Hanoi

 

Dal balcone su cui si affaccia la nostra camera aspetto che faccia scuro, il tempo scorre lentamente e gli occhi si abituano alla luce che cambia. Adesso è buio? Non ancora. Non c’è un momento, non è mica un interruttore, a sinistra si vedono le prime stelle ma se guardo di là una luce arancione disegna figure tra le nuvole appoggiate sull’orizzonte, subito dietro ai palazzi lunghi e stretti della città. Una vecchia legge, ormai abolita, imponeva una tassazione sui fabbricati proporzionale alla larghezza della facciata che dava sulla strada (così recita la leggenda): i vietnamiti hanno così preso l’abitudine di costruire case strettissime, larghe una sola stanza, che si estendono in altezza e in profondità, e ci hanno preso tanto gusto che ancora le fanno così. Il risultato sono dei palazzotti coloniali dalla forma assolutamente irrazionale, di gusto quasi surrealista, come sottili fette di case addossate le une alle altre e ornate di colonne e fronzoli classicheggianti.

 

   


Sono sicura che i pipistrelli che mi hanno tenuto compagnia fino ad ora con i loro svolazzi a forma di riccioli, come stessero tracciando un astruso groviglio di linee su un foglio immaginario, sono ancora a caccia di insettini qui davanti al balcone dove sono seduta, ma non li vedo più, s’è fatto buio e ho dovuto accendere la candela.
Siamo in Vietnam da una decina di giorni e sono ancora un po’ senza parole. Cinesi e vietnamiti non si amano e i posti di frontiera, identici con un trionfale arco in uscita e in entrata, distano più di un chilometro: la procedura per attraversare il Passo dell’Amicizia è lunghissima e inutilmente complicata. Nella sala stretta e sovraffollata del posto di controllo dei passaporti vietnamita una grande credenza con le ante di vetro è stipata di sacchetti, barattoli e involti di carta sequestrati dai bagagli e diligentemente provvisti di etichette bilingui: radici, polverine, granuli e funghi usati nella medicina cinese, pasticche di ecstasy, una scatola di Moment, un pacchettino di artigli. Non si accettano intrugli stranieri, qui.
Hanoi, l’austera capitale del Vietnam del Nord durante la guerra infinita che ha sconvolto e poi unito il paese, era calda e bellissima quando siamo arrivate. E’ una città piccola e a suo modo armoniosa, affacciata su un fiume imponente e punteggiata di laghi e laghetti. Tutto è sorprendentemente a misura di turista e, in effetti, ce ne sono a catinelle: intruppati in gruppi di una quindicina finiscono per intasare le strette strade del quartiere vecchio già provate dal traffico anarchico e strombazzante di motorini, solitari vagano invece con l’aria attonita e gli occhi sulla cartina provvidenzialmente fornita dall’hotel, finché un guidatore di risciò non riesce ad accalappiarli e a farli suoi.
I siti di interesse turistico sono, manco a dirlo, tutti vicini e a portata di passeggiatina dalla zona degli alberghi. Per le mete un po’ più fuorimano basta affidarsi alle agenzie che spuntano come i funghi a ogni incrocio di strada e restano aperte fino a tarda notte. Gli stranieri pagano in dollari e tutto è caro, ma non troppo. I turisti, senza alcun pudore, acquistano i caratteristici cappelli a cono e li indossano felici.
Andando a zonzo per la città in motorino, appena fuori dal quartiere degli stranieri, si respira un’aria rilassata. Bassi tavolini di plastica con microscopici sgabelli sempre pieni occupano sui marciapiedi ogni spazio lasciato libero dai motorini parcheggiati: si servono spaghetti, zuppe e involtini di verdura accompagnati dall’immancabile birra alla spina fresca e leggera, la BiaHoi. Due tavolini ai lati di una porta di casa indicano un bar e la proprietaria lascia per un attimo le faccende domestiche per preparare un caffè filtrato, delizioso, nella cucina sul retro. Le strade sono affollate di persone che bevono, fumano e giocano a mah jong. Sulle sponde dei laghi c’è sempre qualcuno che passeggia, che fa ginnastica, che pesca, che se la racconta su.
Gli anziani parlano ancora francese, il francese dolcissimo e infarcito di madame e monsieur che si sente solo in Indocina. Sembra poco quarant’anni per dimenticare trent’anni di guerra. I vietnamiti sono fieri e lo danno a vedere.


