Dal Giappone con amore alla Cina con furore

I due giorni che abbiamo passato a Hiroshima, col suo carico di tragedia di cui, ovviamente, nessuno si occupa, sono filati via leggeri, contrariamente a ogni aspettativa. Il museo è un po’ kitch, d’accordo, e forse sessant’anni sono troppi nel ricordo perfino per una bomba atomica.
Il Parco della Pace, che racchiude il museo, il monumento dei bambini con le sue colombe di metallo geometrico e il Duomo della Bomba, l’unico edificio superstite perché si trovava proprio sotto il punto dell’esplosione, sembrano come poggiati lì, proprio nel mezzo della città, ad uso e consumo di un dolore forestiero. Patrimoni dell’umanità, nel vero senso della parola, estranei alla città che li circonda, sentieri per passi compunti e pensierosi.
Le lapidi e le didascalie dei monumenti recano parole piene di universalità e di umana riconciliazione: gli americani in tutto il parco non sono nominati nemmeno una volta, è una cosa molto strana visto che son stati loro a buttargli un bomba atomica sulla testa, c’è un silenzio di fondo che odora vagamente di ipocrisia.
Tanto più che basta mettersi a chiacchierare con chiunque e ci si accorge che questo preteso e impossibile umanitarismo non esiste, che la memoria della bomba non è affatto pacificata, che ai ragazzi che hanno trent’anni oggi a scuola è stato insegnato che gli americani sono il diavolo, cosa che a Hiroshima è anche vera e verosimile. Il giudizio storico, a livello popolare, diverge abissalmente dal nostro: in Giappone non c’è stata una guerra di Liberazione, l’imperatore l’hanno destituito gli stati vincitori e una rabbia profonda sembra covare in seno alla sbandierata coscienza democratica del paese.
Hiroshima è una bella città, tutta nuova, che nasce come dal niente in mezzo a delle tonde montagne verdissime. Nei giorni in cui eravamo lì era immersa in una luce bellissima, fredda e limpida e viveva veloce e opulenta come ogni altra in Giappone, tra supermercati, sushi-bar e patchinko.
Questa normalità è tanto strana per chi viene da fuori quanto lo è l’eccezionalità che i turisti si aspettano agli occhi degli abitanti di Hiroshima.
Il sopravvissuto più giovane, che si trovava nell’utero di sua madre al momento dell’esplosione della bomba avrà adesso una sessantina d’anni, e la memoria invecchia, invecchia e sbiadisce, per fortuna, mi vien da pensare, altrimenti qui sarebbe solo un deserto di lacrime, e non ci sarebbero i bambini  i fruttivendoli i ponti che invece ci sono.


Il mattino del terzo giorno decidiamo di proseguire il nostro cammino verso sud. In Giappone è tutto molto facile, facilitato direi, tutti sono very friendly e desiderosi di aiutarti, ovunque tu sia una voce metallica emessa da un qualche altoparlante ti dice di continuo che cosa devi fare, come ti devi comportare, dove ti devi girare. In tre ore eravamo già a Shimonoseki, la punta meridionale di Honshu, l’Ufficio Informazioni Turistiche della stazione aveva già trovato un albergo adatto alle nostre misere tasche e ci aveva già rassicurato sul luogo e sull’orario di partenza della nave, solo dopo averci caldamente consigliato di prendere un aereo, che è più pratico. Dal treno vedevamo scorrere gli ultimi paesaggi del nostro Giappone, ci siamo sentite un po’ come se stessimo partendo di nuovo ma senza una casa da lasciare, senza niente di familiare dietro nè davanti e abbiamo giocato a “sembra noartri”: le colline morbide ci sono sembrate le Marche, in certi punti perfino un po’ la bassa bergamasca, un ponte univa le sponde di un nipponico Ticino e la titta giura di essere passata anche da un angolino di Toscana, ma io non ero proprio d’accordo.                                                                     Niente di familiare un accidenti! Il Giappone è sì culturalmente lontano da noi, sul piano dei simboli e dei codici di comportamento, ma è pur sempre il luogo più occidentalizzato dell’Asia, un frullato di colate di cemento e graziosi paesaggi, il tutto così pulito da infondere un’istintiva sicurezza. Cosa ci aspettava all’attracco della nave non lo potevamo neppure lontanamente immaginare..


