Sabato, domenica e lunedì


Treno espresso Yan’an-Xi’an: abbiamo preso le cuccette dure questa volta e crepi l’avarizia!
Alle dieci si spengono le luci del vagone e il mio vicino già russa felice avvolto nella sua trapunta bianca. Nel buio che scorre dal finestrino si intravedono sagome di montagne e qualche luce sparsa qua e là: cerco di buttar giù qualche appunto notturno per non lasciare che tutto si confonda nella memoria.
Nella Mecca del comunismo cinese c’era aria di festa quando siamo arrivate sabato sera scorso e le strade erano piene di ragazzi che andavano su e giù dalla via principale mangiando da bancarelle di ogni tipo. Il paesino arroccato in una valle brulla alla confluenza di due fiumiciattoli, in cui gli eroi della Lunga Marcia stabilirono il loro quartier generale, è oggi una brutta città di grattacieli piastrellati, che estende i suoi bracci di cemento a perdita d’occhio in forma di enorme Y. Il fiume stesso è praticamente prosciugato, potremmo meglio definirlo un rigagnolo, occupa un’infinitesima parte del letto che gli è stato scavato e neppure arriva a lambire gli argini colossali che chissà chi ha deciso di erigergli ai lati.


La parte moderna della città occupa dunque il fondo della valle ma alzando gli occhi verso i pendii delle piccole montagne (sacre, a quanto pare) che l’incorniciano si vedono decine, centinaia di buchi nella roccia, disposti in file regolari: sono le case tradizionali di questa zona, dello stesso tipo di quelle in cui hanno vissuto Mao, Zhou Enlai e tutti i compagni, compreso quel poveretto che fu vicepresidente e fu poi accoppato durante la Rivoluzione Culturale ma che ora non mi ricordo più come si chiamava.
Le case a grotta sono abitate ancora oggi, non solo quelle che si affacciano sulla città ma anche quelle disseminate in tutte le montagne della regione: anche Zhou, insegnante d’inglese (forse) temporaneamente disoccupato, che si è improvvisato guida turistica volontaria pur di passare un pomeriggio con due laowai e fare un po’ di pratica di inglese, è cresciuto in una casa così, due piccoli tunnel ciechi nella roccia comunicanti tra loro.
Le strade di Yan’an la mattina successiva erano di nuovo piene di gente e nella piazza principale, davanti al ponte grande, centinaia di persone di ogni età formavano ampi cerchi intorno a suonatori, cantastorie e teatranti di strada che vengono ogni domenica dalle campagne vicine ad animare la piazza e a tirar su qualche spicciolo.

   


Noi eravamo due uditrici molto richieste, anche perché eravamo le uniche che alla fine dell’esibizione lasciavano una monetina, e i più audaci ci tiravano qua e là in una tiritera di “cosa fai?”, “da dove vieni?”, “come ti chiami?”. La maggioranza comunque si limitava a guardarci rapita con una certa diffidenza e quando qualcuno che parlava qualche parola d’inglese si faceva bello con gli altri buttandoci lì qualche domanda di cui poi, puntualmente, non capiva la risposta, un cerchio di visi curiosi ci si faceva intorno e rapidamente si ispessiva e presto non riuscivamo più a vedere oltre il muro circolare di occhi che ci circondava.
Anche Yan’an avrà una fettina della grande torta delle Olimpiadi: la città ospiterà le gare di wrestling, come ci ha spiegato divertito Zhou indicando dall’alto della pagoda grande il campo di calcio appena costruito all’uopo.
Ci sarà pure di più da mangiare e vestiti caldi da mettersi, ma alla nostra guida questo vivere moderno e occidentale sembra proprio non andare giù: è già uno sforzo ammettere, in mezzo alle sale che ospitarono i primi sette congressi del partito, che tanti errori sono stati fatti da allora e confessare che sradicarsi quel dio-Mao dal profondo del cuore è stata una faticaccia. Ma i tempi cambiano, rapidamente e inesorabilmente, e mentre torniamo insieme a Zhou verso il centro della città lo constatiamo una volta di più, vedendo gruppi di persone in fila ordinata che non aspettano il turno per una ciotola di riso ma per il nuovo modello di Nokya.
Il lunedì, sarà pure che era ora di pranzo, ma le strade brulicavano ancora di persone e i mercati-ristoranti all’aperto avevano tutti i tavolini occupati: pasta fatta a mano di tutte le forme condita con un ragù di montone piccantissimo, spaghetti alle verdure, focaccine di tutti i colori. A Yan’an si mangia proprio bene, forse è per questo che sembra festa tutti i giorni.
Arrivare a Xi’an, che in questi giorni è avvolta da una nebbia spessa e fredda, non è stata una grande emozione. Sei milioni di abitanti nella culla della civiltà cinese, non si sa come vanno  queste cose, ma non ci ha proprio preso: sarà che di metropoli siamo anche un po’ stufe e domani sera ci imbarchiamo verso un sud che speriamo caldino e lussureggiante.
In ogni modo, tanto per non avere a rimpiangere di non averlo mai visto quando i cinesi decideranno di venderlo pezzettino a pezzettino a chi offre di più, oggi siamo andate a vedere l’Esercito di terracotta, un’altra di quelle opere assurde, illogiche, insensate ma visivamente proprio efficaci (un po’ come la Grande Muraglia) che punteggiano questo immenso paese, questo continente.
Usciti dall’autostrada siamo nel mezzo di un panorama desolante, su strade dissestate tra voragini e costruzioni crollate o a catafascio, quasi come in una zona di guerra, dice la titta.
L’area degli scavi è enorme e si accede previo triplo controllo di tesserino elettronico; è attraversata da una larga via lastricata piena di orribili monumenti moderni, lungo su cui si affacciano venditori  a prezzi esorbitanti di ogni cosa, soprattutto pellicce di cane e di gatto. Per far bello tutt’intorno hanno piantato dei pini e delle piantine di cavolo rosso, col risultato estetico che lascio immaginare. Se questo non bastasse, oggi a completare il quadretto c’era anche una nebbia che, come direbbe la nonna, si tagliava col coltello.