HoChiMin giace immobile (naturalmente) in un Mausoleo che vorrebbe essere monumentale  ma è soltanto spoglio. Il povero zio Ho aveva chiesto di essere cremato, il ruolo di mummia turistica non lo allettava, ma un bel cubo di cemento imponente con dentro una salma ce l’hanno tutti in questa parte di mondo e i vietnamiti non hanno voluto essere da meno. E così in fondo a una brutta piazza di cemento deserta e circondata di palme nane, in una costruzione in stile socialista in cui la cosa più fantasiosa sembrano essere le crepe dei muri, il Grande Vecchio di questo paese riceve gli ospiti una mattina sì e una no nella semioscurità arancione e sinistra della sua teca di vetro.
 

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Vietnam: number one

 

Che cos’è? E’ che siamo forse un po meno stupite. Occhi, cuore e palato si sono forse abituati a quest’Asia profumata. Sarà che il Vietnam è bellissimo a guardarlo da spettatori, ma dentro è pieno di irrisolti complicati e vicini..

E’ anche che adesso non abbiamo abbastanza rete per mandarvi le immagini e le parole..ma intanto scriviamo, pensiamo, fotografiamo, parliamo, curiosiamo, mangiamo (tantissimo) e ci mettiamo in sintonia col caldo tropicale..

Siamo a Nha Trang, l’Apocalisse che fu..


      

 

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ad oggi…..

 

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La fine della Cina

 

 Con la loro sobria imponenza e una grazia solenne un po’ fuori moda i treni cinesi sono uno specchio stupefacente di questo paese: sono finiti i tempi, sempre rimpianti, in cui le inservienti con le treccine coi fiocchetti rossi si precipitavano a ogni stazione a lucidare le maniglie delle porte, ma è sempre vero ogni viaggio è un’avventura. Nei vagoni affollati e fumosi dei sedili duri, ancora prima che il treno sia partito, tutti cominciano ad estrarre dalle borse involti di cibo che basterebbero per settimane e inizia un balletto di offerte e scambi, un uovo sodo per una zampa di gallina, due mandarini per una mela, e semi, tanti semi, che tutti masticano con metodica voracità e le cui bucce finiscono presto per formare vere e proprie montagne sui tavolini tra i sedili, con relative frane a ogni frenata del treno. Si finisce sempre per intavolare discorsi infiniti in grandi cerchi improvvisati di persone sedute, in piedi, accovacciate a terra tra le galline e prima o poi arriva il proverbiale Grande Vecchio che si mette a tenere banco, a raccontare dei tempi andati, a scagliarsi contro i nuovi, o almeno così sembra di capire dal tono ora nostalgico ora energicamente sdegnato della sua voce. Di solito entro un’oretta, che noi impieghiamo comunicando a gesti, mostrando fotografie, monete e tutto ciò che abbiamo negli zaini, gli occupanti del vagone provvedono a una rapida inchiesta e rimediano qualcuno che parla un po’ d’inglese che diventa, a volte suo malgrado, il nostro interprete ufficiale: da quel momento tutti si sentono autorizzati a porci attraverso il malcapitato ogni sorta di domande che spaziano dalle nostre abitudini alimentari alla politica internazionale. I sedili duri costano pochissimo, soprattutto i posti in piedi, ma garantiscono un viaggio davvero disagevole e gli stranieri e i cinesi ricchi le evitano come la peste.

 

   

Un’altra opzione abbastanza popolare, e comunque economicamente accessibile, sono le cuccette dure. Esisterebbe anche un’altra possibilità, i sedili morbidi, ma per qualche oscura ragione in biglietteria sono molto restii a vendere i biglietti per questa classe, e così questi vagoni rimangono sempre inspiegabilmente vuoti. Le cuccette dure consistono in scompartimenti aperti di sei lettini davvero corti (ma per noi è più che abbastanza), in cui di solito si stipano almeno otto persone. Spesso si sale arrampicandosi sui corpi addormentati dei vicini, visto che in alcuni vagoni le cuccette non sono dotate di scale. Il corridoietto centrale tra le cuccette poste l’una di fronte all’altra misura una trentina di centimetri e lo spazio vitale della cuccetta in alto è veramente ridicolo, una quarantina di centimetri d’aria prima del soffitto da cui gracchiano gli altoparlanti. Anche qui però nella promiscuità forzata si crea una sorta di complicità e così sembra normale sentire da vicino il respiro del dirimpettaio o spostare la mano che per sbaglio si poggia sul tuo cuscino.

C’è anche un’opzione di lusso, le cuccette morbide, che sono sempre praticamente vuote dal momento che costano quattro volte il biglietto normale. Questa è anche la classe che il capotreno vende con più entusiasmo agli stranieri quando salgono sul treno con un biglietto per un inesistente “posto in piedi” e cercano di ottenere un angolino per stendere le gambe (un viaggio standard dura anche otto ore!).
Per l’ultimo viaggio in treno in questa nostra prima Cina, da Sanjiang a Nanning, ci siamo concesse appunto le cuccette morbide, non c’era scelta d’altra parte, è la sola classe che non si siano rifiutati di venderci. Sembrava di stare sull’Orient Express: termos di acqua calda, mandarini in omaggio, i bagni puliti (se ho evitato di soffermarmi sulle toilette delle altre classi c’è un motivo) e le lenzuola immacolate.

