CINA_RITRATTIalbum#1

    

 

 

   

 

 

 

 

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Pechino si fa bella

 

Pechino si fa bella per le Olimpiadi.
Le caratteristiche case a corte che affacciano sui vicoli sono state levigate e ridipinte, come da tradizione, di un accattivante grigio-topo, con finiture in grigio-topo-scuro, a dire il vero solo sulle pareti visibili dall’esterno: basta sbirciare oltre i muri di cinta ed ecco aprirsi l’intrico di cavi, lamiere, biciclette, pile di mattoni, ceste di cavoli, assi di legno, casse e ferri vecchi.
Molti isolati e addirittura alcuni quartieri sembrano essere stati rasi al suolo di recente e guardando la città dalla Torre del Tamburo si individuano chiaramente le grandi ferite di macerie aperte dalle ruspe nella trama continua e regolare degli edifici. E’ difficile capire quale misterioso piano presieda a questa massiccia riorganizzazione urbanistica anche perché è raro trovare cinesi disposti a parlare apertamente di simili questioni. Certo è che intere fette di città, con i loro cortili, i bagni pubblici e le gabbie dei pappagalli appese alle finestre sono state cancellate nel più assoluto silenzio e sapere dove siano finite le migliaia di persone che ci vivevano è pressoché impossibile (almeno da qui, dove molti siti internet sono bloccati e tutti i forum accuratamente censurati).
I cantieri sono meticolosamente recintati e nascosti da teli di plastica su cui campeggiano i pupazzi-mascotte delle Olimpiadi: solo ogni tanto si vede il braccio di una gru spuntare in alto contro l’azzurro del cielo.

Nel parco del Tempio del Cielo tra cipressi che sembrano essere vecchi di secoli c’è odore di terra smossa e ferve un gran traffico di ruspe e di uomini al lavoro: stanno sostituendo le antiche lastre di pietra dei sentieri con delle discutibili mattonelle antiscivolo. Il Tempio del Cielo e tutti gli edifici annessi sono disposti, come ogni altro tempio, abitazione, strada qui in Cina,  sull’asse nord-sud (vedi alla voce: Feng Shui) ma per raggiungere l’ingresso si finisce per impazzire in un labirinto anarchico di transenne e impalcature, finché non ci si accorge che scavalcare è l’unico modo razionale di raggiungere la porta. Oltrepassata la soglia, poi, in uno scenario maestoso di terrazze circolari e templi millenari va in scena il solito delirio di turisti e cartoline, di biglietti e bigliettai, bandierine e megafoni di cartone che blaterano storielle in un inglese stentato. All’interno del tempio principale, dove i visitatori non possono entrare, tra colonne intarsiate di dragoni e piccole vacche di pietra disposte in cerchio, seduta sui gradini che conducono all’altare sta la signorina che vende le guide informative (10 RMB trattabili), intabarrata in un caldo piumino violetto.
In tutto il parco decine di finte lanterne diffondono gracchiando alcune solenni melodie tradizionali.
Un tempietto più piccolo, circondato da un alto muro circolare, è famoso per uno strano fenomeno acustico che permette a due persone di sentirsi parlare anche se si trovano a una sessantina di metri di distanza l’una dall’altra: il risultato è un grande girotondo di persone che dicono rivolte verso il muro “mi senti?”, “ti sento” e tutte queste voci rimbalzano caoticamente nell’aria con un effetto tra il comico e l’alienante.


E’ già da un po’ che ho la netta sensazione che i cinesi considerino tutti noi altri come dei babbei e ho avuto conferma di questa mia impressione leggendo il cartello che spacciava per millenari dei blocchi di marmo con un buco in mezzo che evidentemente intagliati l’anno scorso al massimo. Considerano i musi bianchi talmente babbei che non si danno neppure la pena di mascherare le fregature che cercano di propinargli: apertamente e con grande tranquillità semplicemente ci provano, e prima o poi qualcuno lo trovano pure.
La parola magica, ripetuta sussurrata o urlata un po’ovunque come una litanìa, è “ellò” che può significare ehi, ciao, scusa, grazie, permesso, vieni qui, vai via, guarda qui: all’inizio è insopportabile ma ci si fa l’abitudine. L’altra espressione inglese  di cui i cinesi conoscono il suono e, vagamente, il significato è “how much”, e così capita abbastanza spesso di essere avvicinati da qualcuno che vuole fare amicizia e che ti dice “ellò, ao much?”. Vai tu a spiegargli che non suona come un complimento. Naturalmente i nostri goffi tentativi di mandarino sono nel migliore dei casi ignorati e il più delle volte apertamente sbeffeggiati.
Detto questo i cinesi sono anche un popolo molto divertente, chiacchierone e godereccio e sono puzzoni in un modo che a volte riesce anche a essere davvero simpatico. Adorano mangiare e stare a tavola a discutere e fumare tutti insieme, cosa che, venendo dal Giappone dove si mangia poco, in piedi, da soli e in fretta, non possiamo che salutare come un ritorno alla vita.

