LEI Quattro volte al museo…
LUI Quale museo a Hiroshima?
LEI Quattro volte al museo a Hiroshima. Ho visto la gente passare. Ho visto la gente passare, pensierosa, davanti alle fotografie, alle ricostruzioni, in mancanza d’altro, alle spiegazioni, in mancanza d’altro.
Quattro volte al museo a Hiroshima.
Ho guardato la gente. Ho guardato io stessa, pensosamente, il ferro. Il ferro bruciato. Il ferro rotto, il ferro diventato vulnerabile come la carne. Ho visto dei tappi metallici a mazzi: chi ci avrebbe pensato? Pelli umane svolazzanti, ancora vive nella loro sofferenza. Pietre. Pietre bruciate. Pietre esplose. Capigliature anonime. Le donne di Hiroshima, al mattino svegliandosi le ritrovavano così,, intere, cadute. Ho avuto caldo in Piazza della Pace. Diecimila gradi su Piazza della Pace. Lo so. La temperatura del sole su Piazza della Pace. Come ignorarlo?… L’erba, è incredibile…
LUI Non hai visto niente a Hiroshima, niente.
LEI Le ricostruzioni sono state fatte con la massima serietà.
I film sono stati girati con la massima serietà.
L’illusione, per dirti, è così perfetta che i turisti piangono.
Certo, potremmo anche prenderli in giro, ma che altro può fare un turista se non piangere?
Ho sempre pianto sulla sorte di Hiroshima. Sempre.
LUI No. Su cosa poi avresti pianto?
LEI Ho visto i cinegiornali. Il secondo giorno, dice la Storia, non l’ho inventato io, fin dal secondo giorno, delle specie animali ben precise sono risorte dalle profondità della terra e dalle ceneri.
Dei cani sono stati fotografati.
Per sempre.
Li ho visti.
Ho visto i cinegiornali.
Li ho visti.
Del primo giorno.
Del secondo giorno.
Del terzo giorno.
LUI Tu non hai visto niente. Niente.
LEI …e anche del quindicesimo giorno.
Hiroshima si coprì di fiori. Dappertutto non c’erano che fiordalisi e giaggioli e campanule e gigli che rinascevano dalle ceneri con un vigore straordinario, sconosciuto finora tra i fiori.
Io non ho inventato niente.
LUI Tu hai inventato tutto.
LEI Niente. Come nell’amore questa illusione esiste, l’illusione di non poter mai dimenticare, così ho avuto davanti a Hiroshima l’illusione che non avrei mai dimenticato. Come nell’amore.
Ho visto anche i superstiti e quelli che erano nel ventre delle donne di Hiroshima.
Ho visto la pazienza, l’innocenza, la dolcezza apparente con le quali i provvisori superstiti di Hiroshima si adattavano a una sorte tanto ingiusta che l’immaginazione, di solito così feconda, davanti a essi si arresta. […] Ascoltami. Come te io conosco l’oblio.
LUI No, tu non conosci l’oblio.
LEI Come te sono dotata di memoria. Conosco l’oblio.
LUI No, non sei dotata di memoria.
LEI Anch’io, come te, ho provato a lottare con tutte le mie forze contro l’oblio. Come te, ho dimenticato. Come te, ho desiderato avere una memoria inconsolabile, una memoria di ombre e di pietra.
Ho lottato da sola, con tutte le mie forze, contro l’orrore di non poter più capire il perché del ricordo. Come te, ho dimenticato…
(M.Duras, Hiroshima mon amour, 1959)
sono abbastanza vigliacco, per una sorta di autodifesa, da evitare di guardare e approfondire certi argomenti.sento comunque di poter dire che l’ umanità non ha capito abbastanza dell’ orrore la violenza eil dolore! l’ augurio che dobbiamo farci e che forse un giorno, speriamo prima possibile, lo capirà
immersa nella cinematografia mi fingo cinefila e leggo il blog..ma non era un libro! poi vedo duras e capisco, ah la letteratura.. ciao amiche