Nanning ci ha accolto con il sole caldo e bianco del primo mattino, mentre un’inedita vegetazione tropicale si diradava per fare spazio ai palazzoni e ai grattacieli che arredano questa città dallo sviluppo disordinato. Ci resteremo quasi una settimana, aspettando che il consolato vietnamita ci dia il visto per valicare via terra dal Passo dell’Amicizia, a duecento chilometri dalla città. Abbiamo viaggiato attraverso la Cina centrale, povera e arretrata in confronto allo sbarluccichìo occidentale di Nanning. Dal ponte
sul fiume, tra le palme e il sole offuscato dalla nuvola di smog,
fa bella mostra di sé la bianca skyline della città.

  

Forse le
città ricche della costa sono tutte come questa. Ma per noi è stato un
salto di vent’anni nel tempo, e neppure ci sembra di essere in Cina.
Tra le larghe vie del centro c’è un gran traffico di automobili e già
questa, dopo gli ultimi tempi trascorsi tra muli e carretti, è una novità. Addirittura i guidatori di motorini portano il casco! A destra dei giardini Chaoyang, che pullulano di chioschi, persone, palloncini, giocatori di mah-jong, indovini e venditori, le vie sembrano un gigantesco centro commerciale all’aperto, corredato di MacDonald e di gruppi di ragazzi che occupano i loro pomeriggi a far shopping.

   

L’altra triste novità di Nanning sono i poveri, i disperati che chiedono l’elemosina: non se n’erano mai visti prima d’ora in Cina, se non eccezionalmente e nei posti più turistici. Tutta quest’opulenza, tra le strade lastricate coi fast-food americani, attrae i mendicanti, molti dei quali sembrano essere vietnamiti. E’ proprio vero che è la ricchezza che crea la povertà. L’impressione che sarà sempre più così è forte e non è una novità. Nella Cina che abbiamo vissuto noi il dislivello tra ricchi e poveri, soprattutto nei posti piccoli, è contenuto, sebbene sia evidente che sta crescendo a un ritmo mai visto.
Tra le tante sorprese che la città offre al viaggiatore, ce n’è una deliziosa: in una stretta via secondaria che parte da un enorme incrocio di viali a quattro corsie ogni sera ha luogo un sorprendente mercato notturno, i cui ristoranti improvvisati offrono specialità mai provate. Spiedini di pesce e di carne, verdura alla griglia, pesci esotici e frutti di mare di impensabili dimensioni, piccioni, granchi, passerotti, tofu nero al gusto di pesce, gli immancabili ravioli, tartarughe, rane, cani laccati, quaglie, anguille, gamberi blu, e molto altro, il tutto intinto in una salsa piccantissima e piena di aglio.

    


Percorrendo i viali alberati che si diramano verso la periferia si ritorna a respirare un po’ di aria autentica. Il clima subtropicale, i vecchi in ciabatte, i polli che scorrazzano e i cani che sonnecchiano, danno alla città un’aspetto nient’affatto cinese, ma vero. Nanning è una città di frontiera e tutto tra le sue vie sembra mescolarsi per disorientarti.
Domani sera, se tutto va per il verso giusto, saremo ad Hanoi. Grazie a tutti i cinesi e ai laowai che ci hanno accompagnate sul cammino.
Faccio chiudere a Terzani, và, che di Cina se ne intendeva abbastanza.


