Siamo ancora a Phnom Penh e ormai fa quasi un mese e mezzo: abbiamo affittato per novanta dollari al mese, un prezzo esorbitante, una casa all’ultimo piano di un palazzo che sta sull’angolo tra la via 164 e la via 139 (sono stati i francesi a inventarsi questo originale sistema di denominazione delle strade, numeri pari per le vie orizzontali e dispari per quelle verticali), proprio dietro il mercato di Orussey. Abbiamo svuotato gli zaini, recuperato materasso, pentole e una bombola del gas, anche se in verità la nostra vicina cucina a legna sul balconcino comune, cosa che forse si aspettavano facessimo anche noi. La casa era completamente, assolutamente vuota, fatta eccezione per due altari con i fiori freschi e le candele elettriche accese, curati e lucidati come il resto della casa non è probabilmente stato mai.
Fa un caldo del tutto imprevisto e immobilizzante, che tuttavia diviene sopportabile grazie a una buona dose di rilassato fatalismo e a un’ostentata noncuranza per il sudore che riga il collo e la schiena: è la stagione rovente, umida e afosa che precede di poco più di un mese l’arrivo delle piogge. Questo è, anche per i cambogiani, il momento più faticoso dell’anno, come da noi l’inverno, e infatti c’è in giro l’influenza (certo che l’abbiamo presa!).
Casa nostra, esposta com’è al sole dall’alba al tramonto, e anche perché un qualche scienziato di termoconduzione ne ha dipinto la facciata posteriore di nero-pece, si trasforma nelle prime ore del pomeriggio in una piccola fornace nella quale si resiste soltanto sotto il rantolo di un ventilatore appollaiato alla ringhiera del soppalco e con episodici pediluvi fatti con l’acqua che si scioglie nel fondo della ghiacciaia. Ghiacciaia, perché naturalmente il frigorifero è ancora un lusso per pochi: fortuna vuole che proprio sotto casa ci sia un negozio di ghiaccio per cui due volte al giorno ci basta correre più in fretta possibile i quattro piani di scale per avere la nostra mattonella trasparente legata con uno spago ed essere fresche e felici. Il balcone affaccia sulla strada, proprio di fronte ad una scuola elementare dalle cui aule ci arrivano, a cominciare dal mattino alle sette (tutto qui comincia prestissimo e ora ne capiamo la ragione), le urla dei bambini sudati nelle loro divisine bianche e blu che ripetono gridando in coro tutto quello che il maestro scrive alla lavagna.
Impariamo a conoscere le vie, a scegliere al mercato le erbe per cucinare, a parlare. La finestra dietro la casa affaccia su una piccola corte di cemento in mezzo ai tetti dalla quale si vede stendersi il tessuto disordinato dei palazzi, e di tutti questi edifici, dietro le facciate lucide di piastrelle e arruffate di fiori, ci divertiamo a scoprire i fianchi di mattoni nudi, le crepe, i tetti di ondulina arrugginita. Dalla stuoia sotto la finestra ogni sera si vede spuntare la luna contro al blu profondo del cielo e, adesso che è piena, disegnare nel buio i contorni della città.
A Phnom Penh c’è una vasta e vistosa comunità di espatriati residenti, cui via via si mescolano i tanti barang (che in cambogiano vuol dire francese e, per estensione, occidentale) di passaggio dalla città, volontari per un semestre in ospedale o in una NGO o alle prese con qualche piccolo o grande business, oltre a chi, come noi, ha solo voglia di guardarsi in giro e vedere che succede. Devono essere poche migliaia di persone ma a giudicare dalla quantità di ristoranti, bar, ritrovi a loro dedicati, si direbbe siano molti di più. Il fatto è che il bianco della nostra pelle risalta così tanto che ti distingui a cento metri di distanza. Americani e tedeschi tra i piccoli cambogiani sembrano giganti. I francesi rappresentano invece, come è naturale, la comunità straniera più antica, più radicata e a proprio agio, mentre il loro centro culturale è un’oasi di libri in mezzo a un giardino rigoglioso e ovattato. Essi parlano, a dispetto di ogni rapporto con la realtà, il loro francese parigino pieno di sbuffi e di smorfie con chiunque, come vecchi piantatori di caucciù del secolo scorso piantati a loro volta nell’infuriare del neocolonialismo d’oggi.
Abbiamo deciso di rimanere Phnom Penh perché volevamo capire un po’ meglio come funziona qui: viaggiando si incontrano milioni di cose, di persone, di cieli, ma non si fa mai in tempo a dargli un senso che si sta già ripartendo. L’umiltà che viaggiare richiede abbassa drasticamente la tua facoltà del giudizio, ti trovi a rivestire nei luoghi che attraversi un ruolo del tutto esterno, come di osservazione, e non sai mai chi saresti tu se fossi lì in mezzo nella vita che scorre ogni giorno o cosa penseresti di quello che vedi capitare se non ti trovassi seduta di fianco al finestrino di un treno che scappa via veloce. C’è chi riesce e desidera farlo per sempre, noi abbiamo deciso di fermarci.

