Stanche della nebbia gelida e grigiastra di Xi’an e intristite dai souvenir a poco prezzo, abbiamo deciso di mettere ventiquattr’ore di treno tra noi e i miasmi del “cuore della Cina”. Il paesaggio piano piano cambiava, e presto nel deserto hanno cominciato a spuntare alberi e colline, e poi palme e fiumi blu. Immaginerete facilmente la nostra perplessità quando il taxista che ci ha raccolto nella stazione di Kaili nel cuore della notte ci ha lasciato in un albergo economico di sua fiducia, la Pensione Petrolio, cinque piani interamente ricoperti di una moquette unta e consunta affacciati su una voragine di cantiere edilizio. Dopo una notte d’inferno, alquanto abbacchiate da una pioggerella fina fina e dai palazzoni piastrellati che perfino negli angoli più sperduti delle Cina spuntano come funghi mostruosi e squadrati, passeggiando alla ricerca di un’improbabile colazione, ci siamo infilate quasi per sbaglio in un mercato meraviglioso, pieno di cappelli e galline, di stoffe, di nerissimi capelli veri, di bufali e zucchero filato, tra accaniti combattimenti di merli e gerle zeppe di verdura: dai paesi e dalle campagne circostanti un fiume di persone si riversa in città per il mercato della domenica, per vendere, comprare, mangiare, chiacchierare.
Kaili si trova nella parte orientale del Guizhou, che è una delle province più povere della Cina meridionale ed è la capitale del popolo Miao, risicoltori e allevatori che non si sono mai amati né mischiati con i conquistatori Han. Oggi i Miao che vivono a Kaili sono confinati nella parte più sporca e disastrata delle città, ammassati con i loro mille bambini (la politica del figlio unico non vale per le minoranze) in case arroccate tra stradine di fango, con le botteghe al piano terra e una stufa al centro attorno a cui si chiacchiera e si gioca a majong per ammazzare il lungo inverno piovoso. Fanno i mestieri più umili e pesanti e l’immagine di queste donne vestite da regine che spazzano la strada, vendono patate dolci e lustrano le scarpe stride con la pubblicità di armoniosa convivenza con cui la Cina vincitrice cerca di vendere ai turisti la più esotica delle sue attrazioni, le minoranze etniche (o, per meglio dire, quel che ne rimane). Come saltati improvvisamente dal medioevo a oggi, vittime anche loro dell’allettante modello occidentale di ricchezza e benessere, i Miao sembrano non sapere bene che fare di sé.
Anche noi, a dire il vero, non sapevamo bene che fare di noi, quando la sera della vigilia di Natale siamo uscite in cerca di un ristorante, senza alcun successo: a Kaili non sembra essercene nemmeno uno. Brindando con una grappa da due soldi abbiamo deciso di mandare alle ortiche le nostre trite abitudini e ci siamo lanciate nell’avventura gastronomica del mercato notturno della città.

Antipasto: tofu alla griglia, croccante fuori, morbido e delicato dentro, farcito sul momento con intingolo piccante di radici bianche e dure.
Primo: polenta alle erbe fritta sulla piastra, dolce consistenza, unta e saporita, si mangia tutti insieme dalla stessa frittatina direttamente dalla stufa.
Secondo: spiedini spennellati di aromi piccanti, tofu, verdure e carne.
Panettone: palline dolci di farina di riso ripiene di zucchero e noccioline tritate, servite in brodo bollente dolce con spruzzatina di riso lessato nella grappa di riso.
Vino: grappa di riso, bottiglietta sempre in tasca.
Ringraziando i giovani ingenui cinesi che vogliono praticare l’inglese e farsi amici stranieri per trovare un buon lavoro e guadagnare tanti soldi (sic) siamo riuscite a ottenere un biglietto per un autobus diretto a Xijiang, un villaggio Miao. Unico compagno di viaggio un vecchietto con due anatre appese a mo’ di fagotto. Il paese è fatto tutto di grandi case di legno costruite su palafitte e occupa tre intere colline, sui cui pendii si inerpicano stradine tortuose di sassi e fango. Non ci sono automobili, naturalmente, e i bambini giocano per la strada fino a tarda notte con le trottole di legno, corrono dietro ai cani e fanno gare di corsa sui gradini in discesa. Le donne portano maestose acconciature fissate in cima alla testa e decorate con un’accozzaglia di oggetti: spille d’argento lavorato, vistose rose di plastica rosso fuoco, pettini colorati e altri fiocchetti variopinti. Tutt’intorno al paese sono orti di cavoli e terrazze di risaia che salgono fino alla cima delle colline: ogni singolo fazzoletto di terra è sfruttato, ogni ansa del terreno coltivata, curata, umanizzata. Tra le vie del paese in mezzo al viavai dai campi di persone che portano pesanti gerle sulle spalle, scorrazzano cani, maiali, polli, anatre e un’oca solitaria. Ogni tanto si vede passare una mucca al guinzaglio o un mulo al lavoro, ma di rado.

