La Cambogia dietro al confine più sgangherato del mondo e un visto scaduto a pagina ventinove del passaporto. Quattro mesi e non basta ancora, ma l’autobus corre dritto verso Bangkok e l’unica cosa che si può fare è saltare giù e nascondersi da qualche parte camuffati sotto una krama. Poipet, dal lato cambogiano della frontiera, è un inferno di fango e ragazzine a poco prezzo. La Tailandia, ad appena cinquecento metri, ti aspetta comoda, pulita e sorridente: i filari di alberi lungo l’autostrada a tre corsie sono stati una sorpresa inattesa e dall’aria un po’ svizzera.

Una notte piena di lampi silenziosi contro al cielo giallo agitava il cuore dopo questo viaggio da macchina del tempo. Il pulmino ad aria condizionata che ha dato il cambio allo scassone cambogiano dopo il confine ci ha sputati fuori a KhaoSan road, una sorta di piccola Amsterdam che è in sostanza il parcheggio, e la Disneyland, dei farang (occidentali).
In Tailandia si guida a destra: dovrei essermi abituata a guardare da entrambe le parti prima di attraversare, visto che in Cambogia si guida in sostanza dove capita e dove ci sono meno buche, eppure semafori e strisce pedonali mi devono aver riempito di una sciocca sicurezza tanto che ho mancato per un capello di farmi spiattellare almeno tre volte. A parte questo Bangkok è bellissima e bisogna proprio essere dell’umore giusto per perdersi in incubi di sapore bladerunneriano, tra le sopraelevate a tre livelli e i palazzi abbandonati che lampeggiano di neon dimenticati accesi durante l’ultima glaciazione. In realtà la città è fatta per gran parte di case basse coi gatti alle finestre, di tavolini sui marciapiedi, di fiori e templi di tutte le risme, di adolescenti brufolosi e felici con la divisa della scuola, di canali navigabili, di scoiattoli e di succhi di frutta. Della Tailandia ne abbiamo sentito parlare per mesi dai khmer, di quanto è ricca e bella e ordinata. Avevano ragione a immaginarla così, ma sembra più un incubo che un sogno per loro: in questa specie di Giappone tropicale se ne vedono in giro parecchi a fare i muratori di notte nei mille cantieri della città, a vendere paccottiglia al mercato dei ladri e a spazzare le strade, con la loro pelle color del rame e gli occhi grandissimi e sfuggenti.
Ti tuffi come un pescetto in una città nuova che sembra non finire mai, ma non hai pinne e allora cammini cammini cammini finchè non incontri qualcosa che ti ferma i piedi e lo sguardo. Solo allora ti presenti, dici chi sei a questo miracolo di umanità disordinata che è ogni città. Questa volta è successo con una manifestazione di protesta dei lavoratori della società pubblica di elettricità (non ne abbiamo capito molto, ma aveva a che fare coi salari, “we want money” sono riusciti a spiegarci). Ci siamo sedute lì, abbiamo ricevuto uno speciale ringraziamento dallo speaker e due bicchieri d’acqua in omaggio, qualcuno ci ha dato due bottigliette di plastica piene di palline colorate per fare rumore, abbiamo cantato qualcosa il cui significato ci è rimasto oscuro e abbiamo aspettato la delegazione entrata a trattare con l’azienda insieme ai lavoratori vestiti tutti di arancione. A casa nostra. Respiro.
Ma la città, si sa, stanca. Da brave italiane in vacanza abbiamo fatto una gita per vedere questo famoso mare, su una di quelle isolette di paradiso in cui noi europei veniamo a spendere i nostri quindici giorni di ferie e i nostri grossi soldi. Secondo me la Grecia è più bella e anche notevolmente meno sputtanata, ma c’è da dire che il monsone è stato veramente inclemente e non ha dato tregua che per una mezza mattinata di sole incerto: forse questo non ha aiutato Koh Samet a sprigionare tutto il suo fascino. La pioggia sul mare, comunque, è sempre uno spettacolo commovente. In realtà si viene in Tailandia (che sarebbe come chiamare casa nostra Italyland, e non è molto giusto, non so se mi spiego, sembra il nome di un villaggio-vacanze) perché questa è la vera Casa delle Libertà: si fuma bene, si beve male ma a poco prezzo, c’è l’aria condizionata dappertutto, si scopa facile, si mangia sui tavolini in spiaggia con le onde che accarezzano i piedi, ci si ammazza di shopping e di massaggi. Fine del messaggio pubblicitario.

Bangkok comunque, l’ho già detto forse, è veramente meravigliosa, invivibile ma meravigliosa davvero, e se non mi fossi tagliata un piede scivolando su una conchiglia paradisiaca non sarei certo qui in camera con il computer sulle ginocchia e una benda ridicola che lascia fuori solo le unghiette dipinte di viola a scrivere e a pregare le mie piastrine di darsi da fare. Anche perché domani non è un giorno qualsiasi: domani è l’India.
Ci abbiamo provato in tutti i modi ma arrivare a Bombay via terra non si riusciva proprio. E’ vietato entrare e uscire dalla Birmania a piedi: la junta accetta solo turisti volanti per timore di infiltrazioni umanitarie (come dargli torto, d’altra parte, coi benefattori non si è mai troppo prudenti). Così domattina saliamo su un aereo e tempo un’ora atterreremo a Kolkata, India. E da lì ricomincia il viaggio.
ciao stelle lontane
qui tra nubifragi e afa: per non essere da meno vogliamo essere monsonici anche noi, sapete?
vi sto sognando spesso, in sogni complicati e pieni di simboli…
dall’ufficio (ahimé)
vi mando un bacio
nori
pi
è la prima volta che vi scrivo e mi sento un po’ una merda… ma il vostro tour, letto da qui, sembra molto bello ed è ovvio che il blog pùò dare un’idea ma fino a un certo punto… percui BRAVE!!!
tutto qui, volevo salutarvi.
ciao,
m.