“Porta fortuna, protegge contro gli incidenti” mi disse uno degli autisti dell’albergo. Da dio della Rivoluzione Mao era diventato il Dio del traffico Forse anche quello era un modo estremamente saggio e pratico dei cinesi di esorcizzare il pii, lo spirito di un uomo che da vivo aveva tanto pesato sulle loro vite e che non volevano certo tornasse da morto a disturbare i loro sogni. Rispettandolo come una divinità, pensavano di tenerlo tranquillo. Strano destino quello di Mao! Aveva voluto dar vita a una nuova Cina, rifondando la sua civiltà, imponendole nuovi valori e aveva finito per distruggere quel poco cha ancora restava della vecchia. E’ stato Mao a voler togliere ai cinesi quell’ultima coscienza di essere diversi grazie alla loro civiltà per mettere loro in testa che erano diversi perché erano rivoluzionari. E’ bastato dimostrare che quella rivoluzione era un fallimento perchè la tragedia arrivasse al suo epilogo, perché i cinesi andassero alla deriva e fossero presi dalla corrente dei tempi: quella di diventare come tutti. Poveri cinesi!
Il destino di questa straordinaria civiltà che aveva, davvero per millenni, preso un’altra via, che aveva affrontato la vita, la morte, la natura, gli dei in maniera diversa dagli altri, mi rattristava!
Quella cinese era una civiltà che aveva inventato un suo modo di scrivere, di mangiare, di fare l’amore, di pettinarsi; una civiltà che per secoli ha curato diversamente i suoi malati, ha guardato diversamente il cielo, le montagne, i fiumi; che ha avuto una diversa idea di come costruire le case, di fare i templi, un’altra concezione dell’anatomia, un diverso concetto di anima, di forza, di vento, d’acqua; una civiltà che ha scoperto la polvere da sparo e l’ha solo usata per fare fuochi d’artificio invece che proiettili per i cannoni. Quella civiltà ora cerca solo di essere moderna come l’Occidente. Vuole diventare come quell’isolotto ad aria condizionatala che è Singapore. Produce giovani che sognano solo di vestirsi come rappresentanti di commercio, di fare la coda davanti ai fast-food di MacDonald, di avere un orologio al quarzo, un televisore a colori e un telefonino portatile. Non è triste? Non dico per i cinesi. Ma per l’umanità in genere, che perde molto nel perdere le sue diversità e nel diventare tutta uguale.

 

T.Terzani, Un indovino mi disse, 1995

 

 

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GUIZHOU_gallery

Vigilia di Natale, dalla finestra della Pensione Petrolio.

 

   

Parrucchiera al mercato di Kaili.

 

  

 Ceste e cappelli al mercato di Kaili.

 

 Parrucchiere dei giovani, orario notturno.

 

   

Cenone della vigilia di Natale, mercato notturno di Kaili. 

 

  

Polentina e palline di riso dolci, mercato notturno di Kaili.

 

Mercato notturno di Kaili.

 

   

Xijiang, villaggio Miao, risaie. 

 

Xijiang, risaie. 

 

   

Nuove costruzioni in stile Miao, il villaggio si espande. 

 

Xijiang, a cena con la nonna. 

 

Xijiang, verso i campi.

 

 Xijiang, tipico cagnetto.

 

   

Ronjiang, quel che è brutto è brutto.

 

Ronjiang, il ponte. 

 

   

Ronjiang, al ristorante. 

 

   

 Ronjiang, il ristorante e la pensione.

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Aria di festa

 

Cento chilometri più a sud, a Zhaoxing, un villaggio della minoranza Dong che si conquista un trafiletto in tutte le guide turistiche grazie alle sue cinque torri del tamburo e ai magnifici ponti del vento e della pioggia (il nome è poetico, ma vuol solo dire “ponte coperto”, non ti piove sulla testa).
Che meraviglia le città di fiume! Quando ci si passa si capisce in un momento per quale ragione tutte le prime città della storia sono nate sulle sponde di un fiume. Zhaoxing sorge sulle sponde d’un torrente, e nelle sue acque, che non hanno niente di limpido e poco di pittoresco, si lavano i panni, si squartano i polli, si pescano i pesci con i cormorani, si sciacquano gli stracci dei pavimenti, si lancia il vaso da notte, si fa il bagno, si lavano i piatti e la verdura, e, se si è bambini, si gioca a tirare i sassi facendoli saltare sull’acqua. 

 

     

 

Toc, toc, toc, un rumore continuo e ritmato arriva da tutte le direzioni, da dentro le case e dai vicoli: sono le donne che pestano con un martello di legno su lunghe strisce di stoffa tinta di fresco di nero, di viola, di indaco. Pestano pestano e fanno diventare il cotone lucido come seta; dopo stendono le strisce su bastoni di bambù appesi alle finestre in infiniti festoni nero-blu che fanno asciugare accendendogli sotto bacchette d’incenso: è una strana visione, un rito quotidiano e accurato che riempie i vicoli del suo ritmico batti e ribatti, del suo profumo.

 

