Sarà scontato…

 

ma non sono riuscita a trattenermi 😉



Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli, che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.
Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

 

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972.

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Carbone, carbone, carbone

 

   

Datong, trecento chilometri a nord-ovest di Pechino.
Sei ore sui binari tra montagne gialle, aspre, deserte, bellissime. La neve dei giorni scorsi che ghiaccia in lastre dure sulle strade, dagli spifferi dei finestrini inizia a entrare aria fredda, sempre più fredda.
Poi le montagne digradano in una piana brulla e dissestata in cui si aprono grandi crepacci, come enormi vene profonde una decina di metri. L’aria si fa ancora più fredda e una sottile lastra di condensa ghiacciata sul finestrino del treno copre la vista.

       


Cercando di fare l’abitudine alle decine di occhi curiosi che ci guardano di soppiatto e all’ironia irresistibile che la nostra presenza sembra suscitare nei nostri compagni di vagone, impariamo un linguaggio di gesti e di occhiate e per la prima volta da quando siamo in Cina siamo costrette a memorizzare quattro parole di cinese. Qui non esiste lingua franca. Non esiste l’inglese. Non facciamo che maledire questa lingua del denaro e quando viene a mancare siamo sperdute come pulcini.
Infine, ecco le ciminiere monopolizzare il paesaggio: alte, basse, grandi, piccole, tozze o slanciate, ciminiere fumanti a perdita d’occhio e, intorno a ognuna, un pugno di case del colore della terra che a malapena si distinguono dalla pianura spazzata dal vento. Tutto è giallo e duro, perfino le persone. Sguardi indagatori e sorrisi schietti, visi di terra e carbone.
Carbone appunto: carbone sulle strade, intrappolato in lastroni di ghiaccio che sono neri e lucenti, carbone nell’aria gelida e puzzolente, carta di carbone, facce sporche di carbone. Carbone nelle stufe contro cui scaldiamo le mani, carbone per cucinare. Statuette del Buddha in carbone, paesaggi esotici a bassorilievo su tavolette di carbone lucidato. Carbone, carbone, carbone.
Carbone buono, ci spiegano fieri i nostri compagni di vagone, una cinquantina di persone assiepate in cerchio intorno a noi e al nostro improvvisato traduttore, tanto buono che lo vendiamo perfino ai giapponesi!
Datong è la capitale della regione carbonifera dello Shanxi, forse la più importante della Cina.
Tre milioni di persone nel cuore sporco della regione delle miniere del nord. Tanti poveri, brutti palazzi piastrellati.
Se vi suona familiare il nome è per via degli incidenti in miniera che costano ogni anno la vita a decine di persone, e che, se raggiungono un certo grado di tragicità, si meritano un trafiletto sui nostri quotidiani.
Ecco cosa resta dell’antica capitale della ricca dinastia dei Wei settentrionali, una solitaria torre del tamburo piantata in mezzo a grosse arterie trafficate e piene di neon.
Cinque gradi a mezzogiorno, quindici la notte. Sotto lo zero, naturalmente.
Noi due, una ventenne londinese in fuga ostinata e continua, un cinquantenne lionese con un sorriso buffissimo: ecco il nostro comico quartetto alla scoperta delle meraviglie che si nascondono tra le montagne antiche. Unici quattro laowai, stranieri, in una città di tre milioni di abitanti: piuttosto facile riconoscersi…

Un tempio aggrappato ad una ripida parete rocciosa, sfida alla gravità e assurdo monumento alla scomodità ascetica. Un luogo magico, se non fosse per le comitive di turisti cinesi con i loro maledetti megafoni, una piccola meraviglia che si apprezza certo più pienamente senza le dita dei piedi sempre sull’orlo del congelamento e le piccole stalattiti che giureresti si stanno formando a partire dalle tue narici. Un monumento alla tolleranza religiosa nelle cui minuscole stanze Buddha, Confucio e Lao-Tze siedono pacifici l’uno accanto all’altro e guardano la parete di roccia prospiciente da dietro i loro occhi cavati (sic).
Una pagoda di legno alta un centinaio di metri che si mantiene in piedi senza un chiodo e senza una vite da più di un migliaio di anni, dalla cui sommità lo sguardo è libero di spaziare sulla brutta città che si estende disordinata ai suoi piedi, in una pianura arida e martoriata di scavi.
Un prevedibile imprevisto ci trattiene a Datong un giorno di più: andiamo a esplorare la miniera numero nove. (Dovete sapere che nella Cina socialista molte cose hanno per nome un numero: il campo sportivo numero quattro, la scuola primaria numero dieci, la strada occidentale numero otto, e così via).