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BEIJING-PECHINOgallery

 

Foto ricordo alla Città Proibita.

 

   

 Lavoro.                                                            Riposo.

 

   

   

Periferia sud, mecatino dell’antiquariato.

 

   

Piazza Tian an men, porta della Pace Celeste: con nebbia, con sole.

 

Cartoline#1

 

Cartoline#2

 

 

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Il compagno

 

   

Meno sei gradi. Il cielo è alto e le nuvole ruzzolano felici: avevano  ragione i pechinesi, è meraviglioso, e quando la sera senti il vento soffiare freddo sai già che il mattino dopo troverai una giornata limpida e lucente ad aspettarti e da un angolino di piazza Tian an men riuscirai a spingere lo sguardo lontano, oltre i palazzoni della periferia fino alle montagne là in fondo. Ieri era una di queste giornate, e l’aria fredda congelava le orecchie e i nasi e stringeva gli occhi, per terra un sottile strato di ghiaccio fatto di avanzi di tè e sputacchi faceva scivolare i più inesperti come noi.
Nel mezzo della piazza centrale della città, nella quale indifferenti i vecchi e bambini fanno volare gli aquiloni e i turisti si fotografano a vicenda davanti alla fila di bandiere rosse, chiusa in un enorme edificio squadrato e ornato di colonne imponenti, giace la salma del presidente Mao. Una fila scomposta e lunghissima di persone attende il suo turno e si sottopone recalcitrante ai controlli di polizia: a parte noi sono solo cinesi e per i cinesi, è risaputo, il concetto di fila è del tutto estraneo, tanto che, tra le altre iniziative in vista delle olimpiadi, il governo ha lanciato una campagna di sensibilizzazione con uno slogan che recita “chi non fa la fila perde la faccia”. A metà del percorso è consentito allontanarsi di una decina di metri dal percorso obbligato per comprare brutti fiori al chiosco ufficiale (è vietato portare fiori dall’esterno) che vengono depositati quaranta gradini più in alto, tutti insieme e tutti uguali nella prima sala, sotto lo sguardo compunto di due signorine addette alla loro ordinata sistemazione davanti ad una enorme statua bianca immacolata del presidente seduto in poltrona.
E’ vietato fermarsi. Tappeti rossi e lampadari di cristallo e questa grandissima statua che guarda bonaria verso il basso. Il flusso di persone spinge in avanti, bisogna proseguire, chissà, forse è tutto calcolato e dopo solo due minuti l’impressione di artefatta grandiosità svanirebbe, e lo sguardo inciamperebbe nei cristalli sporchi, nei rotoli di polvere depositati agli angoli della stanza, nei tessuti lisi…
Varcato un secondo immenso portone, adagiato in una teca di vetro e illuminato in volto da una sinistra lucetta arancione c’è Mao, l’ultimo vero imperatore della Cina, con una bandiera rossa a mo’ di copertina, con la temperatura che c’è l’idea di tenergli i piedi al calduccio non sembra poi così strana. Anche qui è vietato fermarsi. Tutti sfilano veloci ed escono silenziosi, attraversando soprappensiero il negozio di souvenir con qualche lacrima sul viso, i giovani, gli stessi che vedi spulciare tra le spille e i gadget della rivoluzione culturale nelle bancarelle degli antiquari ,e i vecchi, tanti con la divisa blu e il berretto d’ordinanza, in volto le rughe di chi credeva di averne viste già troppe e ora non sa più bene cosa aspettarsi.

   


E così è volata la mattina, cercando di scaldarci al sole e osservando questa strana processione. Proprio davanti al mausoleo si erge, ancora più maestoso, il palazzo del parlamento, pardon, dell’assemblea del popolo. Un edificio costruito con il lavoro volontario e, a giudicare dalle foto d’archivio che sono esposte all’interno, entusiasta di migliaia di poveracci che volevano dare un tetto al loro neonato governo rivoluzionario. Enorme, sontuoso, completamente vuoto. Solo qualche sparuto gruppetto di visitatori e decine di guardie.
Immaginate lo stupore quando dalla grande sala a emiciclo in cui immaginavamo di trovare il ritratto di Mao sul fondo e i compagni che discutevano sotto il suo sguardo benevolo sentiamo risuonare una voce di donna che canta a squarciagola una canzone in giapponese. Il palco dell’assemblea dei lavoratori trasformato in un set televisivo. Puah.
Si stavano facendo le prove di un spettacolo di cui nessuno ha voluto o saputo fornirci spiegazioni, con tanto di telecamere e regia, e microscopiche bambine contorsioniste. Scappiamo, non prima di avere visitato la mostra obbligatoria sulle Olimpiadi di Pechino e le bellezze della Cina.

