Volenti o nolenti ci sbattiamo contro. E i compagni, si sa, ci sono proprio dappertutto!
Stavo camminando intorno a una delle mille stazioni dei treni di Tokio, lost in translation (o meglio lost in the station..eh eh ndtit) as always, cercando il cielo che si scuriva tra i grattacieli che accecano ogni tramonto con le loro luci sfacciate.
Sento rullare dei tamburi, un cordone di polizia contiene una folla che a dire il vero pare non aver nessun bisogno di essere contenuta. Migliaia di persone stanno camminando a passo svelto (as always) sul marciapiede: le strade qui sono perlopiù autostrade e andarsene in giro camminando al centro della strada è quantomeno poco prudente.
M’infilo in un ondeggiare di cartelli, sforzandomi di aver fiducia nell’istinto che mi dice di andare, per quel che ne so potrebbe essere un coacervo di matti qualunque.
Alla fine tra i geroglifici mi imbatto in un NO-WAR scritto in caratteri latini, e mi sento a casa. Gli slogan hanno qualcosa di familiare ma suonano incredibilmente poco ritmici. Chiacchierando e gesticolando scopro che si tratta della marcia annuale dei lavoratori giapponesi, che si svolge ogni anno in novembre e richiama persone da tutto il paese. In dieci minuti, però, la piazza s’è svuotata e sono tutti corsi a prendere lo shinkansen, il treno supersonico, chi per Kyoto, chi per Kobe, chi per Osaka.
Adesso nel parcheggio che ha fatto da location del presidio conclusivo, in cui si sono svolti cinque micro-comizi contemporaneamente, sono rimasta da sola con i topi, proprio ora uno è venuto a rubarmi la carta del panino che ho trangugiato camminando, mannaggia quanti topi che ci sono a Tokio non lo diresti mai. Son piccini però, bisogna dirlo.
Ma il momento in cui abbiamo respirato l’aria più familiare è stato ieri pomeriggio quando, cercando di intuire nel laghetto del parco di Shinjuku la sagoma della famosa carpa gigante che qui abita, siamo finite al mercatino biologico del quartiere. (C’è rimasta la curiosità, non s’è mica fatta viva alla fine ‘sta carpa, gigante quanto mi domandavo, come un tonno, come uno squalo, come una balena?). A parte la carpa, sembrava di stare in Isola. Una signora preparava pop-corn riscaldando la pentola con una parabola di alluminio che concentrava la luce solare, e un clown spiegava ai bambini i vantaggi dell’energia rinnovabile. Visto che esageravo sui giapponesi? Ci sono mille sacche di resistenza e di non-omologazione, a quanto pare…
Un po’ per scelta e un po’ per studio antropologico, abbiamo passato una delle ultime notti a Tokio in un manga-kissa, che è una sorta di internet caffè ma molto più di questo.
Si tratta di un luogo archetipo dello stile di vita giapponese e anche uno specchio della società: nei manga kissa bivaccano per ore, specialmente il venerdi’ o il sabato sera, coppie di ragazzi o ragazzini che attendono il primo treno per tornare a casa ( è incredibile, i treni finiscono a mezzanotte durante la settimana e all’una durante il weekend: quasi peggio che a milano…). Ma nei manga kissa vivono anche persone che non possono pagarsi piu’ una casa. Soprattutto giovani e precari, che in un manga hanno la possibilità di navigare in internet, avere prese elettriche per ricaricare il cellulare, con bevande gratis e cibo a poco prezzo.
L’ambiente è spesso accogliente, con musica diffusa, personale very polite, bagni e docce. Oltre naturalmente a un infinito numero di fumetti da leggere, dvd e giochi per la play-station per passare il tempo.
Le sedie reclinabili e i divani possono essere dei quasi-comodi letti.
Il prezzo per una notte è di 1200 yen, circa otto euro: considerando che uno small apartment costa circa 60mila yen al mese piu’ le spese, è un bel risparmio. Ma la vita?
Questo è un estremo giapponese che mi spaventa molto. La precarizzazione, i contratti a giornata qui sono la norma da almeno 20 anni, dalla fine del periodo che qua viene chiamato della bubble economy.
Stiamo lasciando Tokio ora, sono seduta sull’autobus notturno che ci sta portando, molto lentamente, a Kyoto. E’ già un’ora che siamo partiti e gli sfavillanti grattacieli del centro lasciano ora spazio a quelli grigi e scrostati di tutte le periferie del mondo. E la città non si decide a finire, si sfilaccia nei tentacoli dei treni suburbani e delle autostrade che si fanno sempre più radi, ma non smette mai, e non smetterà fino a quando arriviamo e non smetterà fin dopo Osaka. Sarà così il mondo del prossimo presente, allora, una distesa continua di polipi metropolitani che si tengono per le punte dei tentacoli?
A parte i giapponesi, che probabilmente sono solo da prendere un po’ meno sul serio, Tokio è una città bellissima e abbiamo finito per passare qui tre intere settimane. Abbiamo vissuto in tanti quartieri diversi a casa di persone altrettanto diverse. Siamo state a Roppongi da Sofie, in una casa di superlusso che affaccia sulla finta Tour Eiffel e in ostello ad Asakusa, in una camera appena più grande del tatami. Abbiamo vissuto a Kichijoji da Alexandre, a Koenji da Yama e a Michyia nella casa di fata di Kioko. Grazie a tutti loro con tutto il cuore.
Perse ognuna nei propri pensieri, e dopo una notte in un bus terrifico
, siamo arrivate a Kyoto, che prima d’ora conoscevo solo per il
protocollo.
Altro giro, altro regalo……………

tre settimane? sono davvero già passate tre settimane?
è stupendo leggervi… vedere attraverso le vostre parole.
M