Dal giorno in cui siamo arrivate a Tokio ogni mattina ci alziamo e iniziamo a camminare. Rapidamente, e a prezzo di violenti scontri fisici, abbiamo imparato che qui si cammina sempre sulla sinistra e, possibilmente, in fretta.
Ogni mattina, dicevo, iniziamo a camminare e ad un tratto siamo inghiottite dalla metropolitana: quando riusciamo a riemergere ci troviamo ogni giorno in una città diversa.
Oggi è il ritmo battente di Shibuia, con i marciapiedi straripanti di persone ordinatamente incolonnate in due file parallele che scorrono in direzioni opposte, ieri era Ueno tra le baracche disastrate e insieme ordinate, coi calzini appesi ad asciugare al sole e la ciotola del micio randagio almeno quanto il padrone. Domani ti sorprende deliziosa Asakusa con le case piccine sulle cui porte tintinnano oggettini nuovi e vecchi, mentre ancora hai in bocca il sapore degli spiedini di interiora che t’hanno propinato nell’intrico di vicoli puzzolenti in Omoide-Yokocho.
Quello che lascia a bocca aperta è una luce forte che non immaginavo mai, un chiarore che si moltiplica nei vetri dei grattacieli e si tuffa nei laghetti pieni di pesci rossi grassi e scoloriti.
Gli opposti convivono in questa città, e sembrano ignorarsi reciprocamente con grande eleganza.
Prossimo post: impossibile o giapponese, appunti sparsi sugli autoctoni.