Abbiamo passato la mattinata a Tuol Tom Poung, il mercato russo, per cercare qualcosa di adatto: un matrimonio cambogiano non capita tutti i giorni e volevamo metterci un po’ eleganti per l’occasione. Naturalmente non ci siamo riuscite, tutte le volte che cerco di vestirmi bene io finisco sempre per sembrare una scugnizzella napoletana e, siccome la Titta si fida di me in queste cose, sembravamo due scugnizze cambogiane, con tanto di infradito d’oro e d’argento e di miniabito sopra i jeans aderenti che fa tanto bambolina debuttante. Sul furgoncino di misterRi eravamo una mezza dozzina prelevati da ogni angolo di Phnom Penh, e scelti in base a oscuri criteri familiari lavorativi e chissà che altro, tutti con la busta rossa dell’invito tra le mani. Il cielo iniziava a riempirsi di nuvole di burro che scurivano piano piano. In mezzo ai campi inondati di fresco dalle piogge abbiamo chiacchierato una mezz’ora durante il viaggio finché non abbiamo passato sulla sinistra i Killing Fields, l’area in cui i Khmer Rossi finivano a bastonate e interravano in fosse comuni gli oppositori del regime e che ora ospita una grande teca piena di teschi a guisa di monumento ai caduti: è sceso un silenzio spesso e nessuno sapeva più bene cosa dire. Poi è scoppiata una pioggia felice e rumorosa come quelle che si rovesciano qui nel primo pomeriggio, l’aria si è alleggerita e le parole sciolte. Qualcuno ci ha chiesto se eravamo già andate al monumento: è noto che i barang gongolano a parlare di queste cose un po’ truci, blaterando con aria rassegnata qualche cazzata sulla natura dell’uomo. No, non siamo andate. Non so neanche dove è sepolto mio nonno, figuriamoci se vado a spiare la luce che filtra tra gli occhi cavi nei crani di degli sconosciuti cambogiani. Il matrimonio era a solo un paio di chilometri da lì, lungo una sterrata stretta e diritta che parte a sinistra della provinciale per Chau Doc. Quando c’era PolPot da casa si sentivano le urla, ha detto un invitato per fare colpo sui nostri cuori teneri. I pranzi di nozze qui si fanno in strada, montando tra le case un grande gazebo svolazzante di tende rosa e gialle, in città come in campagna, bloccando il traffico di motorini o di bufali rispettivamente. Un comitato di signorine elegantissime accoglie gli ospiti con un sorriso e le mani giunte sul petto (se sei un pezzo grosso o se sei molto anziano hai diritto anche a un breve inchino del capo).
In Cambogia ai matrimoni si mangia e si balla: dalla cerimonia religiosa tutti gli invitati sono dispensati. Tra i tavoli rotolavano cani, mocciosi a caccia di lattine da vendere al riciclaggio e qualche rara vacca, oltre a un simpatico maiale, che girava un po’ a distanza e sembrava di compiacersi di non essere il pezzo forte del menu. Appena arrivate siamo subito state aggiornate sullo stato finanziario delle due famiglie, sul costo degli abiti (lo sposo si è cambiato una decina di volte nell’arco della giornata), sul prezzo del catering. Settecento invitati, divisi in due turni di nutrizione, alle tre e alle sei di pomeriggio, settanta dollari a tavolo diviso dieci persone ogni tavolo sono sette dollari a testa, con la malcelata preghiera di farcire la busta rossa di una quantità di dollari quantomeno pari a questa cifra: se si invitano le persone giuste si riesce anche ad arrivare a guadagnarci, ci spiega misterRi che di fiuto per gli affari ne ha da vendere. La nostra munificenza è stata premiata con una cassa omaggio di lattine di birra Angkor, lo sponsor ufficioso delle nozze. Gli sposi erano uno più brutto dell’altra, ma si sa, ogni scarafo è bello a mamma sua (ma che dico, dio li fa e poi li accoppia, questo è il proverbio giusto). Erano anche entrambi discretamente annoiati, niente di nuovo, in compenso i suoceri erano raggianti e giravano tra i tavoli a raccogliere le congratulazioni. Non abbiamo legato molto con gli altri invitati: le signorine erano tutte imbacuccate nei loro sarong da cerimonia, rigide come i faccioni di Bayon nel loro trucco volgare, che le fa sembrare un po’ degli attori di teatro in attesa di salire sul palco. E in effetti nient’altro che di un palco si tratta, visto che i maschi le soppesavano con sguardi meticolosi e carichi di progetti matrimoniali futuri, un po’ come si faceva alle nozze da noi un tempo, e forse anche adesso, il lancio del bouquet e tutto il resto. Anche gli uomini, come dicevo, erano tutti presi a godersi la rappresentazione, tra un’anatra e una zuppa di gamberi, e non ci filavano molto, anche perché col cambogiano che sappiamo parlare noi non è così facile perdersi in discorsi metafisici. Abbiamo però fatto amicizia con la madre dello sposo, una donna piccola, dolce e grinzosa che ha passato gran parte della giornata a toccarci la pelle e a cercare, con qualche successo, di comunicare con noi.
Proprio quando il complessino musicale era entrato nel vivo della serata e gli ospiti, storditi di vino di palma, cominciavano a farsi avanti sul palco per cantare al microfono le canzoni della loro giovinezza siamo dovute andare via, non prima di aver consegnato alla sposa la busta con il nostro contributo monetario e avere fatto la fotografia di rito. Insomma, abbiamo appena fatto in tempo a ballare tre canzoni, girando in cerchio come si fa qui intorno a un trionfo di frutta futurista, e subito misterRi ci ha convocato all’ordine e messe sul furgone: il suo socio vomitava da due ore in ogni dove e la situazione iniziava a farsi imbarazzante, coi cani che lo seguivano e si contendevano i bocconi migliori. Non era l’unico, a dire il vero. D’altronde, quale migliore ragione per andare a un matrimonio che non quello di prendere una bella sbronza gratis?
Bene bene. Dopo ave seguito con trepidazione i primi inecrti passi nek paese del sol levante; dopo aver gustato le sapide avventure indocinesi, siamo all’apoteosi (ma forse, prima di tornare “con Letizia”, accadrà qualcosa di ancor più memorabile.
Certo: vi siete ubriacate di varia umanità, avete colto l’essenza di popoli così lontani (e pur così vicini)potreste metter su una scuola di bon ton…s’intende: per milanesi, quasi tutti ne hanno molto, moltissimo bisogno.
Un abbraccio; resistete, anche per noi.
ah, ci eravamo persi l’ultima foto… gesù bambine avete bisogno di un piatto di lasagne al forno. forse anche di un ciocorì. ma lo sposo era quello fucsia o quello bianco? non importa, sobbruttini tutteddue. certo tutte e due elegantone non eravate, ma in fondo anche alla tua laurea non eri mica meglio meglio… senza parlare del matrimonio di tua cuggina che la tua povera zia ha rischiato il colpetto. E te tit come ti è venuto in mente di tirarti i capelli a morte? non si va così a un matrimonio di classe, quando tornate le prendete.
mettete anche la vostra foto
credo che sarebbe divertente