Ciao donne, non vi seguivo da un po’ ma ho saputo che vi siete ben piazzate e che state lavorando…
Beh, ma sarebbe il caso di aggiornare noi, amici internauti! anche se poco assidui…
Oggi come saprete non è un buon giorno, io perlomeno soffro.
Rimbalzo tra le sofisticate analisi politiche dei miei colleghi e i commenti pressapochisti degli astenuti, grillini o snob di sinistra che siano. Purtroppo non riesco a farmi coinvolgere da nessuno “schieramento”. Sono semplicemente nuovamente e inesorabilmente delusa da questo Paese dove accade quello che altrove non potrebbe nemmeno essere immaginato.
La Lega ha stravinto, aggiudicandosi forse anche il voto “proletario” del nord, dopo aver inneggiato alle armi contro “Roma canaglia”, negli sbiascicati comizi in campagna elettorale. Berlusconi ha vinto dopo aver santificato un mafioso (lo stalliere Mangano), e dopo aver offeso senza discriminazioni: dai precari al Presidente della Repubblica, passando per Totti (!). In parlamento in Italia per cinque anni ci sarà solo il Pd a rappresentare qualcosa che vagamente si avvicina alla “sinistra”.
Dovrebbe interessarmi di chi è la colpa? Dovrebbe darmi conforto l’idea che finalmente con la rivoluzione degli schieramenti e la semplificazione del sistema partitico potremo aspirare alla stabilità dei nostri governi?
Vorrei solo vivere in un Paese dove c’è ancora il senso dello Stato e il rispetto per le istituzioni, dove, che la mafia è un male, non fosse un’opinione discutibile, dove la bulimia da benessere smettesse di ottenebrare le menti. Dove la laicità fosse scontata e non una chimera.
Ma lasciar parlare la pancia deprime più del cinismo astensionista, quindi seguirò il consiglio del buon Luis, che dalla terra di Zapatero cerca di convincermi che si sta preparando un buon terreno per la sinistra italiana. Perchè, dice, ora il panorama politico è più chiaro e più simile agli schemi di rappresentanza europea e poi perchè con la recessione che avanza il Berlusca sarà nuovamente, a breve, il più odiato d’Italia.
Quindi torno all’analisi e raffreddo la passione che oggi mi lascia triste e angosciata. Forse se la sinistra è stata polverizzata è anche per questa dipendenza da passionalità.
Sarà l’analisi che ci salverà? Sicuramente il ragionamento, l’approfondimento, la cultura e l’informazione la auguro a quelli in letargo davanti alla tv. Perchè al di là di tutte le strategie di partito, finchè gli italiani non si riprendono ci sarà poco da fare, se non emigrare.
E voi siete già ben piazzate a quanto capisco:)
Vi abbraccio. Fede
P.s. Titta ti ho scritto una mail per una cosa di lavoro, vorrei metterti in contatto con current tv che apre in Italia, ma ho bisogno di sapere un po’ meglio di cosa ti stai occupando, please reply.
paura e sgomento… : (
scusate l’amarezza…ma stasera ho bisogno di voi.
Siamo un paese di merda, ragazze. Temo le persone che hanno fatto l’8% del partito xenofobo. E ci convivo. Emigrare.
ciao donne, è un po’ che non sbircio il vs blog, ma mi erano giunte news che avevate deciso di fermarvi un po’. brave! giustissimo atteggiamento del viaggiatore e non del turista. qui a milano state per perdervi il solito salone del mobile, sopravviverete???!!! eh ehe, mi sa di sì
baci
laurina
WOW………
come è che si pronuncia Phnom Penh ???
vi bacio sudate
ciao eh?!
la cambogia deve essere proprio affascinante! siamo qui tutti e due che non vediamo loro di farci una capatina…vi bacio tanto!
si ale!
street 139 nr 30, sangkat Orussei III, khan 7 Makarà, Phnom Penh, Kampuchea
Che meraviglia meravigliosa!E dire che noi siamo così bolliti che scopriamo il blog solo ora!
Viaggiate (e fermatevi!)il più a lungo possibile…tanto milano è sempre uguale.
Un abbraccio
Ciao ragazze! Fate bene a fermarvi…un po’ vi invidio ed un po’ mi mancate! Siete meravigliose… un abbraccio enorme!! eric
ma quindi se mandiamo una cartolina tra la 142 e la 139 vi arriva…?????
ciao bellezze che siete