La fine della Cina

 

 Con la loro sobria imponenza e una grazia solenne un po’ fuori moda i treni cinesi sono uno specchio stupefacente di questo paese: sono finiti i tempi, sempre rimpianti, in cui le inservienti con le treccine coi fiocchetti rossi si precipitavano a ogni stazione a lucidare le maniglie delle porte, ma è sempre vero ogni viaggio è un’avventura. Nei vagoni affollati e fumosi dei sedili duri, ancora prima che il treno sia partito, tutti cominciano ad estrarre dalle borse involti di cibo che basterebbero per settimane e inizia un balletto di offerte e scambi, un uovo sodo per una zampa di gallina, due mandarini per una mela, e semi, tanti semi, che tutti masticano con metodica voracità e le cui bucce finiscono presto per formare vere e proprie montagne sui tavolini tra i sedili, con relative frane a ogni frenata del treno. Si finisce sempre per intavolare discorsi infiniti in grandi cerchi improvvisati di persone sedute, in piedi, accovacciate a terra tra le galline e prima o poi arriva il proverbiale Grande Vecchio che si mette a tenere banco, a raccontare dei tempi andati, a scagliarsi contro i nuovi, o almeno così sembra di capire dal tono ora nostalgico ora energicamente sdegnato della sua voce. Di solito entro un’oretta, che noi impieghiamo comunicando a gesti, mostrando fotografie, monete e tutto ciò che abbiamo negli zaini, gli occupanti del vagone provvedono a una rapida inchiesta e rimediano qualcuno che parla un po’ d’inglese che diventa, a volte suo malgrado, il nostro interprete ufficiale: da quel momento tutti si sentono autorizzati a porci attraverso il malcapitato ogni sorta di domande che spaziano dalle nostre abitudini alimentari alla politica internazionale. I sedili duri costano pochissimo, soprattutto i posti in piedi, ma garantiscono un viaggio davvero disagevole e gli stranieri e i cinesi ricchi le evitano come la peste.

 

   

Un’altra opzione abbastanza popolare, e comunque economicamente accessibile, sono le cuccette dure. Esisterebbe anche un’altra possibilità, i sedili morbidi, ma per qualche oscura ragione in biglietteria sono molto restii a vendere i biglietti per questa classe, e così questi vagoni rimangono sempre inspiegabilmente vuoti. Le cuccette dure consistono in scompartimenti aperti di sei lettini davvero corti (ma per noi è più che abbastanza), in cui di solito si stipano almeno otto persone. Spesso si sale arrampicandosi sui corpi addormentati dei vicini, visto che in alcuni vagoni le cuccette non sono dotate di scale. Il corridoietto centrale tra le cuccette poste l’una di fronte all’altra misura una trentina di centimetri e lo spazio vitale della cuccetta in alto è veramente ridicolo, una quarantina di centimetri d’aria prima del soffitto da cui gracchiano gli altoparlanti. Anche qui però nella promiscuità forzata si crea una sorta di complicità e così sembra normale sentire da vicino il respiro del dirimpettaio o spostare la mano che per sbaglio si poggia sul tuo cuscino.

C’è anche un’opzione di lusso, le cuccette morbide, che sono sempre praticamente vuote dal momento che costano quattro volte il biglietto normale. Questa è anche la classe che il capotreno vende con più entusiasmo agli stranieri quando salgono sul treno con un biglietto per un inesistente “posto in piedi” e cercano di ottenere un angolino per stendere le gambe (un viaggio standard dura anche otto ore!).
Per l’ultimo viaggio in treno in questa nostra prima Cina, da Sanjiang a Nanning, ci siamo concesse appunto le cuccette morbide, non c’era scelta d’altra parte, è la sola classe che non si siano rifiutati di venderci. Sembrava di stare sull’Orient Express: termos di acqua calda, mandarini in omaggio, i bagni puliti (se ho evitato di soffermarmi sulle toilette delle altre classi c’è un motivo) e le lenzuola immacolate.

Nanning ci ha accolto con il sole caldo e bianco del primo mattino, mentre un’inedita vegetazione tropicale si diradava per fare spazio ai palazzoni e ai grattacieli che arredano questa città dallo sviluppo disordinato. Ci resteremo quasi una settimana, aspettando che il consolato vietnamita ci dia il visto per valicare via terra dal Passo dell’Amicizia, a duecento chilometri dalla città. Abbiamo viaggiato attraverso la Cina centrale, povera e arretrata in confronto allo sbarluccichìo occidentale di Nanning. Dal ponte
sul fiume, tra le palme e il sole offuscato dalla nuvola di smog,
fa bella mostra di sé la bianca skyline della città.

