.
Poi ci sono le signore bene che si fasciano nel kimono tradizionale, il che impedisce loro qualsiasi movimento, compreso un passo più lungo di trenta centimetri.
E poi e poi e poi alla prossima puntata.
descritti così non è che riescano granchè simpatici ; ma riuscite a parlare con qualcuno , magari i barboni stessi ?
ho dato una rapida controllata al prode veicolo : almeno si accende . Su consiglio del Lavgno di Otti che ha un VW simile mi farò fare un preventivo dal suo meccanico