Dal balcone su cui si affaccia la nostra camera aspetto che faccia scuro, il tempo scorre lentamente e gli occhi si abituano alla luce che cambia. Adesso è buio? Non ancora. Non c’è un momento, non è mica un interruttore, a sinistra si vedono le prime stelle ma se guardo di là una luce arancione disegna figure tra le nuvole appoggiate sull’orizzonte, subito dietro ai palazzi lunghi e stretti della città. Una vecchia legge, ormai abolita, imponeva una tassazione sui fabbricati proporzionale alla larghezza della facciata che dava sulla strada (così recita la leggenda): i vietnamiti hanno così preso l’abitudine di costruire case strettissime, larghe una sola stanza, che si estendono in altezza e in profondità, e ci hanno preso tanto gusto che ancora le fanno così. Il risultato sono dei palazzotti coloniali dalla forma assolutamente irrazionale, di gusto quasi surrealista, come sottili fette di case addossate le une alle altre e ornate di colonne e fronzoli classicheggianti.
Sono sicura che i pipistrelli che mi hanno tenuto compagnia fino ad ora con i loro svolazzi a forma di riccioli, come stessero tracciando un astruso groviglio di linee su un foglio immaginario, sono ancora a caccia di insettini qui davanti al balcone dove sono seduta, ma non li vedo più, s’è fatto buio e ho dovuto accendere la candela.
Siamo in Vietnam da una decina di giorni e sono ancora un po’ senza parole. Cinesi e vietnamiti non si amano e i posti di frontiera, identici con un trionfale arco in uscita e in entrata, distano più di un chilometro: la procedura per attraversare il Passo dell’Amicizia è lunghissima e inutilmente complicata. Nella sala stretta e sovraffollata del posto di controllo dei passaporti vietnamita una grande credenza con le ante di vetro è stipata di sacchetti, barattoli e involti di carta sequestrati dai bagagli e diligentemente provvisti di etichette bilingui: radici, polverine, granuli e funghi usati nella medicina cinese, pasticche di ecstasy, una scatola di Moment, un pacchettino di artigli. Non si accettano intrugli stranieri, qui.
Hanoi, l’austera capitale del Vietnam del Nord durante la guerra infinita che ha sconvolto e poi unito il paese, era calda e bellissima quando siamo arrivate. E’ una città piccola e a suo modo armoniosa, affacciata su un fiume imponente e punteggiata di laghi e laghetti. Tutto è sorprendentemente a misura di turista e, in effetti, ce ne sono a catinelle: intruppati in gruppi di una quindicina finiscono per intasare le strette strade del quartiere vecchio già provate dal traffico anarchico e strombazzante di motorini, solitari vagano invece con l’aria attonita e gli occhi sulla cartina provvidenzialmente fornita dall’hotel, finché un guidatore di risciò non riesce ad accalappiarli e a farli suoi.
I siti di interesse turistico sono, manco a dirlo, tutti vicini e a portata di passeggiatina dalla zona degli alberghi. Per le mete un po’ più fuorimano basta affidarsi alle agenzie che spuntano come i funghi a ogni incrocio di strada e restano aperte fino a tarda notte. Gli stranieri pagano in dollari e tutto è caro, ma non troppo. I turisti, senza alcun pudore, acquistano i caratteristici cappelli a cono e li indossano felici.
Andando a zonzo per la città in motorino, appena fuori dal quartiere degli stranieri, si respira un’aria rilassata. Bassi tavolini di plastica con microscopici sgabelli sempre pieni occupano sui marciapiedi ogni spazio lasciato libero dai motorini parcheggiati: si servono spaghetti, zuppe e involtini di verdura accompagnati dall’immancabile birra alla spina fresca e leggera, la BiaHoi. Due tavolini ai lati di una porta di casa indicano un bar e la proprietaria lascia per un attimo le faccende domestiche per preparare un caffè filtrato, delizioso, nella cucina sul retro. Le strade sono affollate di persone che bevono, fumano e giocano a mah jong. Sulle sponde dei laghi c’è sempre qualcuno che passeggia, che fa ginnastica, che pesca, che se la racconta su.
Gli anziani parlano ancora francese, il francese dolcissimo e infarcito di madame e monsieur che si sente solo in Indocina. Sembra poco quarant’anni per dimenticare trent’anni di guerra. I vietnamiti sono fieri e lo danno a vedere.
HoChiMin giace immobile (naturalmente) in un Mausoleo che vorrebbe essere monumentale ma è soltanto spoglio. Il povero zio Ho aveva chiesto di essere cremato, il ruolo di mummia turistica non lo allettava, ma un bel cubo di cemento imponente con dentro una salma ce l’hanno tutti in questa parte di mondo e i vietnamiti non hanno voluto essere da meno. E così in fondo a una brutta piazza di cemento deserta e circondata di palme nane, in una costruzione in stile socialista in cui la cosa più fantasiosa sembrano essere le crepe dei muri, il Grande Vecchio di questo paese riceve gli ospiti una mattina sì e una no nella semioscurità arancione e sinistra della sua teca di vetro.