Zhaoxing è anch’essa a suo modo una piccola capitale: dalle ultime case vari sentieri partono in direzione di paesi ancora più piccoli e sperduti, che si raggiungono solo a piedi o a dorso di mulo. Dalla cima del paese, in mezzo ai campi e alle risaie, parte una strada che s’inerpica su per la montagna tra le terrazze che salgono fino a seicento metri di quota: le montagne sembrano enormi torte nuziali fatte di orti e di risaie (o gradinate per giganti, anche), disegnate secondo linee curve e dolcissime dalla mano millenaria dell’uomo che la ha sfruttate.
Dopo due ore di cammino su questo acciottolato tutto curve e gradini si arriva a Tang’an: appare d’improvviso dietro una curva, adagiato in una piccola valle con la torre del tamburo nascosta  tra i tetti neri bordati di bianco, ognuno dei quali mette in mostra la sua luccicante antenna parabolica. L’innovazione più radicale che la televisione ha portato tra queste valli, prima dei modelli di vita, delle telenovelas e dei telegiornali, è stata la lingua. Fino a pochi anni fa qui nessuno parlava il cinese, conosceva giusto qualche parola imparata a scuola. Ora il Dong, il Miao, il Iao sono considerati alla stregua di dialetti, quale incerto confine segni la differenza tra questi ultimi e le lingue dotate di autonomia e dignità proprie è difficile definirlo, e un’isolamento millenario a lungo custodito viene mandato in frantumi dalle onde che vengono da cielo.
Questo non significa però che i villaggi siano già completamente guadagnati alla modernità onnivora: sono sulla via, ancora incerti su come disfarsi della loro storia nel modo più proficuo. Davanti al bar con connessione senza fili siede una vecchia che fila il cotone e scaccia via con degli urletti gutturali le galline dal riso steso ad asciugare sulle stuoie.
All’ingresso del paese, affacciato su uno spiazzo delimitato da grossi pali appuntiti, in una casina di cemento con cinque gradini di pietra davanti, sta l’altare dei sacrifici. Su una balaustra sei statue di legno con il viso dipinto contemplano serafiche il putiferio di offerte che sta ai loro piedi: bacchette d’incenso, mandarini, bacche, una lampadina, foglie secche, foglietti votivi, un coltello di ferro, due bottiglie di grappa, tanti bicchierini per il servizio, una tazza piena di un liquido violastro, un uovo intero e un uovo rotto, piume di gallina attaccate sul perimetro con sangue rappreso, una sigaretta. Sul pavimento la larga macchia marrone del sangue dei polli la cui vita è stata offerta a questi sei personaggini.
Guardando il fiume scorrere sotto un cielo pieno di stelle abbiamo dato il benvenuto al nuovo anno. Il primo di gennaio, dopo settimane di grigio senza sosta, c’era un sole caldo, profumo di primavera e si sentivano ronzare gli insetti. Lungo l’argine del fiume, di buon mattino, s’è ammazzato il maiale che era lì legato ad aspettare dalla sera prima, tutti insieme lo si è macellato, assaggiato, cotto, mangiato tra risa e scherzi. Si sa, per i cinesi mangiare è la festa più festa di tutte. Nello spiazzo davanti a casa una trentina di bambini dall’alba al tramonto hanno giocato a tutti i giochi del mondo. Camminando tra le risaie ne ho incontrati quattro ubriachi di birra e di felicità che si rotolavano nel fango e accendevano sigarette per il solo gusto di sputare per terra e fare i grandi.

 

    

Il tempo immobile dei giorni di festa mostrava ancora una volta l’equilibrio miracoloso di uno stile di vita che è sul punto di collassare sotto la spinta del mondo che bussa alla porta con tante promesse e i soldi pronti in mano.
Vivere insieme, condividere la fatica e anche la festa… è così assurdo che questa semplicità da cui i Dong, e con essi tutti coloro che vivono ancora seguendo il ritmo della comunità, stanno cercando di scappare, per noi sia invece un’idea di futuro da perseguire nonostante tutto il mondo remi contro. Come facciamo noi in Occidente a vivere soli e a non diventare tutti pazzi?
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Che fare di sé


 

 


Stanche della nebbia gelida e grigiastra di Xi’an e intristite dai souvenir a poco prezzo, abbiamo deciso di mettere ventiquattr’ore di treno tra noi e i miasmi del “cuore della Cina”. Il paesaggio piano piano cambiava, e presto nel deserto hanno cominciato a spuntare alberi e colline, e poi palme e fiumi blu. Immaginerete facilmente la nostra perplessità quando il taxista che ci ha raccolto nella stazione di Kaili nel cuore della notte ci ha lasciato in un albergo economico di sua fiducia, la Pensione Petrolio, cinque piani interamente ricoperti di una moquette unta e consunta affacciati su una voragine di cantiere edilizio. Dopo una notte d’inferno, alquanto abbacchiate da una pioggerella fina fina e dai palazzoni piastrellati che perfino negli angoli più sperduti delle Cina spuntano come funghi mostruosi e squadrati, passeggiando alla ricerca di un’improbabile colazione, ci siamo infilate quasi per sbaglio in un mercato meraviglioso, pieno di cappelli e galline, di stoffe, di nerissimi capelli veri, di bufali e zucchero filato, tra accaniti combattimenti di merli e gerle zeppe di verdura: dai paesi e dalle campagne circostanti un fiume di persone si riversa in città per il mercato della domenica, per vendere, comprare, mangiare, chiacchierare.