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TOKYO fotogallery

   

   

   

   prime tokio

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Il cielo sopra Pechino

 


Sembra che questo sia in assoluto il periodo migliore per visitare questa città climaticamente così sfortunata, torrida in estate e spesso investita dalle tempeste di sabbia provenienti dai deserti del nord, tanto che migliaia di lavoratori (forzati) nei secoli hanno tentato di costruirle attorno barriere naturali per difenderla da tali impietosi agenti atmosferici.
Sembra, dicevo, che questo sia uno dei momenti più fortunati dell’anno, al punto che i pechinesi definiscono poeticamente queste gelide giornate invernali con un’espressione che significa qualcosa come “il cielo è alto e le nuvole ruzzolano felici nell’aria fresca”. 

 

E meno male, pensiamo noi, se così vi pare piacevole, chissà il resto… Una nebbia spessa avvolge ogni cosa e si deposita grigiastra sulla pelle, l’aria è appesantita di fumi di ogni risma e colore ed è talmente fredda che in gola brucia. La stessa disgustosa abitudine dei cinesi di disfarsi pubblicamente del loro proprio catarro, sia quello che si raccoglie nei bronchi sia quello che risale dal naso, trova qui, nella melassa di nebbietta e gas di scarico che si è costretti a respirare, una pur debole giustificazione.
Ad ogni modo, anche prescindendo dagli sputacchi, arrivare in Cina è stato come fare un salto nel tempo: dall’igienico, asettico, autistico Giappone catapultate in un medioevo di mani che ti tirano, di voci che ti gridano saluti, di odori che ti assalgono il naso.
I primi dieci giorni sono così scivolati via in un attimo cercando di abituarsi allo schifo che inevitabilmente ti prende alla gola (se non ti bastasse l’aria), combattendo con la voglia di cucinarsi un riso bianco a casina e facendosi trascinare per i vicoli dalla curiosità e imbattendosi nei pulcini fritti, nei bozzoli di chissachì in agrodolce, nelle cicale de la maison, nel cane al girarrosto. E un po’ di ironia aiuta.
Per solidarietà, e perché i nostri adorati cagnetti ci mancano molto, ecco un vero esemplare di pechinese o bistecchina ambulante, come li chiamiamo noi.

Prestissimo sul blog un videino della Titta e il prossimo post sul cantiere a cielo aperto che è Pechino in vista delle olimpiadi. 

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LA PRIMA CINA gallery

Quingdao. Si pescano chioccioline con la bassa marea.

 

   

Qufu. Al ristorante della signora all’angolo. 

 

   

Qufu. Foresta confuciana: un luogo popolato di strane creature, e buffe.

 

Qufu. Tempio di Kong-fu-tsu.

 

  

Qufu. Tempio di Kong-fu-tsu. 

 

Qufu. Idem.

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Dal Giappone con amore alla Cina con furore

I due giorni che abbiamo passato a Hiroshima, col suo carico di tragedia di cui, ovviamente, nessuno si occupa, sono filati via leggeri, contrariamente a ogni aspettativa. Il museo è un po’ kitch, d’accordo, e forse sessant’anni sono troppi nel ricordo perfino per una bomba atomica.
Il Parco della Pace, che racchiude il museo, il monumento dei bambini con le sue colombe di metallo geometrico e il Duomo della Bomba, l’unico edificio superstite perché si trovava proprio sotto il punto dell’esplosione, sembrano come poggiati lì, proprio nel mezzo della città, ad uso e consumo di un dolore forestiero. Patrimoni dell’umanità, nel vero senso della parola, estranei alla città che li circonda, sentieri per passi compunti e pensierosi.
Le lapidi e le didascalie dei monumenti recano parole piene di universalità e di umana riconciliazione: gli americani in tutto il parco non sono nominati nemmeno una volta, è una cosa molto strana visto che son stati loro a buttargli un bomba atomica sulla testa, c’è un silenzio di fondo che odora vagamente di ipocrisia.
Tanto più che basta mettersi a chiacchierare con chiunque e ci si accorge che questo preteso e impossibile umanitarismo non esiste, che la memoria della bomba non è affatto pacificata, che ai ragazzi che hanno trent’anni oggi a scuola è stato insegnato che gli americani sono il diavolo, cosa che a Hiroshima è anche vera e verosimile. Il giudizio storico, a livello popolare, diverge abissalmente dal nostro: in Giappone non c’è stata una guerra di Liberazione, l’imperatore l’hanno destituito gli stati vincitori e una rabbia profonda sembra covare in seno alla sbandierata coscienza democratica del paese.
Hiroshima è una bella città, tutta nuova, che nasce come dal niente in mezzo a delle tonde montagne verdissime. Nei giorni in cui eravamo lì era immersa in una luce bellissima, fredda e limpida e viveva veloce e opulenta come ogni altra in Giappone, tra supermercati, sushi-bar e patchinko.
Questa normalità è tanto strana per chi viene da fuori quanto lo è l’eccezionalità che i turisti si aspettano agli occhi degli abitanti di Hiroshima.
Il sopravvissuto più giovane, che si trovava nell’utero di sua madre al momento dell’esplosione della bomba avrà adesso una sessantina d’anni, e la memoria invecchia, invecchia e sbiadisce, per fortuna, mi vien da pensare, altrimenti qui sarebbe solo un deserto di lacrime, e non ci sarebbero i bambini  i fruttivendoli i ponti che invece ci sono.