    

Un paese di strada sterrata e rigagnoli ghiacciati stretto attorno alle sue ciminiere, tagliato a metà dai binari del treno: i convogli lo attraversano lentamente per permettere ai grossi silos di stipare i vagoni del carbone estratto. Camminando fino nel paese tra le case di fango e paglia strette le une alle altre sento l’aria fetida bruciare la gola e i bronchi e una polvere sottile arrossare gli occhi. La strada finisce in un precipizio solcato di sentierini, laggiù è la miniera: uomini scendono, uomini salgono stanchi alla fine del turno.
XueYanQuin ha venticinque anni e una sacco di voglia di chiacchiere: mi porta a casa dei suoi suoceri (lei abita quattro miniere più in là, alla numero tredici, e mi indica un grosso crepaccio all’orizzonte), e mi offre una ciotola di riso. In cortile due uomini stanno finendo di macellare un maiale, mentre la nonna accoccolata in cucina davanti alla stufa si occupa della testa: con due fili sottilissimi di cotone e un gesto abile spelacchia il naso e le gote, gli cuce gli occhi, poi con le unghie e l’acqua bollente gli netta per bene le orecchie.
Intanto io mi aggiro timida e curiosa con la mia videocamera, cercando di carpire un’essenza estetica dal carbone; cercandola troppo a lungo, accidenti al mio carattere contemplativo,  rischio il congelamento, tanto che alcuni minatori in pausa mi invitano a bere un po’ di acqua calda. “Allò” e “xiè xiè” sono l’unica comunicazione verbale possibile, ma il calore della stufa e tre sigarette nel giro di venti minuti bastano per sentirsi subito un po’ più vicini.
Proprio davanti al paese, dall’altra parte della strada asfaltata, stanno più di cinquanta magnifiche grotte scavate a partire dal 450 d.C., durante la dinastia dei Wei settentrionali. L’imperatore, che voleva regalare al suo popolo un luogo di culto, diede ordine di scolpire nella roccia migliaia di statue di Buddha, di dimensioni che vanno da pochi centimetri a venti metri.
E tra queste montagne tutte buchi e gallerie e grotte artificiali mi vien da pensare che scavare sia il destino faticoso della gente dello Shanxi.

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GRANDE MURAGLIA gallery

 

 

 

  

 

   

 

   

 

 

   

  

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GROTTE DI YUNGANG album

 

 

   

 

 

   

 

 

 

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BEIJING-PECHINOgallery#5

 

Un venerdì alla moschea grande di Pechino.

 

 

 

 

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BEIJING-PECHINOgallery#4

Cartoline da Pechino: la torre nord-est della Città Proibita. 

 

   

Palazzo d’Estate, geometrie.

 

Palazzo d’Estate, pisolino.

 

Il lago Baihai dalla cima della collinetta.

 

   

 

   

    

Tempio dei Lama. 

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BEIJING-PECHINOgallery#3

 

 

   
 

 

 

   

 

   

 

 

 

   

   

 

 

 

 

 

 

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BEIJING-PECHINOgallery#2

Teatro nazionale.

 

   

Dalle parti di Wudaoku, dove prima era campagna.

 


 

Un tramonto dalla Torre del Tamburo. 

   

Pechino si fa bella. 

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MAO_NOW gallery

 

 

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Incedere da tartarughe

Affollata, affrettata, affamata. Eccola qui la Cina di oggi. Tanta voglia di buttare alle ortiche un passato ingombrante che sembra appartenere a un altro secolo e a un altro mondo, e tanta nostalgia di quel mondo che ora nei ricordi si tinge di un rosa inverosimile. 