Oltre che di agricoltura e di allevamento i Miao vivono ovviamente anche di turismo. Quasi ogni giorno uno o due autobus (ma la strada asfaltata risale all’anno scorso) portano a Xijiang una comitiva di turisti cinesi affamata di spettacoli tipici e di pietanze piccanti. Nella piazza centrale del paese, al centro della quale si innalza un curioso totem di legno, secondo un rituale che si ripete uguale ogni giorno, vengono fatti accomodare su panche di legno gli onorevoli ospiti. Due grossi altoparlanti accompagnano la musica dei flauti di bambù suonati da uno sparuto e spennacchiato gruppetto di uomini. Le donne si prodigano in danze e canti, vestite di tutto punto con tintinnanti monili d’argento, e tra grida e sorrisi forzati fanno trangugiare da corni di bue ai tapini forestieri litri dell’energica grappa di riso che si produce da queste parti. Il tutto non dura, per fortuna visto che si svolge pochi a pochi metri dalla nostra finestra, non più di un’ora, a volte anche una mezz’oretta per i gruppi più squattrinati. Appagata la dubbia curiosità e il desiderio di esotica bizzarria, i cinesi, orfani essi stessi della loro millenaria tradizione, nonché della robusta ideologia degli anni più recenti, ripartono felici dopo aver svuotato i portafogli alle botteghe che s’affacciano sulla piazza. Questa raffazzonata messinscena, seguita con noncuranza dagli abitanti del paese, fa sorridere amaro e lascia presagire il futuro prossimo di queste comunità fino a poco tempo fa isolate dalla storia che ora si ritrovano alla mercè dell’industria del divertimento e del turismo di massa.

La notte però, tra le ombre che scivolano sicure tra le vie prive di illuminazione, ancora si sentono risuonare, ora vicini ora lontani, gli echi dei flauti di bambù e dei corni che vengono suonati intorno alle stufe delle case in tutte le occasioni importanti della vita, fidanzamenti, nascite, morti, secondo cicli e rituali segretamente custoditi, chissà per quanto ancora. La mattina successiva ci siamo trovate nel mezzo di un funerale: fuochi d’artificio hanno iniziato a scoppiettare fin dall’alba e non hanno smesso fino al tramonto tra confusi cortei di persone che andavano e venivano, una ragazza piangeva piangeva appoggiata al braccio di qualcuno, e un lungo lenzuolo bianco copriva una donna sdraiata in un cortile pieno di oche e di razzi che partivano verso l’alto, finché il corteo funebre non ha iniziato a salire su per la montagna, sempre più su, finché non è diventato invisibile sopra le nuvole basse.
Ehi, ma quelle pallette di farina di riso col ripieno dolce le mangiavo pure qui al milano, in paolo sarpi 🙂
solo che qui nell’acqua bollente non ci mettevano la grappa, erano straight edge pure loro… 🙂
un abbraccio, è sempre meraviglioso leggervi.
M
complimenti, è una descrizione della cina, una parte di essa, che rimane, forse perchè riflette sulle liturgie essenziali delle cose8donne, uomini, animali, vegetali)
la mamma è così stregata dal blog che, oltre che postare comment davvero strappalacrime e farmi i complimenti ( a me???), mi chiese qualche giorno fa “Eh, ma la diana e la titta lo vogliono fare per lavoro, dico, di fare il reportage? che è proprio bellino il blog….” e poi…ha girato a un suo collega il link la cui figliola vuole addentrarsi in cina…che exempla!
vi bacio befanelle
pannix
ciao ragazze… evviva finalmente anch’io (un pò pigrona, un pò stancona da lavoro intenso natalizio) sono nel vostro stupendo blog e sto rivivendo alcuni miei viaggi proprio li dove voi calpestate il suolo dell’estremo oriente e brave! Buon anno, buona continuazione e bai abbracci; salutatemi il Vietnam
Giulia
meno male,oggi ho aperto il takatatour e ho letto le ultime notizie.Troppo divertente, splendide le foto ancora ancora….brave!
bello questo pezzo e fantastiche le foto
un pò più lontano dal cuore grigio della cina
però quel villaggetto sull’orlo dei nuovi tempi
che stretta al cuore .
have a good trip