Il mattino del terzo giorno decidiamo di proseguire il nostro cammino verso sud. In Giappone è tutto molto facile, facilitato direi, tutti sono very friendly e desiderosi di aiutarti, ovunque tu sia una voce metallica emessa da un qualche altoparlante ti dice di continuo che cosa devi fare, come ti devi comportare, dove ti devi girare. In tre ore eravamo già a Shimonoseki, la punta meridionale di Honshu, l’Ufficio Informazioni Turistiche della stazione aveva già trovato un albergo adatto alle nostre misere tasche e ci aveva già rassicurato sul luogo e sull’orario di partenza della nave, solo dopo averci caldamente consigliato di prendere un aereo, che è più pratico. Dal treno vedevamo scorrere gli ultimi paesaggi del nostro Giappone, ci siamo sentite un po’ come se stessimo partendo di nuovo ma senza una casa da lasciare, senza niente di familiare dietro nè davanti e abbiamo giocato a “sembra noartri”: le colline morbide ci sono sembrate le Marche, in certi punti perfino un po’ la bassa bergamasca, un ponte univa le sponde di un nipponico Ticino e la titta giura di essere passata anche da un angolino di Toscana, ma io non ero proprio d’accordo.                                                                     Niente di familiare un accidenti! Il Giappone è sì culturalmente lontano da noi, sul piano dei simboli e dei codici di comportamento, ma è pur sempre il luogo più occidentalizzato dell’Asia, un frullato di colate di cemento e graziosi paesaggi, il tutto così pulito da infondere un’istintiva sicurezza. Cosa ci aspettava all’attracco della nave non lo potevamo neppure lontanamente immaginare..


La sera prima di partire a Shimonoseki camminavamo sul molo cercando di indovinare quale sarebbe stato il traghetto di linea per Quingdao in Cina. Tre navi nere e scintillanti, una enorme e due più piccole, completamente illuminate, i generatori al massimo, attirano la nostra attenzione. Sono attraccate in fondo al porto, davanti a un grandissimo spiazzo deserto: andiamo avanti e indietro incuriosite, si respira un’aria strana, una donna scatta fotografie con il telefonino, furtiva. Le navi sono davvero imponenti e a prua svettano alti rami di bambu. Hanno una forma strana, la poppa sembra un’enorme bocca spalancata nel mare, come dovessero fare entrare nella loro pancia qualcosa di molto grande. Alla fine vediamo gli arpioni e capiamo: baleniere. Solo oggi veniamo a sapere che sono ancora lì ad attendere l’autorizzazione a partire, questo vizietto dei giapponesi di mangiarsi le balene crea parecchio imbarazzo al primo ministro giapponese in visita alla Casa Bianca e si sta aspettando che torni per farle salpare. Ma più che un’inguaribile golosità sono vari interessi politici che si nascondono dietro a questa attività. Quest’anno, come sempre ufficialmente a scopo scientifico, è stata autorizzata la pesca di 300 tra balene, balenottere e megattere: Greenpeace aspetta nelle acque del porto che la flotta prenda il largo.
La nostra nave invece siamo riuscite a prenderla di un soffio e solo grazie al buon cuore del responsabile del porto e ad una certa nostra facilità a parlamentare e a piantar grane, bisognava naturalmente prenotarla con giorni di anticipo, non è che uno va al molo e ci sale su.

         

Dopo interminabili trattative, la UTOPIA PANAMA, chissà a chi è venuto in mente un nome tanto assurdo e inappropriato, ci ha aperto nella pancia una porticina di servizio in basso e noi ci siamo infilate in questo enorme deserto galleggiante: trenta ore di mare grigio e di cielo bianco, più equipaggio che passeggeri, solo leggere e ogni tanto salire a respirare il vento gelido sul ponte scivoloso di acqua salata.

E poi…
…la Cina!!
 

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TZUJIKI-Tokyo fish market

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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GIAPPONE-FOOD? gallery

prime tokio

prime tokio

prime tokio

 

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