  

Forse le
città ricche della costa sono tutte come questa. Ma per noi è stato un
salto di vent’anni nel tempo, e neppure ci sembra di essere in Cina.
Tra le larghe vie del centro c’è un gran traffico di automobili e già
questa, dopo gli ultimi tempi trascorsi tra muli e carretti, è una novità. Addirittura i guidatori di motorini portano il casco! A destra dei giardini Chaoyang, che pullulano di chioschi, persone, palloncini, giocatori di mah-jong, indovini e venditori, le vie sembrano un gigantesco centro commerciale all’aperto, corredato di MacDonald e di gruppi di ragazzi che occupano i loro pomeriggi a far shopping.

   

L’altra triste novità di Nanning sono i poveri, i disperati che chiedono l’elemosina: non se n’erano mai visti prima d’ora in Cina, se non eccezionalmente e nei posti più turistici. Tutta quest’opulenza, tra le strade lastricate coi fast-food americani, attrae i mendicanti, molti dei quali sembrano essere vietnamiti. E’ proprio vero che è la ricchezza che crea la povertà. L’impressione che sarà sempre più così è forte e non è una novità. Nella Cina che abbiamo vissuto noi il dislivello tra ricchi e poveri, soprattutto nei posti piccoli, è contenuto, sebbene sia evidente che sta crescendo a un ritmo mai visto.
Tra le tante sorprese che la città offre al viaggiatore, ce n’è una deliziosa: in una stretta via secondaria che parte da un enorme incrocio di viali a quattro corsie ogni sera ha luogo un sorprendente mercato notturno, i cui ristoranti improvvisati offrono specialità mai provate. Spiedini di pesce e di carne, verdura alla griglia, pesci esotici e frutti di mare di impensabili dimensioni, piccioni, granchi, passerotti, tofu nero al gusto di pesce, gli immancabili ravioli, tartarughe, rane, cani laccati, quaglie, anguille, gamberi blu, e molto altro, il tutto intinto in una salsa piccantissima e piena di aglio.

    


Percorrendo i viali alberati che si diramano verso la periferia si ritorna a respirare un po’ di aria autentica. Il clima subtropicale, i vecchi in ciabatte, i polli che scorrazzano e i cani che sonnecchiano, danno alla città un’aspetto nient’affatto cinese, ma vero. Nanning è una città di frontiera e tutto tra le sue vie sembra mescolarsi per disorientarti.
Domani sera, se tutto va per il verso giusto, saremo ad Hanoi. Grazie a tutti i cinesi e ai laowai che ci hanno accompagnate sul cammino.
Faccio chiudere a Terzani, và, che di Cina se ne intendeva abbastanza.


“Porta fortuna, protegge contro gli incidenti” mi disse uno degli autisti dell’albergo. Da dio della Rivoluzione Mao era diventato il Dio del traffico Forse anche quello era un modo estremamente saggio e pratico dei cinesi di esorcizzare il pii, lo spirito di un uomo che da vivo aveva tanto pesato sulle loro vite e che non volevano certo tornasse da morto a disturbare i loro sogni. Rispettandolo come una divinità, pensavano di tenerlo tranquillo. Strano destino quello di Mao! Aveva voluto dar vita a una nuova Cina, rifondando la sua civiltà, imponendole nuovi valori e aveva finito per distruggere quel poco cha ancora restava della vecchia. E’ stato Mao a voler togliere ai cinesi quell’ultima coscienza di essere diversi grazie alla loro civiltà per mettere loro in testa che erano diversi perché erano rivoluzionari. E’ bastato dimostrare che quella rivoluzione era un fallimento perchè la tragedia arrivasse al suo epilogo, perché i cinesi andassero alla deriva e fossero presi dalla corrente dei tempi: quella di diventare come tutti. Poveri cinesi!
Il destino di questa straordinaria civiltà che aveva, davvero per millenni, preso un’altra via, che aveva affrontato la vita, la morte, la natura, gli dei in maniera diversa dagli altri, mi rattristava!
Quella cinese era una civiltà che aveva inventato un suo modo di scrivere, di mangiare, di fare l’amore, di pettinarsi; una civiltà che per secoli ha curato diversamente i suoi malati, ha guardato diversamente il cielo, le montagne, i fiumi; che ha avuto una diversa idea di come costruire le case, di fare i templi, un’altra concezione dell’anatomia, un diverso concetto di anima, di forza, di vento, d’acqua; una civiltà che ha scoperto la polvere da sparo e l’ha solo usata per fare fuochi d’artificio invece che proiettili per i cannoni. Quella civiltà ora cerca solo di essere moderna come l’Occidente. Vuole diventare come quell’isolotto ad aria condizionatala che è Singapore. Produce giovani che sognano solo di vestirsi come rappresentanti di commercio, di fare la coda davanti ai fast-food di MacDonald, di avere un orologio al quarzo, un televisore a colori e un telefonino portatile. Non è triste? Non dico per i cinesi. Ma per l’umanità in genere, che perde molto nel perdere le sue diversità e nel diventare tutta uguale.

