Cento chilometri più a sud, a Zhaoxing, un villaggio della minoranza Dong che si conquista un trafiletto in tutte le guide turistiche grazie alle sue cinque torri del tamburo e ai magnifici ponti del vento e della pioggia (il nome è poetico, ma vuol solo dire “ponte coperto”, non ti piove sulla testa).
Che meraviglia le città di fiume! Quando ci si passa si capisce in un momento per quale ragione tutte le prime città della storia sono nate sulle sponde di un fiume. Zhaoxing sorge sulle sponde d’un torrente, e nelle sue acque, che non hanno niente di limpido e poco di pittoresco, si lavano i panni, si squartano i polli, si pescano i pesci con i cormorani, si sciacquano gli stracci dei pavimenti, si lancia il vaso da notte, si fa il bagno, si lavano i piatti e la verdura, e, se si è bambini, si gioca a tirare i sassi facendoli saltare sull’acqua.
Dopo due ore di cammino su questo acciottolato tutto curve e gradini si arriva a Tang’an: appare d’improvviso dietro una curva, adagiato in una piccola valle con la torre del tamburo nascosta tra i tetti neri bordati di bianco, ognuno dei quali mette in mostra la sua luccicante antenna parabolica. L’innovazione più radicale che la televisione ha portato tra queste valli, prima dei modelli di vita, delle telenovelas e dei telegiornali, è stata la lingua. Fino a pochi anni fa qui nessuno parlava il cinese, conosceva giusto qualche parola imparata a scuola. Ora il Dong, il Miao, il Iao sono considerati alla stregua di dialetti, quale incerto confine segni la differenza tra questi ultimi e le lingue dotate di autonomia e dignità proprie è difficile definirlo, e un’isolamento millenario a lungo custodito viene mandato in frantumi dalle onde che vengono da cielo.
Questo non significa però che i villaggi siano già completamente guadagnati alla modernità onnivora: sono sulla via, ancora incerti su come disfarsi della loro storia nel modo più proficuo. Davanti al bar con connessione senza fili siede una vecchia che fila il cotone e scaccia via con degli urletti gutturali le galline dal riso steso ad asciugare sulle stuoie.
All’ingresso del paese, affacciato su uno spiazzo delimitato da grossi pali appuntiti, in una casina di cemento con cinque gradini di pietra davanti, sta l’altare dei sacrifici. Su una balaustra sei statue di legno con il viso dipinto contemplano serafiche il putiferio di offerte che sta ai loro piedi: bacchette d’incenso, mandarini, bacche, una lampadina, foglie secche, foglietti votivi, un coltello di ferro, due bottiglie di grappa, tanti bicchierini per il servizio, una tazza piena di un liquido violastro, un uovo intero e un uovo rotto, piume di gallina attaccate sul perimetro con sangue rappreso, una sigaretta. Sul pavimento la larga macchia marrone del sangue dei polli la cui vita è stata offerta a questi sei personaggini.
Guardando il fiume scorrere sotto un cielo pieno di stelle abbiamo dato il benvenuto al nuovo anno. Il primo di gennaio, dopo settimane di grigio senza sosta, c’era un sole caldo, profumo di primavera e si sentivano ronzare gli insetti. Lungo l’argine del fiume, di buon mattino, s’è ammazzato il maiale che era lì legato ad aspettare dalla sera prima, tutti insieme lo si è macellato, assaggiato, cotto, mangiato tra risa e scherzi. Si sa, per i cinesi mangiare è la festa più festa di tutte. Nello spiazzo davanti a casa una trentina di bambini dall’alba al tramonto hanno giocato a tutti i giochi del mondo. Camminando tra le risaie ne ho incontrati quattro ubriachi di birra e di felicità che si rotolavano nel fango e accendevano sigarette per il solo gusto di sputare per terra e fare i grandi.
Vivere insieme, condividere la fatica e anche la festa… è così assurdo che questa semplicità da cui i Dong, e con essi tutti coloro che vivono ancora seguendo il ritmo della comunità, stanno cercando di scappare, per noi sia invece un’idea di futuro da perseguire nonostante tutto il mondo remi contro. Come facciamo noi in Occidente a vivere soli e a non diventare tutti pazzi?
belle foto chicas
e che buon inizio d’anno !