    


Ad ogni modo i guerrieri, come c’era da aspettarsi, erano bellissimi e incredibili, ognuno con la sua espressione del viso, chi corrucciato, chi sereno, chi sorridente, ognuno con la sua corporatura, i bassetti, i magri, quelli con la pancia, quelli giovani e quelli vecchi, quelli coi capelli tirati su in crocchie a destra al centro o a sinistra, ma i più a destra, quelli in piedi e quelli in ginocchio. File e file di ometti serrati nei ranghi, con le mani nella posizione innaturale di chi reggeva un oggetto, un’arma, ma gli è stata sottratta, e siccome è di terracotta non può rilassare la presa, quindi rimane lì così, a stringere il vuoto davanti a tutti quei turisti forestieri che lo fotografano; ha poco da lamentarsi comunque, altri sono esposti alla pubblica curiosità magari monchi di un braccio, con un imbarazzante buco nella pancia, altri ancora senza testa. Un intero esercito vinto dal tempo e dagli smottamenti del terreno, che giace in gran parte ancora sotto terra rovesciato, uomini e cavalli, fanti e ufficiali indecorosamente sdraiati gli uni sugli altri, avvinghiati, mescolati, tanto che ora è arduo distinguere se quella laggiù sia una coda equina, o il braccio onorevole di un comandante, o la scarpa lurida di un soldato semplice, niente più che terra e sassi e un’intera armata di cui non restano che cocci rotti.

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7 Responses to Sabato, domenica e lunedì

  1. sergio says:

    ………ebbene si viaggiare.si viaggiare.sono appena tornato dall’estasiante livida, auanto energeticamante svenete Rejev….emosfere da brivido.perdersi nelle amnitiche acque del mar del nord color piombo e’ stato stupefacente……..ascoltare se stessi ed essere in pace con se stessi.sono stai i momenti piu indelebili delle albe boreali……
    che figata poter scrivere di questo viaggio..lascire una traccia indelebile nelle fibre digitali……..e nelle fibre del mio corpo…….
    un abbraccio a mani conserte da Anversa dove ho vinto una borsa di studio e studio cinema corso di semiotica del linguaggio dei media e della net art.

  2. titta says:

    Cari tutti, speriamo abbiate colto l’ironia delle foto equine…..;-)

  3. mario&giudi says:

    grazie alla Simona vi seguiremo anche noi,sognando! baci

  4. MammadiAnna says:

    Ciaoooooooooo ragazze,
    non siete cambiate, o forse si, in meglio, come succede sempre quando si viaggia. Oggi è il primo dell’anno qui nell’emisfero occidentale, non so che giorno sia per il calendario cinese, cmq buon anno a voi. Con tutte le schifezze che vedo succedere ogni giorno sulla faccia del pianeta, il pensiero che ci siano ragazze come voi mi rasserena. Che sia davvero possibile ( anche se improbabile) un futuro migliore?

  5. giuli e leo says:

    cambiate…? cambiatissime!! ciao bimbe!!!

  6. luca pedrolini says:

    Lin Biao, si chiamava. Morto misteriosamente nel 1971, 5 anni prima del grande timoniere. È storia di ieri, ma capisco che nella Cina di oggi possa sembrare preistoria. Vi vogliamo bene e aspettiamo v ostri post come manna dal cielo…

  7. Felipe Frozza says:

    Yan’an-Xi’an. è questo il nome della città?
    Cosa farano con il fiume senz’acqua? Impressionante. Si fosse a Sao Paulo, sicuro lo cubrirebero di cemento. Li, non penso che sara diverso.

    Il blog sta molto buono. Non so chi delle due lo sta aggiornando, pero lo sta facendo bene. In momenti di viaggi, c’è sempre quel dubio tra vivere e raccontare. A volte, con tante cose nuove e stupefacenti, sembra di non avere il tempo per scrivere. L’ideale è trovare una via di mezzo, è vivere intensamente le esperienze, pero lasciar qualche traccie sia nel cuaderno, sia nel computer.

    … e grazie per compartire i momenti.

    Un abraccio caldo della fredda Berlino.

    Felipe

    La galeria “IO PARLO ITARIANO” fa ridere tropo. Cosi mi sento meno male di provar di scrivere in italiano.

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