 

   


 

   


Kaili si trova nella parte orientale del Guizhou, che è una delle province più povere della Cina meridionale ed è la capitale del popolo Miao, risicoltori e allevatori che non si sono mai amati né mischiati con i conquistatori Han. Oggi i Miao che vivono a Kaili sono confinati nella parte più sporca e disastrata delle città, ammassati con i loro mille bambini (la politica del figlio unico non vale per le minoranze) in case arroccate tra stradine di fango, con le botteghe al piano terra e una stufa al centro attorno a cui si chiacchiera e si gioca a majong per ammazzare il lungo inverno piovoso. Fanno i mestieri più umili e pesanti e l’immagine di queste donne vestite da regine che spazzano la strada, vendono patate dolci e lustrano le scarpe stride con la pubblicità di armoniosa convivenza con cui la Cina vincitrice cerca di vendere ai turisti la più esotica delle sue attrazioni, le minoranze etniche (o, per meglio dire, quel che ne rimane). Come saltati improvvisamente dal medioevo a oggi, vittime anche loro dell’allettante modello occidentale di ricchezza e benessere, i Miao sembrano non sapere bene che fare di sé.
Anche noi, a dire il vero, non sapevamo bene che fare di noi, quando la sera della vigilia di Natale siamo uscite in cerca di un ristorante, senza alcun successo: a Kaili non sembra essercene nemmeno uno. Brindando con una grappa da due soldi abbiamo deciso di mandare alle ortiche le nostre trite abitudini e ci siamo lanciate nell’avventura gastronomica del mercato notturno della città.


 

     

Antipasto: tofu alla griglia, croccante fuori, morbido e delicato dentro, farcito sul momento con intingolo piccante di radici bianche e dure.
Primo: polenta alle erbe fritta sulla piastra, dolce consistenza, unta e saporita, si mangia tutti insieme dalla stessa frittatina direttamente dalla stufa.
Secondo: spiedini spennellati di aromi piccanti, tofu, verdure e carne.
Panettone: palline dolci di farina di riso ripiene di zucchero e noccioline tritate, servite in brodo bollente dolce con spruzzatina di riso lessato nella grappa di riso.
Vino: grappa di riso, bottiglietta sempre in tasca.

Ringraziando i giovani ingenui cinesi che vogliono praticare l’inglese e farsi amici stranieri per trovare un buon lavoro e guadagnare tanti soldi (sic) siamo riuscite a ottenere un biglietto per un autobus diretto a Xijiang, un villaggio Miao. Unico compagno di viaggio un vecchietto con due anatre appese a mo’ di fagotto. Il paese è fatto tutto di grandi case di legno costruite su palafitte e occupa tre intere colline, sui cui pendii si inerpicano stradine tortuose di sassi e fango. Non ci sono automobili, naturalmente, e i bambini giocano per la strada fino a tarda notte con le trottole di legno, corrono dietro ai cani e fanno gare di corsa sui gradini in discesa. Le donne portano maestose acconciature fissate in cima alla testa e decorate con un’accozzaglia di oggetti: spille d’argento lavorato, vistose rose di plastica rosso fuoco, pettini colorati e altri fiocchetti variopinti. Tutt’intorno al paese sono orti di cavoli e terrazze di risaia che salgono fino alla cima delle colline: ogni singolo fazzoletto di terra è sfruttato, ogni ansa del terreno coltivata, curata, umanizzata. Tra le vie del  paese in mezzo al viavai dai campi di persone che portano pesanti gerle sulle spalle, scorrazzano cani, maiali, polli, anatre e un’oca solitaria. Ogni tanto si vede passare una mucca al guinzaglio o un mulo al lavoro, ma di rado.


 

  


Oltre che di agricoltura e di allevamento i Miao vivono ovviamente anche di turismo. Quasi ogni giorno uno o due autobus (ma la strada asfaltata risale all’anno scorso) portano a Xijiang una comitiva di turisti cinesi affamata di spettacoli tipici e di pietanze piccanti. Nella piazza centrale del paese, al centro della quale si innalza un curioso totem di legno, secondo un rituale che si ripete uguale ogni giorno, vengono fatti accomodare su panche di legno gli onorevoli ospiti. Due grossi altoparlanti accompagnano la musica dei flauti di bambù suonati da uno sparuto e spennacchiato gruppetto di uomini. Le donne si prodigano in danze e canti, vestite di tutto punto con tintinnanti monili d’argento, e tra grida e sorrisi forzati fanno trangugiare da corni di bue ai tapini forestieri litri dell’energica grappa di riso che si produce da queste parti. Il tutto non dura, per fortuna visto che si svolge pochi a pochi metri dalla nostra finestra, non più di un’ora, a volte anche una mezz’oretta per i gruppi più squattrinati. Appagata la dubbia curiosità e il desiderio di esotica bizzarria, i cinesi, orfani essi stessi della loro millenaria tradizione, nonché della robusta ideologia degli anni più recenti, ripartono felici dopo aver svuotato i portafogli alle botteghe che s’affacciano sulla piazza. Questa raffazzonata messinscena, seguita con noncuranza dagli abitanti del paese, fa sorridere amaro e lascia presagire il futuro prossimo di queste comunità fino a poco tempo fa isolate dalla storia che ora si ritrovano alla mercè dell’industria del divertimento e del turismo di massa.


