Datong, trecento chilometri a nord-ovest di Pechino.
Sei ore sui binari tra montagne gialle, aspre, deserte, bellissime. La neve dei giorni scorsi che ghiaccia in lastre dure sulle strade, dagli spifferi dei finestrini inizia a entrare aria fredda, sempre più fredda.
Poi le montagne digradano in una piana brulla e dissestata in cui si aprono grandi crepacci, come enormi vene profonde una decina di metri. L’aria si fa ancora più fredda e una sottile lastra di condensa ghiacciata sul finestrino del treno copre la vista.
Cercando di fare l’abitudine alle decine di occhi curiosi che ci guardano di soppiatto e all’ironia irresistibile che la nostra presenza sembra suscitare nei nostri compagni di vagone, impariamo un linguaggio di gesti e di occhiate e per la prima volta da quando siamo in Cina siamo costrette a memorizzare quattro parole di cinese. Qui non esiste lingua franca. Non esiste l’inglese. Non facciamo che maledire questa lingua del denaro e quando viene a mancare siamo sperdute come pulcini.
Infine, ecco le ciminiere monopolizzare il paesaggio: alte, basse, grandi, piccole, tozze o slanciate, ciminiere fumanti a perdita d’occhio e, intorno a ognuna, un pugno di case del colore della terra che a malapena si distinguono dalla pianura spazzata dal vento. Tutto è giallo e duro, perfino le persone. Sguardi indagatori e sorrisi schietti, visi di terra e carbone.
Carbone appunto: carbone sulle strade, intrappolato in lastroni di ghiaccio che sono neri e lucenti, carbone nell’aria gelida e puzzolente, carta di carbone, facce sporche di carbone. Carbone nelle stufe contro cui scaldiamo le mani, carbone per cucinare. Statuette del Buddha in carbone, paesaggi esotici a bassorilievo su tavolette di carbone lucidato. Carbone, carbone, carbone.
Carbone buono, ci spiegano fieri i nostri compagni di vagone, una cinquantina di persone assiepate in cerchio intorno a noi e al nostro improvvisato traduttore, tanto buono che lo vendiamo perfino ai giapponesi!
Datong è la capitale della regione carbonifera dello Shanxi, forse la più importante della Cina.
Tre milioni di persone nel cuore sporco della regione delle miniere del nord. Tanti poveri, brutti palazzi piastrellati.
Se vi suona familiare il nome è per via degli incidenti in miniera che costano ogni anno la vita a decine di persone, e che, se raggiungono un certo grado di tragicità, si meritano un trafiletto sui nostri quotidiani.
Ecco cosa resta dell’antica capitale della ricca dinastia dei Wei settentrionali, una solitaria torre del tamburo piantata in mezzo a grosse arterie trafficate e piene di neon.
Cinque gradi a mezzogiorno, quindici la notte. Sotto lo zero, naturalmente.
Noi due, una ventenne londinese in fuga ostinata e continua, un cinquantenne lionese con un sorriso buffissimo: ecco il nostro comico quartetto alla scoperta delle meraviglie che si nascondono tra le montagne antiche. Unici quattro laowai, stranieri, in una città di tre milioni di abitanti: piuttosto facile riconoscersi…
Un tempio aggrappato ad una ripida parete rocciosa, sfida alla gravità e assurdo monumento alla scomodità ascetica. Un luogo magico, se non fosse per le comitive di turisti cinesi con i loro maledetti megafoni, una piccola meraviglia che si apprezza certo più pienamente senza le dita dei piedi sempre sull’orlo del congelamento e le piccole stalattiti che giureresti si stanno formando a partire dalle tue narici. Un monumento alla tolleranza religiosa nelle cui minuscole stanze Buddha, Confucio e Lao-Tze siedono pacifici l’uno accanto all’altro e guardano la parete di roccia prospiciente da dietro i loro occhi cavati (sic).
Una pagoda di legno alta un centinaio di metri che si mantiene in piedi senza un chiodo e senza una vite da più di un migliaio di anni, dalla cui sommità lo sguardo è libero di spaziare sulla brutta città che si estende disordinata ai suoi piedi, in una pianura arida e martoriata di scavi.
Un prevedibile imprevisto ci trattiene a Datong un giorno di più: andiamo a esplorare la miniera numero nove. (Dovete sapere che nella Cina socialista molte cose hanno per nome un numero: il campo sportivo numero quattro, la scuola primaria numero dieci, la strada occidentale numero otto, e così via).
Un paese di strada sterrata e rigagnoli ghiacciati stretto attorno alle sue ciminiere, tagliato a metà dai binari del treno: i convogli lo attraversano lentamente per permettere ai grossi silos di stipare i vagoni del carbone estratto. Camminando fino nel paese tra le case di fango e paglia strette le une alle altre sento l’aria fetida bruciare la gola e i bronchi e una polvere sottile arrossare gli occhi. La strada finisce in un precipizio solcato di sentierini, laggiù è la miniera: uomini scendono, uomini salgono stanchi alla fine del turno.
XueYanQuin ha venticinque anni e una sacco di voglia di chiacchiere: mi porta a casa dei suoi suoceri (lei abita quattro miniere più in là, alla numero tredici, e mi indica un grosso crepaccio all’orizzonte), e mi offre una ciotola di riso. In cortile due uomini stanno finendo di macellare un maiale, mentre la nonna accoccolata in cucina davanti alla stufa si occupa della testa: con due fili sottilissimi di cotone e un gesto abile spelacchia il naso e le gote, gli cuce gli occhi, poi con le unghie e l’acqua bollente gli netta per bene le orecchie.
Intanto io mi aggiro timida e curiosa con la mia videocamera, cercando di carpire un’essenza estetica dal carbone; cercandola troppo a lungo, accidenti al mio carattere contemplativo, rischio il congelamento, tanto che alcuni minatori in pausa mi invitano a bere un po’ di acqua calda. “Allò” e “xiè xiè” sono l’unica comunicazione verbale possibile, ma il calore della stufa e tre sigarette nel giro di venti minuti bastano per sentirsi subito un po’ più vicini.
Proprio davanti al paese, dall’altra parte della strada asfaltata, stanno più di cinquanta magnifiche grotte scavate a partire dal 450 d.C., durante la dinastia dei Wei settentrionali. L’imperatore, che voleva regalare al suo popolo un luogo di culto, diede ordine di scolpire nella roccia migliaia di statue di Buddha, di dimensioni che vanno da pochi centimetri a venti metri.
E tra queste montagne tutte buchi e gallerie e grotte artificiali mi vien da pensare che scavare sia il destino faticoso della gente dello Shanxi.
Chissa mai se riuscirò a scrivere questo…
Comunque, le vostre immagini, le vostre parole, sono sempre meravigliose, evocative. Le leggo e sembra, anche se solo per un istante, di essere lì con voi, di sentire il vento freddo e la polvere di carbone che brucia gli occhi.
Non c’entra molto, ma non vi si vede mai nelle immagini. Lo so, è molto turista occidentale fotografarsi davanti ai monumenti, ma sarebbe bello vedere le vostre facce…
A presto.
Marcello