 

T.Terzani, Un indovino mi disse, 1995

 

 

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7 Responses to La fine della Cina

  1. panni says:

    è triste si bimbe…perchè diventiamo tutti di plastica????mi è venuta voglia di leggere terzani

    a.

  2. federica says:

    Ciao belle viaggiatrici. Anche se vi scrivo poco sappiate che vi leggo sempre e non vedo l’ora di sapere com’è il Vietnam, cosa fate, cosa mangiate, con chi parlate e soprattutto.. vi siete già fatte cucire il vestito di seta su misura? che sballo! Dai mettete anche qualche foto vostra, qualcuna in più intendo, fateci vedere come siete sullo sfondo orientale, fate come i giapponesi a Milano insomma…
    Qui è finita la vacanza natalizia e ho ripreso a fare quella che lavora cercando un modo per sganciarsi, un giorno, da tutto questo circo. Per le feste sono tornata a Barcellona, che continua ad essere una bella città, vivace e allegra anche d’inverno. Sempre più forte la sensazione che da qui invece sarebbe meglio fuggire … della serie si salvi chi può. In questi giorni tanto per descrivervi brevemente la situazione si parla di:
    -pattumiera e malapolitica (è tornata l’emergenza in Campania e dopo 20 giorni ancora la situazione non è risolta, ovviamente fiumi di parole e di accuse, ma la munnezza ancora lì sta, fotografata dai giornali di tutto il mondo. Io a dire il vero ci provo anche un certo gusto, perchè mi sembra una buona metafora del nostro paese) -aborto (si perchè dopo un’uscita di Giuliano Ferrara sulla necessità di una moratoria sull’aborto si è scatenato un inutile e anacronistico dibattito, quasi esclusivamente al maschile, tra cattolici e cattolici a cui si contrappongono deboli e sconcertate voci laiche.. agghiacciante) -ancora sul fronte cattolico il Papa invitato alla Sapienza, qualche giorno prima del suo intervento viene aspramente contestato, decide di declinare l’invito. Non andrà quindi, diventando un martire, vittima di quel cattivone di un pensiero laico fondamentalista… che nervi) -Ah e poi Mastella, si è dimesso perchè lui è indagato e sua moglie è agli arresti domiciliari, pare abbiano agito in Campania come fosse il loro feudo personale. Ma tutto il Parlamento li appoggia, è solidale, perchè è tutta colpa della magistratura naturalmente. Il governo Prodi forse stavolta è veramente al capolinea.
    Basta basta tanto le news le leggete su internet no? Invece sui giornali vietnamiti c’è la pattumiera italiana? e delle nuove coppie power&glam se ne parla? Carla Bruni e Sarkozy e poi quella veramente improbabile di Naomi Campbell e Chavez? queste sì che sono notizie. Un abbraccio forte belle tuse, respirate belle avventure anche per me!
    Baci
    Fede

  3. lorenz says:

    ahahahah
    io leggo!
    ma come sai… il silenzio e` d`oro!
    poi nn sono mica tanto bravo a scrivere!

    ciao
    l

  4. shah says:

    ciao belle bimbe spero abbiate ricevuto via mail il lungo suggerimento di viaggio viet stilato da manhattan, ma consultate anche Lan Dai per suggerimenti, magari anche su una sartoria a Saigon dove farvi cucire addosso un vestito di seta, le vostre forme graziose non possono tornare dal vietnam senza un vestitino su misura!
    via leggo e vi abbraccio
    shah

  5. ale says:

    uelà!!!
    qui è una di quelle giornate che proprio non ce la fai a tirtarti giù dal letto perchè da fuori non arriva manco un po’di lice a solleticarti i piedi e l’anima…sfuggo un po’ai doveri casalinghi e mi dico chissà le mie belle amiche se hanno postato qualche cosa di nuovo..e fortunatamente si e allora sorrido e la scimmmida da vostro blog si togli un po’dalla spalla..
    cosa usano i cinesi per il dente del giudizio che cresce? e chosa significa per loro nella vita di una persona? mi sapete rispondere a questa dolorosa domanda?
    ciao ciao..chissà che non ci si veda di persona in quel dell’indocina!
    e sappiate che ormai la vostra amica è dipendente dai vostri post quindi non mi lasciate a rota!

  6. claudia&gorky says:

    i vostri appunti di viaggio mi fanno sentire un’esploratrice insieme a voi.E’ una sensazione bellissima!
    sono un’amica di simo&hoshi.Un grande bacio a tutte e due e continuate a farci questi regali preziosi

  7. moli says:

    dài titta non fare come Bush, togli il tappo all’oculare!
    ci vediamo presto presto

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