 

  


La notte però, tra le ombre che scivolano sicure tra le vie prive di illuminazione, ancora si sentono risuonare, ora vicini ora lontani, gli echi dei flauti di bambù e dei corni che vengono suonati intorno alle stufe delle case in tutte le occasioni importanti della vita, fidanzamenti, nascite, morti, secondo cicli e rituali segretamente custoditi, chissà per quanto ancora. La mattina successiva ci siamo trovate nel mezzo di un funerale: fuochi d’artificio hanno iniziato a scoppiettare fin dall’alba e non hanno smesso fino al tramonto tra confusi cortei di persone che andavano e venivano, una ragazza piangeva piangeva appoggiata al braccio di qualcuno, e un lungo lenzuolo bianco copriva una donna sdraiata in un cortile pieno di oche e di razzi che partivano verso l’alto, finché il corteo funebre non ha iniziato a salire su per la montagna, sempre più su, finché non è diventato invisibile sopra le nuvole basse.


 

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Sabato, domenica e lunedì


Treno espresso Yan’an-Xi’an: abbiamo preso le cuccette dure questa volta e crepi l’avarizia!
Alle dieci si spengono le luci del vagone e il mio vicino già russa felice avvolto nella sua trapunta bianca. Nel buio che scorre dal finestrino si intravedono sagome di montagne e qualche luce sparsa qua e là: cerco di buttar giù qualche appunto notturno per non lasciare che tutto si confonda nella memoria.
Nella Mecca del comunismo cinese c’era aria di festa quando siamo arrivate sabato sera scorso e le strade erano piene di ragazzi che andavano su e giù dalla via principale mangiando da bancarelle di ogni tipo. Il paesino arroccato in una valle brulla alla confluenza di due fiumiciattoli, in cui gli eroi della Lunga Marcia stabilirono il loro quartier generale, è oggi una brutta città di grattacieli piastrellati, che estende i suoi bracci di cemento a perdita d’occhio in forma di enorme Y. Il fiume stesso è praticamente prosciugato, potremmo meglio definirlo un rigagnolo, occupa un’infinitesima parte del letto che gli è stato scavato e neppure arriva a lambire gli argini colossali che chissà chi ha deciso di erigergli ai lati.


La parte moderna della città occupa dunque il fondo della valle ma alzando gli occhi verso i pendii delle piccole montagne (sacre, a quanto pare) che l’incorniciano si vedono decine, centinaia di buchi nella roccia, disposti in file regolari: sono le case tradizionali di questa zona, dello stesso tipo di quelle in cui hanno vissuto Mao, Zhou Enlai e tutti i compagni, compreso quel poveretto che fu vicepresidente e fu poi accoppato durante la Rivoluzione Culturale ma che ora non mi ricordo più come si chiamava.
Le case a grotta sono abitate ancora oggi, non solo quelle che si affacciano sulla città ma anche quelle disseminate in tutte le montagne della regione: anche Zhou, insegnante d’inglese (forse) temporaneamente disoccupato, che si è improvvisato guida turistica volontaria pur di passare un pomeriggio con due laowai e fare un po’ di pratica di inglese, è cresciuto in una casa così, due piccoli tunnel ciechi nella roccia comunicanti tra loro.
Le strade di Yan’an la mattina successiva erano di nuovo piene di gente e nella piazza principale, davanti al ponte grande, centinaia di persone di ogni età formavano ampi cerchi intorno a suonatori, cantastorie e teatranti di strada che vengono ogni domenica dalle campagne vicine ad animare la piazza e a tirar su qualche spicciolo.