La sera prima di partire a Shimonoseki camminavamo sul molo cercando di indovinare quale sarebbe stato il traghetto di linea per Quingdao in Cina. Tre navi nere e scintillanti, una enorme e due più piccole, completamente illuminate, i generatori al massimo, attirano la nostra attenzione. Sono attraccate in fondo al porto, davanti a un grandissimo spiazzo deserto: andiamo avanti e indietro incuriosite, si respira un’aria strana, una donna scatta fotografie con il telefonino, furtiva. Le navi sono davvero imponenti e a prua svettano alti rami di bambu. Hanno una forma strana, la poppa sembra un’enorme bocca spalancata nel mare, come dovessero fare entrare nella loro pancia qualcosa di molto grande. Alla fine vediamo gli arpioni e capiamo: baleniere. Solo oggi veniamo a sapere che sono ancora lì ad attendere l’autorizzazione a partire, questo vizietto dei giapponesi di mangiarsi le balene crea parecchio imbarazzo al primo ministro giapponese in visita alla Casa Bianca e si sta aspettando che torni per farle salpare. Ma più che un’inguaribile golosità sono vari interessi politici che si nascondono dietro a questa attività. Quest’anno, come sempre ufficialmente a scopo scientifico, è stata autorizzata la pesca di 300 tra balene, balenottere e megattere: Greenpeace aspetta nelle acque del porto che la flotta prenda il largo.
La nostra nave invece siamo riuscite a prenderla di un soffio e solo grazie al buon cuore del responsabile del porto e ad una certa nostra facilità a parlamentare e a piantar grane, bisognava naturalmente prenotarla con giorni di anticipo, non è che uno va al molo e ci sale su.

         

Dopo interminabili trattative, la UTOPIA PANAMA, chissà a chi è venuto in mente un nome tanto assurdo e inappropriato, ci ha aperto nella pancia una porticina di servizio in basso e noi ci siamo infilate in questo enorme deserto galleggiante: trenta ore di mare grigio e di cielo bianco, più equipaggio che passeggeri, solo leggere e ogni tanto salire a respirare il vento gelido sul ponte scivoloso di acqua salata.

E poi…
…la Cina!!
 

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4 Responses to Dal Giappone con amore alla Cina con furore

  1. cug says:

    Ciao cug!Ciao Tita!Belli gli interventi e le foto…mlt seri…non me l’aspettavo proprio;-)….cmq smbra ke vi stia andando strabn il viaggio…grrr..ke invidia!….aspetto cn ansia il vstro prossimo intervnto….ps:cugi,nn t connetti+a skipe?sob,nn t’ho+trovata….vbè qui tt bn…Divertitevi anke x me!..c sentmo..baci da mlt lontano.Vstr Cug

  2. Fiamma says:

    Stremata da una giornata di lavoro di quelle che stremerebbero perfino me, e difatti l’hanno appena fatto, mi sono presa il tempo di leggervi, di leggerti.
    Caspita quanto scrivi bene.
    E ora, in attesa che lo sguardo esterrefatto dalla Cina incombente si traduca in racconti, vi lascio, soffiando con tutte le mie forze dal balcone sulla valle e sulla vigna i miei baci, e che questo vento indiavolato li porti con sé più in là di qui di fronte, dove ogni mattina mi saluta il sole: a oriente, a oriente.
    Con molto amore da me, dall’umanone e dalla gattuzza.

  3. luca says:

    ciao belle! Come vi va? Anche se non scrivo spesso vi seguo. Abbiamo avuto la visita del prof. e gli auguri telefonici (con scatola di alchichingeri annessa) da Laura. Come vedi la famiglia (con tutto il resto…) è presente. Aspettiamo il post cinese se vi sarà possibile. Buen viaje! Baci da luca.

  4. ale says:

    non ho ancora ben capito come funziona un blog..perchè alcune volte non riesco a postare e perchè alcune vole non vedo i commenti e altre si?? tutto un mondo misterioso..

    Bellissime siete, bellissimi i vostro occhi, i vostri piaggi e le vostre parole.

    iroshima mi ha fatto veramente pensare quanto l’immaginario costruisca aspettiva, ma forse quanto, pensando a quello che scrivete, alla fine non sarà proprio questo immaginario che terrà la memoria viva.

    Che viaggio poi quello in nave..Pazzesche.

    Guardando la foto con una di voi de assieme al cane ho pensato fosse l’Ultima…

    baci bellezze

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