Affollata, affrettata, affamata. Eccola qui la Cina di oggi. Tanta voglia di buttare alle ortiche un passato ingombrante che sembra appartenere a un altro secolo e a un altro mondo, e tanta nostalgia di quel mondo che ora nei ricordi si tinge di un rosa inverosimile.
Quante rivoluzioni si sono succedute negli ultimi sessant’anni nella vita di un cinese non si riesce a dire, e d’altra parte ogni storia di vita è storia a sé. Ma camminando in periferia attraverso gli scheletri di enormi fabbriche ridimensionate, riconvertite o abbandonate, ci si domanda dove siano finite le migliaia di operai che lì vivevano, lavoravano, nascevano e morivano guardando al luminoso futuro socialista. Alcuni sono forse adesso i custodi dei lussuosi atelier d’arte che di quelle fabbriche hanno occupato gli immensi edifici, altri hanno improvvisato un’agenzia di viaggi e servizi per turisti nell’ingresso di casa loro, altri fanno affari vendendo memorabilia della Rivoluzione Culturale. Un’enorme massa di persone che è passata da una vita programmata in ogni suo aspetto e momento, dai matrimoni ai viaggi al lavoro, a un’esistenza traballante e incerta che si decide alla giornata.
E intanto le città, in perenne espansione tentacolare, continuano ad accogliere dalle campagne di tutto il paese migranti che fanno gli edili a giornata per quattro soldi e la sera in gruppo sui marciapiedi con una gamella in mano aspettano che un camion li raccolga e li riporti nei loro rifugi notturni, quattro muri scrostati con dentro un lungo tavolo di legno su cui si dorme ammassati per scaldarsi a vicenda.
Laura, italiana, in Cina da venticinque anni, è una miniera di storie e uno sguardo familiare e disincantato su questo (suo) paese. Stare ad ascoltare certi racconti che sembrano senza tempo e seguirla nel suo quotidiano battibecco con i cinesi è divertentissimo e più istruttivo di qualunque libro. Parla e scrive il cinese e conosce la città meglio di molti dei suoi abitanti: eppure ai loro occhi continua ad essere straniera, anche se lei non sembra darsene pena.
Pechino, fatta eccezione per la zona delle ambasciate e per quella dell’università per stranieri, non è una città multietnica e per quanto si cerchi di mimetizzarsi, non avere gli occhi a mandorla dà nell’occhio. Ogni tanto qualcuno ti fotografa di sfuggita e alcuni chiedono di poter fare una foto ricordo insieme.
Certo Pechino non è più quell’incredibile fiume di biciclette che era anche solo dieci anni fa, ora le macchine sono tante e si contendono prepotenti gli incroci a suon di clacson, ma è ancora vero che spostandosi su due route si scopre qualcosa della città, ci si sente immersi nel suo ritmo e la sua regolare geografia assiale assume significati e tempi nuovi. Le piste ciclabili sono larghe e trafficate e sono ovunque in centro: pedalare in mezzo alla massa di biciclette, carretti, risciò fa sentire meno soli e stupidi che a Milano, per quanto si respirino gas di ogni risma e colore.
Dico del centro perché le periferie, si sa, sono uguali in tutto il mondo. La città si estende per un numero indefinito di anelli concentrici che scorrono in mezzo a brutti palazzi moderni pieni di uffici, centri commerciali e dormitori.
Sono passate quasi tre settimane e siamo ancora qua. Abbiamo visto il cielo farsi limpido e i laghi ghiacciare di giorno in giorno. La città ci mostra le proprie bellezze piano piano perché noi decidiamo così e viaggiare lente è un lusso che ci vogliamo concedere. Incedere da tartarughe. Pechino ha tante facce e finalmente cominciamo a riconoscerle.
La moschea sotto un cielo terso, i riflessi di luce che rimbalzano sui copricapi bianchi di un nutrito gruppo di hui all’ora della preghiera ci catapulta in un minestrone culturale di cui a stento distinguiamo le sfumature.
Dieci chilometri a piedi lungo la Grande Muraglia in mezzo a montagne addormentate tra le nuvole, che dire…
Questa mattina nevicava fine fine a Pechino e la città ci ha regalato un’ultima mezza giornata di incanto, prima di sprofondare di nuovo nel suo fumo nebbioso. Domattina partiamo per Datong. Templi sospesi e carbone.
Viaggiatori o no, i luoghi si finisce per amarli. Anche stavolta partire ci mette un po’ di malinconia.
a Milano è arrivata l’influenza “pacific” perchè viene dalle Salomone .
e li ce l’hanno l’influenza sti cinesi
solo un salutino veloce per dirvi che vi si legge sempre, con gioia e curiosità.
brave brave brave, davvero.
buonviaggio.
ciao fanciulle passo i vostri contatti a Davidone, acaro del loa ex cognato di Odo, (aveva tenuto il corso di cinese al Bulk) appassionato di cina, tanto che ora e’ sposato con fanciulla cinese e residente in cina (non so dove, lo so che e’ come dire residente negli stati uniti, ma chissamai…) magari sa darvi input ulteriori, magari vi incontrate, ha un po’ di nostalgia del natale italiano….
intanto baci!!!
s
saluti dalla Silvana!