   


Noi eravamo due uditrici molto richieste, anche perché eravamo le uniche che alla fine dell’esibizione lasciavano una monetina, e i più audaci ci tiravano qua e là in una tiritera di “cosa fai?”, “da dove vieni?”, “come ti chiami?”. La maggioranza comunque si limitava a guardarci rapita con una certa diffidenza e quando qualcuno che parlava qualche parola d’inglese si faceva bello con gli altri buttandoci lì qualche domanda di cui poi, puntualmente, non capiva la risposta, un cerchio di visi curiosi ci si faceva intorno e rapidamente si ispessiva e presto non riuscivamo più a vedere oltre il muro circolare di occhi che ci circondava.
Anche Yan’an avrà una fettina della grande torta delle Olimpiadi: la città ospiterà le gare di wrestling, come ci ha spiegato divertito Zhou indicando dall’alto della pagoda grande il campo di calcio appena costruito all’uopo.
Ci sarà pure di più da mangiare e vestiti caldi da mettersi, ma alla nostra guida questo vivere moderno e occidentale sembra proprio non andare giù: è già uno sforzo ammettere, in mezzo alle sale che ospitarono i primi sette congressi del partito, che tanti errori sono stati fatti da allora e confessare che sradicarsi quel dio-Mao dal profondo del cuore è stata una faticaccia. Ma i tempi cambiano, rapidamente e inesorabilmente, e mentre torniamo insieme a Zhou verso il centro della città lo constatiamo una volta di più, vedendo gruppi di persone in fila ordinata che non aspettano il turno per una ciotola di riso ma per il nuovo modello di Nokya.
Il lunedì, sarà pure che era ora di pranzo, ma le strade brulicavano ancora di persone e i mercati-ristoranti all’aperto avevano tutti i tavolini occupati: pasta fatta a mano di tutte le forme condita con un ragù di montone piccantissimo, spaghetti alle verdure, focaccine di tutti i colori. A Yan’an si mangia proprio bene, forse è per questo che sembra festa tutti i giorni.
Arrivare a Xi’an, che in questi giorni è avvolta da una nebbia spessa e fredda, non è stata una grande emozione. Sei milioni di abitanti nella culla della civiltà cinese, non si sa come vanno  queste cose, ma non ci ha proprio preso: sarà che di metropoli siamo anche un po’ stufe e domani sera ci imbarchiamo verso un sud che speriamo caldino e lussureggiante.
In ogni modo, tanto per non avere a rimpiangere di non averlo mai visto quando i cinesi decideranno di venderlo pezzettino a pezzettino a chi offre di più, oggi siamo andate a vedere l’Esercito di terracotta, un’altra di quelle opere assurde, illogiche, insensate ma visivamente proprio efficaci (un po’ come la Grande Muraglia) che punteggiano questo immenso paese, questo continente.
Usciti dall’autostrada siamo nel mezzo di un panorama desolante, su strade dissestate tra voragini e costruzioni crollate o a catafascio, quasi come in una zona di guerra, dice la titta.
L’area degli scavi è enorme e si accede previo triplo controllo di tesserino elettronico; è attraversata da una larga via lastricata piena di orribili monumenti moderni, lungo su cui si affacciano venditori  a prezzi esorbitanti di ogni cosa, soprattutto pellicce di cane e di gatto. Per far bello tutt’intorno hanno piantato dei pini e delle piantine di cavolo rosso, col risultato estetico che lascio immaginare. Se questo non bastasse, oggi a completare il quadretto c’era anche una nebbia che, come direbbe la nonna, si tagliava col coltello.

    


Ad ogni modo i guerrieri, come c’era da aspettarsi, erano bellissimi e incredibili, ognuno con la sua espressione del viso, chi corrucciato, chi sereno, chi sorridente, ognuno con la sua corporatura, i bassetti, i magri, quelli con la pancia, quelli giovani e quelli vecchi, quelli coi capelli tirati su in crocchie a destra al centro o a sinistra, ma i più a destra, quelli in piedi e quelli in ginocchio. File e file di ometti serrati nei ranghi, con le mani nella posizione innaturale di chi reggeva un oggetto, un’arma, ma gli è stata sottratta, e siccome è di terracotta non può rilassare la presa, quindi rimane lì così, a stringere il vuoto davanti a tutti quei turisti forestieri che lo fotografano; ha poco da lamentarsi comunque, altri sono esposti alla pubblica curiosità magari monchi di un braccio, con un imbarazzante buco nella pancia, altri ancora senza testa. Un intero esercito vinto dal tempo e dagli smottamenti del terreno, che giace in gran parte ancora sotto terra rovesciato, uomini e cavalli, fanti e ufficiali indecorosamente sdraiati gli uni sugli altri, avvinghiati, mescolati, tanto che ora è arduo distinguere se quella laggiù sia una coda equina, o il braccio onorevole di un comandante, o la scarpa lurida di un soldato semplice, niente più che terra e sassi e un’intera armata di cui non restano che cocci rotti.

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YANAN album

 

   

 

   

Sopra: Yanan, cartoline. 

 

   

 

Sigarette votive sul letto del Presidente Mao. 

 

   

   

 

 

 

   

 

   

 

 

  

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Siamo cambiate?

   

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