Il compagno

 

   

Meno sei gradi. Il cielo è alto e le nuvole ruzzolano felici: avevano  ragione i pechinesi, è meraviglioso, e quando la sera senti il vento soffiare freddo sai già che il mattino dopo troverai una giornata limpida e lucente ad aspettarti e da un angolino di piazza Tian an men riuscirai a spingere lo sguardo lontano, oltre i palazzoni della periferia fino alle montagne là in fondo. Ieri era una di queste giornate, e l’aria fredda congelava le orecchie e i nasi e stringeva gli occhi, per terra un sottile strato di ghiaccio fatto di avanzi di tè e sputacchi faceva scivolare i più inesperti come noi.
Nel mezzo della piazza centrale della città, nella quale indifferenti i vecchi e bambini fanno volare gli aquiloni e i turisti si fotografano a vicenda davanti alla fila di bandiere rosse, chiusa in un enorme edificio squadrato e ornato di colonne imponenti, giace la salma del presidente Mao. Una fila scomposta e lunghissima di persone attende il suo turno e si sottopone recalcitrante ai controlli di polizia: a parte noi sono solo cinesi e per i cinesi, è risaputo, il concetto di fila è del tutto estraneo, tanto che, tra le altre iniziative in vista delle olimpiadi, il governo ha lanciato una campagna di sensibilizzazione con uno slogan che recita “chi non fa la fila perde la faccia”. A metà del percorso è consentito allontanarsi di una decina di metri dal percorso obbligato per comprare brutti fiori al chiosco ufficiale (è vietato portare fiori dall’esterno) che vengono depositati quaranta gradini più in alto, tutti insieme e tutti uguali nella prima sala, sotto lo sguardo compunto di due signorine addette alla loro ordinata sistemazione davanti ad una enorme statua bianca immacolata del presidente seduto in poltrona.
E’ vietato fermarsi. Tappeti rossi e lampadari di cristallo e questa grandissima statua che guarda bonaria verso il basso. Il flusso di persone spinge in avanti, bisogna proseguire, chissà, forse è tutto calcolato e dopo solo due minuti l’impressione di artefatta grandiosità svanirebbe, e lo sguardo inciamperebbe nei cristalli sporchi, nei rotoli di polvere depositati agli angoli della stanza, nei tessuti lisi…
Varcato un secondo immenso portone, adagiato in una teca di vetro e illuminato in volto da una sinistra lucetta arancione c’è Mao, l’ultimo vero imperatore della Cina, con una bandiera rossa a mo’ di copertina, con la temperatura che c’è l’idea di tenergli i piedi al calduccio non sembra poi così strana. Anche qui è vietato fermarsi. Tutti sfilano veloci ed escono silenziosi, attraversando soprappensiero il negozio di souvenir con qualche lacrima sul viso, i giovani, gli stessi che vedi spulciare tra le spille e i gadget della rivoluzione culturale nelle bancarelle degli antiquari ,e i vecchi, tanti con la divisa blu e il berretto d’ordinanza, in volto le rughe di chi credeva di averne viste già troppe e ora non sa più bene cosa aspettarsi.

   


E così è volata la mattina, cercando di scaldarci al sole e osservando questa strana processione. Proprio davanti al mausoleo si erge, ancora più maestoso, il palazzo del parlamento, pardon, dell’assemblea del popolo. Un edificio costruito con il lavoro volontario e, a giudicare dalle foto d’archivio che sono esposte all’interno, entusiasta di migliaia di poveracci che volevano dare un tetto al loro neonato governo rivoluzionario. Enorme, sontuoso, completamente vuoto. Solo qualche sparuto gruppetto di visitatori e decine di guardie.
Immaginate lo stupore quando dalla grande sala a emiciclo in cui immaginavamo di trovare il ritratto di Mao sul fondo e i compagni che discutevano sotto il suo sguardo benevolo sentiamo risuonare una voce di donna che canta a squarciagola una canzone in giapponese. Il palco dell’assemblea dei lavoratori trasformato in un set televisivo. Puah.
Si stavano facendo le prove di un spettacolo di cui nessuno ha voluto o saputo fornirci spiegazioni, con tanto di telecamere e regia, e microscopiche bambine contorsioniste. Scappiamo, non prima di avere visitato la mostra obbligatoria sulle Olimpiadi di Pechino e le bellezze della Cina.

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2 Responses to Il compagno

  1. vi says:

    ciao care
    bello il vostro blog, emozioni di riflesso viaggiando con la fantasia..
    from milano con amour

  2. chiara says:

    Cazzo…quando ci sono stata io quest’estate mi stavo sciogliendo dal caldo-umido e deprimendo dal grigio smog. Così deve essere davvero immenso e meraviglioso. Però la città proibita a me non mi ha ammaliato per niente..mi hanno solo fatto incazzare i cinesi che mi spingevano constantemente (erano i primi giorni poi mi sono abituata).
    ora son connessa e vi seguo..dai titta scrivimi.
    molti baci viaggiatrici
    chiara

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