Quante rivoluzioni si sono succedute negli ultimi sessant’anni nella vita di un cinese non si riesce a dire, e d’altra parte ogni storia di vita è storia a sé. Ma camminando in periferia attraverso gli scheletri di enormi fabbriche ridimensionate, riconvertite o abbandonate, ci si domanda dove siano finite le migliaia di operai che lì vivevano, lavoravano, nascevano e morivano guardando al luminoso futuro socialista. Alcuni sono forse adesso i custodi dei lussuosi atelier d’arte che di quelle fabbriche hanno occupato gli immensi edifici, altri hanno improvvisato un’agenzia di viaggi e servizi per turisti nell’ingresso di casa loro, altri fanno affari vendendo memorabilia della Rivoluzione Culturale. Un’enorme massa di persone che è passata da una vita programmata in ogni suo aspetto e momento, dai matrimoni ai viaggi al lavoro, a un’esistenza traballante e incerta che si decide alla giornata.
E intanto le città, in perenne espansione tentacolare, continuano ad accogliere dalle campagne di tutto il paese migranti che fanno gli edili a giornata per quattro soldi e la sera in gruppo sui marciapiedi con una gamella in mano aspettano che un camion li raccolga e li riporti nei loro rifugi notturni, quattro muri scrostati con dentro un lungo tavolo di legno su cui si dorme ammassati per scaldarsi a vicenda.
Laura, italiana, in Cina da venticinque anni, è una miniera di storie e uno sguardo familiare e disincantato su questo (suo) paese. Stare ad ascoltare certi racconti che sembrano senza tempo e seguirla nel suo quotidiano battibecco con i cinesi è divertentissimo e più istruttivo di qualunque libro. Parla e scrive il cinese e conosce la città meglio di molti dei suoi abitanti: eppure ai loro occhi continua ad essere straniera, anche se lei non sembra darsene pena. 
Pechino, fatta eccezione per la zona delle ambasciate e per quella dell’università per stranieri, non è una città multietnica e per quanto si cerchi di mimetizzarsi, non avere gli occhi a mandorla dà nell’occhio. Ogni tanto qualcuno ti fotografa di sfuggita e alcuni chiedono di poter fare una foto ricordo insieme.
Certo Pechino non è più quell’incredibile fiume di biciclette che era anche solo dieci anni fa, ora le macchine sono tante e si contendono prepotenti gli incroci a suon di clacson, ma è ancora vero che spostandosi su due route si scopre qualcosa della città, ci si sente immersi nel suo ritmo e la sua regolare geografia assiale assume significati e tempi nuovi. Le piste ciclabili sono larghe e trafficate e sono ovunque in centro: pedalare in mezzo alla massa di biciclette, carretti, risciò fa sentire meno soli e stupidi che a Milano, per quanto si respirino gas di ogni risma e colore.
Dico del centro perché le periferie, si sa, sono uguali in tutto il mondo. La città si estende per un numero indefinito di anelli concentrici che scorrono in mezzo a brutti palazzi moderni pieni di uffici, centri commerciali e dormitori.
Sono passate quasi tre settimane e siamo ancora qua. Abbiamo visto il cielo farsi limpido e i laghi ghiacciare di giorno in giorno. La città ci mostra le proprie bellezze piano piano perché noi decidiamo così e viaggiare lente è un lusso che ci vogliamo concedere. Incedere da tartarughe. Pechino ha tante facce e finalmente cominciamo a riconoscerle.
La moschea sotto un cielo terso, i riflessi di luce che rimbalzano sui copricapi bianchi  di un nutrito gruppo di hui all’ora della preghiera ci catapulta in un minestrone culturale di cui a stento distinguiamo le sfumature.
Dieci chilometri a piedi lungo la Grande Muraglia in mezzo a montagne addormentate tra le nuvole, che dire…

 

Questa mattina nevicava fine fine a Pechino e la città ci ha regalato un’ultima mezza giornata di incanto, prima di sprofondare di nuovo nel suo fumo nebbioso. Domattina partiamo per Datong. Templi sospesi e carbone.
Viaggiatori o no, i luoghi si finisce per amarli. Anche stavolta partire ci mette un po’ di malinconia.

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